I 400 colpi

Fincantieri
3 Agosto Ago 2017 0853 03 agosto 2017

L’inutile voce grossa del governo su Fincantieri

La reazione ai francesi è comprensibile, ma rischia di essere velleitaria perché arriva fuori tempo massimo, quando il recinto è chiuso e i buoi sono già scappati.

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Bagliori di guerra, segnali evidenti di possibili ritorsioni mascherati da normali controlli sulla struttura di governance. Per dire insomma che se i francesi non addiverranno a più miti consigli sul matrimonio a guida italiana Fincantieri-Stx, Palazzo Chigi farà valere il suo potere di interdizione (tecnicamente si chiama golden power) su Tim e i suoi padroni d’Oltralpe. Propositi comprensibili, visto che ogni volta che qualche società italiana marcia su Parigi, cosa che per la verità non accade spesso, o non arriva a varcare il confine o, se ci riesce, viene respinta con perdite.

UNA REAZIONE FUORI TEMPO MASSIMO. Pochi ricorderanno, visto che sono passati molti anni, di quando nel 1988 le Assicurazioni generali, ovvero il primo e più blasonato gruppo finanziario del Paese, che aveva lanciato un’offerta per comprarsi la Compagnie du Midi, fu ricacciata a Trieste, dove per altro oggi a guidarla c’è un manager francese. Se dunque reagire è comprensibile, c’è un problema che rischia di rendere la levata di scudi velleitaria, ovvero il fatto che arriva fuori tempo massimo, quando il recinto è chiuso e i buoi sono già scappati.

Negli ultimi anni i governi che si sono succeduti hanno assistito senza colpo ferire alla francesizzazione di mezzo sistema industriale italiano, a mani forti che da Parigi si prendevano con disarmante facilità il controllo di aziende che operano in settori chiave come elettricità, energia, risparmio gestito, a altri tipici del made in Italy come la moda e l’alimentare. La stessa Tim, ora oggetto della partita, è stata di recente terra di conquista per gli stranieri. Prima gli spagnoli, i quali se la presero con un blitz notturno mentre il primo ministro di allora, Enrico Letta, in missione a Washington, aveva appena finito di pontificare sulla necessità di tutelare l’italianità delle aziende strategiche. Poi dai francesi, che la usarono a mo’ di partita di giro per sistemare un complesso intreccio di partecipazioni a livello internazionale. Per cercare quindi, con sfrontato azzardo, di annettersi Mediaset.

PARIGI DIFENDE LE SUE AZIENDE DA ANNI. Ma in questo i francesi sono coerenti: all’Eliseo si alternano i governi, tramontano i partiti storici della Republique e i nuovi si affacciano sulla scena, ma una cosa non cambia mai: la difesa a oltranza dell’industria nazionale, perseguita con la creazione di colossi in grado di competere sulla scena mondiale, e di taglia ragguardevole al punto da renderne ardua, oltre che costosa, la conquista. Questo per dire che la politica industriale è qualcosa che si coltiva nel tempo, e non si improvvisa dall’oggi al domani. Non può dunque essere scambiata con un sacrosanto quanto estemporaneo fallo di reazione a un sopruso, quando per l’Italia il risultato della partita è già ampiamente compromesso.

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