Grillodimaio
4 Luglio Lug 2017 1623 04 luglio 2017

Fiscal Compact, le contraddizioni del M5s

Per cancellare l'accordo, già ratificato nel 2012, serve una legge costituzionale. Sarebbe difficile restare nell'euro e si tornerebbe alla regola del 3% di Maastricht. Il professor Daveri sulle ultime boutade di Grillo e Casaleggio.

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Il Movimento 5 stelle torna all'attacco del Fiscal compact. Non si tratta certo di una novità. Già nel 2014 il Blog in occasione della campagna delle Europee aveva posto come primo punto del programma la cancellazione del vincolo approvato due anni prima dal governo di «Rigor Montis, presidente del Consiglio non eletto da nessuno» definito la «condanna a morte del nostro Paese». Un «colossale inganno», era il titolo che risparmiava ogni sforzo ermeneutico di un altro post firmato da Paolo Becchi e Federico Actite.

«UNA TRUFFA ECONOMICA». A tre anni di distanza, i toni non si sono certo addolciti: «Il Fiscal Compact è una truffa economica, semantica e morale bisogna ridiscutere i trattati», ha tuonato il capo politico il 3 luglio a margine dei un convegno sull'Eurozona patrocinato dalla Camera dopo essersi confrontato con l'ex super assessore al Bilancio capitolino Marcello Minenna, rientrato nell'alveo pentastellato dopo la rottura brusca con la Giunta Raggi. Proprio Minenna non ha escluso l'ipotesi di interpellare sull'interpretazione del Fiscal Compact la Corte di giustizia Ue. «Magari accerta se l'algebra, prociclica, dell'accordo sia in linea con l'accordo stesso e con I Trattati, se ci sono profili di irregolarità», ha spiegato. Senza dubbio il Fiscal Compact «è un tema che dovrà essere sul tavolo della discussione», ha aggiunto Casaleggio, visto che «in autunno vedrà l'Italia doverlo ratificare o meno».

E qui casca il socio fondatore di Rousseau. L'Italia infatti non dovrà ratificare proprio nulla, visto che il Fiscal Compact è già stato ratificato con la legge 114 del 23 luglio. Tra gli allegati, l'articolo 16 recita: «Al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione dell'esperienza maturata in sede di attuazione, sono adottate in conformita' del trattato sull'Unione europea e del trattato sul funzionamento dell'Unione europea le misure necessarie per incorporare il contenuto del presente trattato nell'ordinamento giuridico dell'Unione europea». «L'accordo del 2012 è stato ratificato dai parlamenti nazionali», conferma a Lettera43 Francesco Daveri, docente di Macroeconomia nel programma Mba della Sda Bocconi, «e nel caso italiano inserito in Costituzione. Ma prevedeva l'incorporazione definitiva nei trattati Ue dopo 5 anni cioè entro il primo gennaio 2018. Una volta incorporato le sue prescrizioni diventano permanenti. Per ora non lo sono oltre quella data».

RITORNO A MAASTRICHT? In caso il Fiscal Compact non venisse incorporato nei Trattati, ipotesi che non dispiacerebbe nemmeno a Matteo Renzi (che lo scorso autunno aveva sbottato: «Nel 2017 il Fiscal Compact, le regole sul pareggio di bilancio, dovrebbe entrare nei trattati. Io sono nettamente contrario a questa ipotesi. Monti, Brunetta e Bersani ci hanno regalato il Fiscal Compact. Nel 2017 l'Italia dirà di no al suo inserimento nei trattati. La politica dell'austerità è fallita»), «la Ue e la Zona euro tornerebbero alla legislazione precedente, cioè al trattato di Maastricht emendato nel 1997 dal trattato di Nizza», continua Daveri. «Rimarrebbe cioè in essere la regola del deficit al 3%, definita da Romano Prodi una "regola stupida" perché prevede un tetto numerico fisso senza riguardo alle condizioni del ciclo economico».

LE DIFFERENZE TRA I TRATTATI. Per essere ancora più chiari: «Il Fiscal compact prevede che i 25 Paesi aderenti all'accordo rispettino regole rafforzate rispetto a quanto previsto dal trattato di Maastricht nello scrivere i loro bilanci nazionali», ricorda Daveri. «Maastricht imponeva un deficit effettivo sotto il 3%. Il Fiscal compact aggiunge che il deficit medio deve essere circa zero. Maastricht prevedeva che i Paesi si avvicinassero a un rapporto debito pubblico-Pil al 60%. Il Fiscal compact aggiunge a che velocità devono farlo: colmare un ventesimo del gap ogni anno».

Non è finita. Il pareggio di bilancio previsto dal Trattato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente- preferibilmente costituzionale» è stato inserito nella Costituzione con una modifica all'articolo 81 approvata nell'aprile 2012. Questo significa che per "uscire" dal Fiscal Compact occorrebbe cancellare la modifica costituizionale. Non esattamente un colpo di spugna realizzabile in un giorno.

TORNA IL REFERENDUM SULL'EURO. L'ultima osservazione riguarda una ipotetica Italexit e cioè l'uscita del Paese dall'euro. Cavallo di battaglia pentastellato, tanto che nel 2013 Grillo promise un referendum entro un anno (ne sono passati quattro) e che nel giugno 2015 il M5s consegnò 200 mila firme in Senato per richiederlo - con gli anni è stato domato. Almeno nelle uscite ufficiali. Mentre Luigi Di Maio lunedì ha ribadito che per indire una consultazione popolare «ci vorrà un anno e mezzo durante il quale» il M5s farà «gli interessi dell'Italia chiedendo all'Europa di cambiare, dal fiscal compact al tetto del 3%» e che «se tutto ciò non cambierà non saremo noi a mettere in discussione il referendum ma sarà l'Ue che si autodistruggerà», Grillo da uomo di spettacolo navigato si è limitato ad annunciare sull'uscita dell'euro «grandi sorprese».

LE CONTRADDIZIONI M5S. Al di là degli slogan a effetto il problema però resta. Il FIscal Compact, ha ricordato Stefano Ceccanti sul suo blog, «non è comunque separabile dal funzionamento dell'euro perché i suoi meccanismi sono agganciati a esso». Dirsi contro il Fiscal Compact mantenendo comunque la moneta unica sarebbe quantomeno difficile, se non impossibile. «Una qualche regola di convivenza civile, come il divieto di deficit eccessivi da parte dei membri ce l'hanno tutte le unioni», ribadisce Daveri, «possiamo togliere il Fiscal compact. Ma se vogliamo che la moneta unica esista dovremmo rimpiazzato con qualcosa d'altro la cui attuazione sarà decisa per via legislativa da Bruxelles o per via sostanziale dai mercati che vendono i debiti dei Paesi fiscalmente irresponsabili». E non con una votazione su Rousseau.

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