Erdogan
10 Agosto Ago 2017 1209 10 agosto 2017

Vita da dittatori, giro del mondo tra i regimi che resistono nel 2017

Il pugno duro di Erdogan e Maduro. Le mire di Kim Jong-un. Gli europei liberticidi Orban, Fico, Lukashenko. I monarchi asiatici alla Bolkiah (Brunei). Kagame (Ruanda) e soci in Africa. Così cresce il potere dei tiranni.

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La dittatura va di moda. Le vicende che coinvolgono nell'estate 2017 la Turchia dell’aspirante sultano Recep Tayyip Erdogan, il Venezuela di Nicolas Maduro che sta cercando di esautorare i poteri del parlamento con un’Assemblea costituente o la Corea del Nord dove la guida suprema Kim Jong-un sta perseguendo una folle corsa agli armamenti nucleari, sono solo la punta di un iceberg di uno scenario globale in cui la democrazia parlamentare e la divisione dei poteri sembrano sempre più in difficoltà.

SOPRAFFATTI DALL'UOMO FORTE. Dopo gli illusori sussulti della Primavera araba, che a parte il caso isolato della Tunisia ha portato solo disordine e conflitti, in tutti i continenti si rafforza il potere di tiranni e dittatori e molte democrazie, giovani o meno giovani, sembrano tornare a essere affascinate dall’uomo forte.

Il venezuelano Nicolas Maduro.

Il cuore dell’Europa non è immune. In Polonia solo il veto a sorpresa del presidente Andrzej Duda ha fermato la riforma del sistema giudiziario proposta dal governo di Varsavia e adottata dal parlamento che di fatto metteva i giudici sotto il controllo dell’esecutivo. Riforma voluta del partito di destra al governo, Diritto e giustizia, guidato da Jaroslaw Kaczynski di cui lo stesso Duda fa parte.

AMNESTY CONTRO I POLACCHI. La stabilità democratica del Paese è in discussione. Da quando nel 2015 Diritto e giustizia ha vinto le elezioni sono state promulgate più di 200 riforme legislative e nuove leggi. Amnesty International ha criticato «la velocità con cui sono state attuate le riforme e la mancanza di adeguata consultazione con la società civile».

Da sinistra, l'ungherese Viktor Orban e il polacco Jaroslaw Kaczynski.

In Ungheria il premier Viktor Orban ha già messo mano alla Costituzione riducendo il numero di parlamentari, le pubblicazioni del principale quotidiano dell’opposizione Nepszabadsag sono state sospese e per iniziativa dell’esecutivo è stata chiusa la Central European University, l’ateneo finanziato dal miliardario George Soros accusato di essere un “nemico della patria”.

FICO ANTI GAY E ANTI MIGRANTI. Destano preoccupazione anche le esternazioni di un premier sulla carta social-democratico come il leader slovacco Robert Fico che pur di rimanere al potere ha stretto alleanze con nazionalisti e populisti, tenendo posizione contro immigrazione, diritti gay e libertà religiosa.

Il bielorusso Alexander Lukashenko.

Questi sono tutti Paesi dell'Unione europea, ma il cuore del vecchio continente ha anche un autocrate a pieno titolo. È Alexander Lukashenko che guida indisturbato la Bielorussia da più di 20 anni. Nel 1994 fu eletto nelle uniche elezioni libere che il Paese ha conosciuto dopo il comunismo. Prese al primo turno il 44%. Nelle successive votazioni non ha mai ottenuto meno dell’80% spazzando via oppositori, incarcerando giornalisti e dissidenti.

PENA DI MORTE IN BIELORUSSIA. Amnesty International riferisce che «le “sparizioni” politiche continuano a essere utilizzate per silenziare l’opposizione». La Bielorussia è anche l’ultimo Stato d’Europa che non ha abolito la pena di morte. La forza del regime di Lukashenko si basa in gran parte sull’amicizia con la Russia di Vladimir Putin che ha garantito aiuti e materie prime a basso costo.

PUTIN FONTE DI ISPIRAZIONE. Il regime di Putin è un modello per aspiranti zar. Il presidente russo ha spiegato di non aver ancora deciso se candidarsi o meno nel 2018, ma le sue ormai consuete foto estive a petto nudo di mussoliniana memoria già segnano l’inizio della campagna elettorale.

