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29 Luglio Lug 2017 1800 29 luglio 2017

Sergio Cofferati: «Questa sinistra manca di contenuti»

Accapigliarsi per schieramenti e leadership non porterà a nulla. Serve un confronto su idee e programmi, senza nostalgie per l'Ulivo o l'Arcobaleno. Per questo l'eurodeputato consiglia di fare propria l'esperienza del Brancaccio.

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Da una parte il movimento civico tenuto a battesimo al Teatro Brancaccio da Tomaso Montanari e Anna Falcone, dall’altro il tentativo, per ora abortito, di mettere “Insieme” Campo progressista di Giuliano Pisapia con i fuoriusciti del Pd che hanno dato vita ad Mdp-Articolo 1. Senza dimenticare Sinistra italiana e la compagine dei civatiani. Dopo le scintille di primavera, il solleone ha stroncato il dinamismo della sinistra. Addio sogni di gloria, per ora. Tra distinguo e personalismi, è tutto rimandato a settembre. Con un’intera classe dirigente ripetente come a scuola. Per un motivo molto semplice, almeno a sentire l’ex dem Sergio Cofferati, europarlamentare ed esponente di Sinistra italiana: «Manca una discussione vera sui contenuti». «Non ce n’è traccia», ribadisce a L43. «E senza entrare nel merito delle cose non si va da nessuna parte».

Sergio Cofferati, europarlamentare di Sinistra italiana.

DOMANDA. A sinistra non ci si annoia, insomma?
RISPOSTA. Casomai ci si deprime. Almeno, a me capita. E la ragione è semplice.

D. Quale è?
R.
Una parte della sinistra si appassiona a discussioni inutili e inconcludenti, quelle sugli schieramenti per esempio. Il problema principale, invece, è recuperare consenso tra i tanti nostri elettori che hanno mancato gli appuntamenti elettorali degli ultimi anni. Persone che giustamente chiedono un progetto e una collocazione inequivoca nel campo della sinistra.

D. Il Brancaccio da una parte e Insieme dall’altro. Due progetti in embrione ma con tanti veti. Non si corre il rischio di dare vita a due liste separate a sinistra e quindi di condannarsi alla sconfitta?
R. È evidente che stare insieme è meglio che stare da soli. Ma occorre evitare le banalità.

D. Si spieghi.
R. Si sta insieme perché si condivide un progetto e non per ragioni strategiche. Del resto gli elettori hanno già dimostrato di non gradire i tatticismi.

D. Il Pd spesso è stato definito una fusione a freddo. Anche il progetto di Campo progressista e dei demoprogressisti si sta rivelando un’operazione a tavolino?
R.
Tutti coloro che sono impegnati a dare vita a una forza di sinistra devono essere guardati con interesse. Però, certo, l’intenzione non basta. Bisogna darle contenuti. Partire dal merito. Un po’ come hanno cercato di fare al Brancaccio.

D. Da ‘Insieme’ a divorzio il passo pare essere breve...
R. In questo campo, almeno fino a ora, una discussione non c’è stata. E questo è un problema. Occorre una piattaforma condivisa e valori comuni dai quali far discendere politiche coerenti.

L’abbraccio tra Pisapia e Boschi in sé mi lascia indifferente. Tuttavia la polemica che ha scatenato è sintomo di un disagio che probabilmente esisteva già

D. L’abbraccio tra l’ex sindaco di Milano e Maria Elena Boschi è stato un detonatore?
R. L’abbraccio in sé mi lascia indifferente. Tuttavia, la polemica che ha scatenato è sintomo di un disagio che probabilmente esisteva già. E questo disagio si risolve solo se si avvia una discussione vera.

D. Pisapia sostiene di voler federare ma poi di fatto chiude a Sinistra italiana. Come se lo spiega?
R. Non ne comprendo la ragione.

D. È vero pure che per una parte di sinistra il confine invalicabile è il Pd di Renzi, mentre per un’altra la linea del Piave sembra essere D’Alema. Come se ne esce?
R. Spostando il focus dalle persone al merito delle proposte. Il Pd stesso, a ottobre, dopo la sua conferenza programmatica, avrà una propria proposta politica. Sebbene io creda che non sia più da tempo un partito di sinistra ma che abbia virato al centro. Per cui mi aspetto politiche in continuità con questa sua fisionomia.

D. Nell’ottica di Pisapia, piuttosto che rischiare di ripetere l’esperienza della lista Arcobaleno è meglio puntare a replicare quella dell’Ulivo.
R.
Ma il problema non può e non deve essere la lista elettorale. Serve una proposta politica intorno alla quale riunire le forze in campo. Dobbiamo guardare avanti e non indietro. Le dirò di più...

D. Prego.
R.
In questa fase storica non hanno ragione d’essere come modello di riferimento né la lista Arcobaleno e né l’Ulivo. Piuttosto il Brancaccio ha in sé elementi di fascino. L’idea è interessante. Anzi, credo che sia importante dare continuità a questo tentativo con la disponibilità di tutti. Senza preclusioni per nessuno.

D. Come si fa?
R. Mettendo insieme ciò che rimane dei valori che hanno sorretto i partiti e ciò che c’è, almeno in potenza, nella società civile.

D. A patto che non venga fuori solo una forza di opposizione e non di governo.
R. L’obiettivo deve essere quello di governare. Una nuova formazione deve nascere con questa finalità, ma anche con la consapevolezza che in diverse circostanze è necessario saper costruire delle alleanze. Sulla base di una precisa identità, naturalmente.

Se nel nostro campo ci fosse qualcuno che ritiene il Jobs act un ottimo strumento ci sarebbe poco da fare. Ma il problema, purtroppo, è a monte: di contenuti e programmi non si parla

D. Un altro vizio antico della sinistra è quello di ‘divorare’ i suoi leader. Sarà per questo che l’ex sindaco di Milano dice di non essere interessato alla leadership?
R.
Non è da fuori che si cambia il leader di un partito legittimamente scelto con le primarie. Le leadership sono solo un punto d’arrivo. Meglio se frutto di strumenti di selezione dal basso.

D. In Italia mancano figure come Corbyn o Sanders?
R.
Sono dell’idea che occorra fare tutto ciò che serve per dare senso a un processo di rinnovamento. Bisogna valorizzare i giovani, dando loro il supporto di chi giovane non né più.

D. In realtà, a pensarci bene, nella sfera degli ultra 65enni, oltre a Romano Prodi, ci sarebbe anche lei. Una riserva a disposizione?
R.
Vale quanto le ho già detto: la cosa più efficace è valorizzare energie nuove.

D. Il problema è la vecchia guardia. Dalle posizioni assunte rispetto alla riforma costituzionale e al Jobs act, le divergenze politiche pesano.
R. Le posizioni passate non devono precludere l’impegno per il dopo. A parte che molti hanno abbandonato il Pd proprio per il disagio di una linea non condivisa. E, poi, rispetto a certi errori, si è sempre in tempo per cambiare orientamento.

D. È ipotizzabile, quindi, azzerare tutto?
R.
Bisogna guardare avanti. Certo, se nel nostro campo ci fosse qualcuno che ritiene il Jobs act un ottimo strumento per l’occupazione ci sarebbe poco da fare. Ma il problema, purtroppo, è a monte: di contenuti e programmi non si parla.

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