RENZIE
BASSA MAREA 16 Luglio Lug 2017 1400 16 luglio 2017

Renzi chi parla veloce non pensa (per forza) veloce

Il segretario Pd spara 200 parole al minuto. Ma per riallacciare un rapporto con l'elettorato dovrebbe spiegare bene e con calma le sue ragioni. Paradossalmente a farlo risorgere potrebbe essere proprio Bersani, la cui nostalgia del passato non porta a nulla.

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Il più popolare anchorman del secolo scorso, l’americano Walter Cronkite, aveva imparato a usare in media 125 parole al minuto e anche questo, unito a una normale velocità di comprensione, garantì il suo successo. L’americano medio ne usa 165. Gli italiani sono in genere attorno alle 150 parole. Matteo Renzi supera spesso le 200 e, nei momenti più concitati, cioè spesso, va ben oltre. La velocità dell’eloquio contribuisce a definire il carattere e non è detto sia direttamente proporzionale alla velocità del pensiero. Anche l’evocazione del passato non è detto che aiuti a pensare con più chiarezza. Può semplicemente creare confusione. Per esempio invocare un nuovo '68, quale giusto sfogo delle frustrazioni giovanili di oggi, non dimostra che Pier Luigi Bersani sappia maneggiare la Storia.

I FIUMI DI PAROLE RENZIANI. Nella serata di lunedì 10 luglio, alla trasmissione serale Zapping su Radio1, Renzi galoppava su fiumi di parole cercando di difendere bontà e saggezza della sua idea di una tregua Ue sul deficit italiano, lunga cinque anni, per “liberare” alcune decine di miliardi da investire nell’economia. Bruxelles non gradisce troppo. E nemmeno il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che sta portando in porto una trattativa diversa per allentare i vincoli del fiscal compact (i princìpi di bilancio adottati nel 2012), sembra aver gradito. Ma Renzi parlava, parlava così velocemente che anche chi conosce un poco la materia perdeva parecchi passaggi.

Sempre più isolato il segretario Pd gioca le sue chance residue nei rapporti diretti con l’elettorato. Al quale però dovrebbe parlare chiaro e più lentamente su alcuni temi cruciali. Non giova fare le vittime dell’Europa, anche se qualche ragione da far pesare l’Italia ce l’ha. Il debito pubblico ce lo siamo fatto da soli e la bassa crescita, frutto anche della popolazione più vecchia d’Europa, predata la crisi del 2007. Le riduzioni di spesa pubblica sono state modeste. Anzi, «una riduzione della spesa, semplicemente, non c’è stata», scrive Roberto Perotti, per un anno consigliere economico di Renzi a Palazzo Chigi e autore del saggio Status Quo. Perché in Italia è così difficile cambiare le cose, testo obbligato per chiunque voglia valutare la Cosa pubblica in Italia.

LA SFIDA (PERSA) ALLA CASTA. Oggi è molto facile parlare male di Renzi e gli italiani, con il voto al referendum costituzionale del dicembre scorso, ne hanno "parlato" malissimo. Al toscano, nonostante i suoi difetti e il malaugurato Giglio magico fatto di giovanotti e signorine troppo affascinati dalla movida del potere e poco coscienti della gravità della situazione, va riconosciuto comunque il merito di essere stato il primo leader ad avere cercato di affrontare il problema della cosiddetta Casta, cioè colore che ai livelli pubblici più alti hanno fatto del sistema italiano un caso unico di vertici strapagati, pletorici e di base burocratica mal pagata.

L'INCOERENZA ISTITUZIONALIZZATA DELLA CONSULTA. La riforma costituzionale aveva tanti difetti ed è comprensibile che chi lo ha fatto con cognizione di causa abbia votato contro. Ma è stato sottovalutato il fatto che, comunque, avrebbe comportato un taglio, e comunque aveva sollevato tutte le possibili ire della Casta. Chi scrive provava una strana sensazione nel vedere, per esempio, l’ex presidente della Consulta Gustavo Zagrebelsky e altri giuristi insigni e bene inseriti, combattere tenacemente per il No, e lo strano stava nel fatto che alla Consulta c’erano e ci sono i giudici costituzionali meglio pagati del mondo che, in alcuni casi, sono andati in pensione con liquidazioni nette (dopo pochi anni) di 635 mila euro e una pensione netta di oltre 12 mila euro al mese. «La Corte costituzionale: l’incoerenza istituzionalizzata», scrive ancora Perotti, nel senso che predica bene ma razzola male.

