Ue: Monti,Italia non torni in infrazione
L'ULTIMO MARXIANO 1 Agosto Ago 2017 0915 01 agosto 2017

2011, un colpo di Stato gestito e voluto dai mercati

La nuova dittatura, mitigata da diritti individuali e resa invisibile da una violenza economica immanente, non dovette nemmeno fare ricorso alle armi: era in grado di ottenere altrimenti gli effetti desiderati.

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Forse è arrivato il momento di «leggere contropelo» (W. Benjamin) la storia più recente. Dopo Mani Pulite (colpo di Stato giudiziario del 1992), il secondo colpo di Stato avrebbe coinvolto l’Italia nel 2011, con l’instaurazione di un governo formalmente definito tecnico e, in verità, corrispondente a una giunta militare di tipo economico, imposta autocraticamente dalla Banca centrale curopea con il solo obiettivo di adeguare la penisola italiana ai parametri economici europei, destrutturando i residui diritti sociali e del lavoro.

L'ERA DELLA TECNOCRAZIA POSTDEMOCRATICA. La “rivoluzione liberista” avviata dal colpo di Stato del 1992 (che aprì la strada al berlusconismo e alla politica come continuazione dell'economia con altri mezzi) veniva coerentemente integrata e ulteriormente sviluppata con le manovre del governo tecnico degli economisti instauratosi con il colpo di Stato del 2011 e con la giunta militare economica di Mario Monti, fiduciario dei mercati di capitali e dei mercati valutari internazionali, impenitente euroinomane e teologo del sinedrio bocconiano. Nel 2011, l’Italia subì l’ascesa della tecnocrazia neoliberista e postdemocratica di Bruxelles, guidata da arrembanti economisti di impostazione rigorosamente liberista e portatori di una visione della politica come semplice governabilità tesa a garantire il funzionamento senza impacci e rallentamenti del libero gioco del mercato. Con annessi pacchetti di riforme ultraliberiste, in stile Fornero, da far impallidire Reagan e la Thatcher.

ECONOMIA DEREGOLAMENTATA AL POTERE. Ne scaturiva l’imposizione dall’alto di un esecutivo di tecnocrati e banchieri atlantisti e nemici giurati dei diritti sociali non meno che delle sovranità nazionali, con un’agenda privatizzatrice il cui senso ultimo si compendiava nella parola «liberalizzazione», nel frattempo trasformata dai sacerdoti dell’ortodossia dominante in un lemma indiscutibile e, di più, nella base non negoziabile di ogni politica economica. L’economia deregolamentata ed essa solo sovrana era ora saldamente al potere: la nuova forma di governo era una dittatura del mercato sovrano e onnipotente, mitigata da diritti individuali e resa invisibile da una violenza economica immanente che, salvo eccezioni, non doveva ricorrere alle armi perché era in grado di ottenere altrimenti gli effetti desiderati.

DA UNA OCCUPAZIONE A UN'ALTRA. Per questa via, l’Italia perdeva definitivamente la sua sovranità monetaria ed economica. Quella geopolitica e quella politica erano già state rimosse integralmente nel 1945, con quella che a oggi continua inerzialmente a essere salutata come Resistenza e che, a rigore, fu il passaggio da un’occupazione all’altra: dall’orrida occupazione nazifascista si transitò a quella - non meno orrida - americana, con la colonizzazione del territorio nazionale con centinaia di basi militari. Nulla, ovviamente, a che vedere con quel che continuiamo a raccontarci inerzialmente.

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