I 400 colpi

Campanella Renzi Letta 140222152412
13 Luglio Lug 2017 0910 13 luglio 2017

Pur di dare addosso a Renzi persino l’incolore Letta torna buono

Per condurre la battaglia contro il segretario Pd c'è chi finisce per santificare i suoi rivali non per i loro meriti, ma per il solo fatto che gli si contrappongono.

  • ...

Va di moda dare addosso a Matteo Renzi anche perché il personaggio, dotato di un’antipatia congenita, non fa niente per smentire la sempre più nutrita folla dei suoi detrattori. Il rischio però, come sempre accade, è che per portare acqua alla tesi di quanti lo vorrebbero politicamente morto, si finisce per addossargli colpe che non ha o, peggio, per santificare i suoi rivali non per i loro meriti, ma per il solo fatto che gli si contrappongono.

UN VECCHIO-NUOVO NEMICO. Prendiamo il caso di Enrico Letta, l’ #enricostaisereno tornato agli onori della cronaca grazie alle considerazioni non proprio benevole che Renzi gli dedica nella sua opera prima Avanti. L’antefatto è arcinoto: il giovin fiorentino che lo manda inopinatamente a casa dopo aver giurato il giorno prima lunga vita al suo governo. Ad immortalare l’episodio, la celeberrima foto del passaggio della campanella a Palazzo Chigi dove Letta, la faccia pittata di disgusto, fatica persino a guardare in faccia il suo successore.

LO SCARICABARILE DI RENZI. Disgusto, tra l’altro, è il termine che egli ha usato a commento delle pagine del libro a lui dedicate, dove viene descritto in soldoni come uno che nei suoi 10 mesi alla guida del governo ha combinato una beata fava. Non pago della stroncatura, Renzi vi ha aggiunto ulteriore veleno affermando che a chiedere la testa del prode Enrico furono i non ancora scissi uomini della minoranza Pd. Lui dunque fu solo il killer, mentre i mandanti sono da cercare nell’inner circle bersanian-dalemiano.

Su quest’ultima affermazione magari si può nutrire qualche dubbio, anche se a sinistra i coltelli volano dove meno te l’aspetti. Sulle altre non si può che dargli ragione. Che l’esecutivo Letta, benedetto con tutti i crismi dall’allora presidente Napolitano, abbia fatto poco o nulla è vero. Si ricorda solo, pochi giorni prima che la sua breve stagione volgesse al termine, una sorta di agenda per l’Italia zeppa di buoni proponimenti in cui l’allora premier si proponeva come uno armato di cacciavite che, con felpata pazienza, avrebbe stretto i lassi bulloni su cui si reggeva il Paese.

IL DELUDENTE GOVERNO LETTA. Si ricorda anche che, esattamente un’ora dopo il suo insediamento, Letta mise in cima alle priorità la riforma della legge elettorale, invano attesa da trent’anni. Che divennero 31 quando il 14 febbraio dell’anno dopo il meteoritico presidente del Consiglio rimise il mandato. Insomma, nella miglior tradizione democristiana quel governo stava sonnacchiosamente in surplace mentre tutti speravano tirasse la volata. Quel che fece poi Renzi prima di andarsi a schiantare contro il muro del Referendum e delle sue rodomontate. Naturalmente si può raccontare la vicenda meno brutalmente di come l’abbia raccontata lui nel libro, ma la sostanza non cambia. Letta e il suo governo tutto furono meno che fulmini di guerra. È molto ipocrita, nonché opportunista, parlarne come di un campione, peggio rimpiangerlo, solo per far dispetto al suo antagonista.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati