Bossi Canottiera
8 Luglio Lug 2017 0900 08 luglio 2017

Da Monicelli ad Amato: quella tentazione di fare un film su Bossi

Gestualità. Celodurismo. Canottiere. E pure quadri in abiti da Braveheart. La vita del Senatùr pare un film. Ora il regista piemontese vuole girarci un documentario. Un vecchio progetto del Maestro. La storia.

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Nella casa di Umberto Bossi a Gemonio appeso alle pareti c'è un quadro che racconta molto della passione del fondatore della Lega Nord per il cinema. È lui in versione Braveheart, film del 1995 diretto da Mel Gibson dove viene romanzata la storia dell'indipendentista scozzese William Wallace. Su quel film il Carroccio ci ha costruito anni di consenso nelle valli padane.

QUANDO ERAVAMO NORDISTI RADICALIZZATI. Le immagini e la colonna sonora hanno spesso accompagnato, e lo faranno anche a settembre 2017, gli storici raduni sul pratone di Pontida, dove Bossi ha radicalizzato il voto del Nord, sul territorio e nelle strade dove ancora adesso sui muri si possono vedere le scritte "Padania Libera". La nuova Lega di Matteo Salvini è forse un po' cambiata, strizza l'occhio ai sovranisti alla Marine Le Pen, ma la questione settentrionale è sempre di attualità, tanto che il 22 ottobre il referendum sull'autonomia lombarda rilancia il vecchio progetto del Senatùr. E allora non fa quasi notizia la decisione di Francesco Amato, registra piemontese già autore di Lasciati Andare con Toni Servillo, di girare un film sul fondatore della Lega.

Il quadro di Umberto Bossi in versione Braveheart nella villa di Gemonio del Senatùr.

Del resto chi meglio di Bossi si presta a un lungometraggio sulla sua persona, lui che ha costruito sulla gestualità, sul celodurismo, sui fucili dei bergamaschi, sugli slogan a effetto contro "Roma ladrona" il suo personaggio? In Bossi, nell'adolescenza, nella scalata al potere, nel rapporto burrascoso con Silvio Berlusconi, nella malattia in quella notte nel marzo del 2004, come negli scandali e nelle inchieste della magistratura, forse c'è qualcosa di più cinematofrafico di Berlusconi, tanto che studiosi e scrittori si sono spesso cimentati nel raccontare persino il modo di vestire dello storico leader leghista, cercando di capire e spiegare come potesse un personaggio così conquistare tanti voti.

L'UOMO DEL POPOLO CON LA CANOTTIERA. Come scriveva il semiologo Marco Belpoliti nel libro La Canottiera di Bossi (2012, Edizioni Guanda): «La canotta di Umberto Bossi è quella del muratore e dell'operaio, presente nell'iconografia italiana, e diffusa da tanti film e fotografie, a partire dagli Anni 30, oppure, più propriamente, come quella indossata da Massimo Girotti nell'opera di Luchino Visconti, Ossessione, uscita nelle sale nel 1943, dove l'attore che interpreta il personaggio di Gino Costa, un uomo del popolo, ma anche un vagabondo e insieme un amante focoso, la porta per gran parte del film».

IN PRINCIPIO PAREVA SOLO UN FALLITO. Che poi la canotta è anche e soprattutto quella di Marlon Brando in Un tram che si chiama Desiderio, diretto da Elia Kazan. Belpoliti si rifarà anche a Federico Fellini per raccontare l'Umberto, ricordando "Alberto" il "vitellone" interpretato da Alberto Sordi, perché di fondo la prima fase della vita di Bossi fu quello di un uomo che non aveva terminato gli studi, che divorziò perché la prima moglie Gigliola Guidali pensava si fosse laureato in medicina e andasse a fare il medico a Pavia mentre in realtà faceva altro, ma che poi sarebbe diventato uno dei più importanti leader politici italiani.

Aneddoti, immagini, racconti, c'è un film in ogni anno della vita di Bossi. Basti pensare ai racconti di quando lui e il governatore lombardo Roberto Maroni scorrazzavano per le valli padane per scrivere con la vernice sui muri e sostenere la Lega. Bossi lo spiegò nel 2009 a Gian Antonio Stella, sul Corriere della sera: «Il sistema era questo. Maroni guidava l’auto, mi scaricava con vernice e pennelli, proseguiva e faceva inversione al casello successivo, per poi tornare a prelevarmi. Quella volta arrivò una pattuglia, io me ne accorsi con un attimo di ritardo e quando scavalcai la rete mi avevano già urlato: “Fermo o sparo”. Sentii i proiettili fischiare sopra la testa».

DA GIOVANE FACEVA PURE IL CANTAUTORE. Che il racconto sia vero o meno dà comunque l'idea del personaggio. Amato ha spiegato a la Repubblica che è partito da libro scritto da Daniele Vimercati (Vento dal Nord: la mia Lega, La mia vita. Sperling & Kupfer), dove Bossi racconta della sua infanzia e la sua adolescenza nel Varesotto, di quando faceva persino il cantautore dal nome Donato anche se non lo presero al festival di Castrocaro. Anni magici, quando il Senatùr era ancora giovane e voleva conquistare il mondo.

Mario Monicelli.

Amato non è stato il primo ad aver pensato di girare un film su Bossi. Nel 2003 fu Mario Monicelli, uno dei maestri della commedia all'italiana, a raccontare in un'intervista ad Aldo Cazzullo sempre sul Corriere della sera che pur non essendo entusiasta della politica, «la trovo piena di maschere cinematografiche. Bisogna assolutamente fare un film su Bossi e i leghisti», diceva il regista de I soliti ignoti o de L'armata Brancaleone. «Magari anche sul commando che salì sul campanile di San Marco, una cosa che neanche Brancaleone».

UMBERTO, CALDEROLI E CASTELLI: I "BRAVI". Ma tra i fan di film su Bossi ci fu pure Oscar Mammì, ex ministro per le telecomunicazioni, da poco scomparso che anni fa parlando dei Promessi sposi spiegò di veder bene nel ruolo dei bravi «Bossi, Calderoli e Castelli. I leghisti insomma. Sono finti cattivi, intendiamoci. Giocano a mostrare il coltello ma poi non lo usano. Dei bravi per bene».

Una parte, un cameo, Bossi l'ha avuta nel film sul Barbarossa di Renzo Martinelli, opera che uscì nel 2009 tra polemiche di ogni tipo, persino sul fatto che Raz Degan interpretava Alberto Da Giussano. Il film non riscosse molto successo, ma anche quello fu un piccolo tassello della strategia bossiana per non perdere mordente politico nelle regioni settentrionali, soprattutto per risvegliare per l'ennesima volta quel sentimento anti meridionale da anni sedimentato nelle valli, storico bacino elettorale della Lega Nord.

IL SENATÙR E LA HOLLYWOOD DI MILANO. In quegli anni Bossi riuscì a lanciare persino la Hollywood di Milano, un nuovo polo del cinema, grazie all'aiuto della Regione Lombardi all'epoca governata da Roberto Formigoni. Si trattava dell'ex Manifattura Tabacchi in viale Fulvio Testi. Alla corte di Bossi arrivarono tutti, persino il sindaco Letizia Moratti, ma le parole che scatenarono un putiferio furono quelle di Roberto Castelli, ex ministro di Grazia e Giustizia che invocò una svolta nelle fiction televisive. «Tutti i protagonisti, che siano bergamaschi, altoatesini o tedeschi comunque parlano in romanesco: è una cosa insopportabile». Speriamo che Amato se lo ricordi.

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