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

ANSA

Renzi cerca di risalire dalla terribile batosta del 4 dicembre 2016 e sarà difficile. Sul debito pubblico, problema italiano numero uno, ancora in aumento, non è mai stato chiaro, lo ha a lungo sottovalutato (a parlare di debito si perdono le elezioni, diceva) e ora cerca di recuperare, con fiumi di parole. Ugualmente cerca di risalire la china dicendo alcune verità sull’immigrazione, problema a lungo non certo ignorato ma coperto con un generico «buonismo» e da giaculatorie su «l’Europa deve fare di più».

IMMIGRAZIONE SOTTOVALUTATA. Vero, ma anche l’Europa sarà impari al compito, quando sarà costretta ad occuparsene dato il fenomeno demografico africano. Adesso i giornali italiani stanno scoprendo che la popolazione africana cresce in modo esponenziale e incredibile e che fra 30 anni sarà cinque volte i 500 milioni di quella europea. Si poteva scrivere già vari anni fa e porsi per tempo il problema dei limiti oggettivi dell’accoglienza. E Renzi? Comincia a farlo ora. Ma questa non è leadership, è stato un seguire l’andazzo che ha fatto dell’accoglienza, prima di tutto, un campo di sciocca polemica politica interna: buoni contro cattivi. L’accoglienza è sacrosanta, ma di quante persone?

I NOSTALGICI DEL '68. Ce la farà Renzi a rimettersi in sella? Se sì, sarà un miracolo non molto inferiore, in sedicesimo, al ritorno di Richard Nixon nel 68 dopo anni di oblio. Può darsi lo aiutino un poco, in una certa sinistra molto post o mai comunista, esternazioni come quella di Bersani che giudica i tempi maturi proprio per un nuovo 68, ribellione dei giovani contro le umiliazioni di oggi.

Pier Luigi Bersani.

ANSA

Ma esistono le condizioni minime che portarono agli scossoni di allora? Tanto per cominciare, 50 anni fa la torta cresceva e si poteva reclamarne una fetta maggiore. Questo fu un elemento cruciale di quegli anni, in particolare in Italia. Oggi siamo al risparmio, per non dire peggio. Certo, ci sono i ricchi a cui applicare la legge di Robin Hood, ruolo che Bersani sembra apprezzare affascinato dalla Patrimoniale. Parola da usare invece con precisione chirurgica in un Paese già ai vertici mondiali per pressione fiscale, ma che tanto piace ai gauchiste doc.

PATRIMONIALE, EFFETTI COLLATERALI. Bersani dimentica che i ricchi per il fisco sono sempre pochi, particolarmente pochi chissà perché in Italia, e per raccogliere davvero occorre scendere molto in basso. Lo sa o no Bersani che per il fisco italiano uno stipendio di insegnante di scuola media, che è attorno ai 1.700 euro netti dopo alcuni decenni di anzianità, rientra nel 18% dei redditi più alti? E come si fa a raccogliere davvero se non si arriva almeno al 20% della platea dei contribuenti? Ci si ferma ai 75 mila euro? Ci arrivano 900 mila contribuenti scarsi. A 5 mila euro di prelievo straordinario annuo cadauno, si mettono insieme 4,5 miliardi. Cifra cospicua, ma che non farebbe la differenza. Del 68 chi c’era può ricordare anche aspetti positivi, ma certamente ricorda assemblee interminabili e manipolate, cortei, scioperi politici a go go. Soprattutto c’era in molti il mito della rivoluzione, basti pensare ad Adriano Sofri che a Pisa nel 1963 apostrofava Togliatti dicendogli: «Voi avete fallito, la rivoluzione la faremo noi». Così il '68 cominciava nel '63. La Rivoluzione, oggi? Chissà, rimpiangere quegli anni, cui seguirono 400 morti fatti da destra e da sinistra, forse potrebbe dare una mano a un Renzi redux, se ci riesce. E se non si mangia le parole.

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