Nella federazione russa però il dittatore più spietato è il 40enne ceceno Ramzan Kadyrov, sulla carta presidente della Repubblica cecena dal 2007, ma in realtà despota sempre più assoluto. È il primo dittatore social. È una star di Instagram, dove ha quasi 3 milioni di follower, e ama circondarsi di star del mondo dello sport e del cinema come i pugili Floyd Mayweather, Mike Tyson o l’attore, amatissimo anche da Putin, Steven Seagal.

TORTURE ED ESECUZIONI CECENE. Il suo regime è responsabile di decine di omicidi politici, compiuti in patria e all’estero. Nel 2009 una sua ex guardia del corpo (uccisa poi a Vienna da un commando) descrisse torture eseguite dallo stesso Kadyrov ed esecuzioni sommarie di oppositori. Un suo ex generale l’ha definito un «dittatore medievale». Ha invocato più volte la pulizia etnica e i campi di concentramento contro i gay. Dopo aver perso il suo cellulare a una cerimonia nuziale, ha ordinato il fermo e l’interrogatorio di mille ospiti pur di ritrovarlo. I suoi animali domestici sono delle tigri.

Dall’altra parte del Mar Caspio c’è invece un dittatore che odia gli animali domestici, in particolare cani e gatti. Gurbanguly Berdimuhamedow, padre-padrone del Turkmenistan, ha ordinato l’eliminazione di tutti i randagi e secondo dei documenti diffusi da Wikileaks ha rimosso dei militari solo per non averlo protetto da gatti che gli tagliavano la strada.

IL TURKMENO SI ATTEGGIA DA DIVO. Il Paese ex sovietico non ha stampa libera né opposizione. Le ultime “elezioni” del 2012 si sono concluse con un 97,67% di voti per il leader che, al potere dal 2006, ama atteggiarsi a divo musicale e action-hero e si è fatto costruire una statua equestre rivestita di oro a 24 carati nella capitale Ashgabat.

I NEMICI DI NAZARBAEV NEI GULAG. Nel vicino Kazakistan Nursultan Nazarbaev è presidente dal 1991; si è sbarazzato degli oppositori politici, alcuni dei quali finiti negli ex gulag sovietici, e ha tenuto a bada le proteste degli operai petroliferi con le pallottole. Il suo regime è impegnato nell’annunciare riforme e nel rilanciare la propria immagine a livello internazionale, da qui gli investimenti nello sport e nell’Expo attualmente in corso ad Astana.

I diritti umani sono un miraggio anche in Tagikistan, guidato da 24 anni da Emomali Rahmon che di recente ha promulgato una legge che obbliga tutti i media a identificarlo, ogni volta che parlano di lui, con il suo titolo ufficiale: “Fondatore della pace e dell’unità nazionale, capo della nazione, presidente della Repubblica del Tajikistan, Sua eccellenza emomali Rahmon”.

GLI AFFARI AZERI IN FAMIGLIA. In Azerbaigian, dove il potere si trasmette per via ereditaria, il presidente Ilham Aliyev, in carica dalla morte del padre Heydar avvenuta nel 2003, ha nominato la moglie Mehriban sua vice e potenziale successore.

Emomali Rahmon (Tagikistan) col presidente russo Vladimir Putin.

In Asia orientale si alternano autocrati vecchi e nuovi. La Cambogia è un regno, ma il potere politico è saldamente in mano del primo ministro Hun Sen dal 1993. Ex soldato dell’organizzatore del genocidio di Pol Pot, divenne suo oppositore, costruendosi poi una carriera politica che via via ha cancellato ogni opposizione.

POTERE MILITARE IN THAILANDIA. La vicina Thailandia ha visto da poco l’ascesa di un nuovo uomo forte, l’ex generale Prayut Chan-o-cha che ha assunto il potere e l’incarico di primo ministro con un golpe militare nel maggio 2014. Il suo doveva essere un governo ad interim per ristabilire l’ordine si è tramutato in un’autocrazia. Nel 2017 è stata introdotta una nuova costituzione (la ventesima dalla fine della monarchia assoluta del 1932) che istituisce un sistema legislativo controllato dai militari.

Hassanal Bolkiah, sultano del Brunei.

Nel piccolo stato del Brunei, che ha gli stessi abitanti di Bologna, il sultano Hassanal Bolkiah è il monarca assoluto. Ha un patrimonio superiore ai 20 miliardi di dollari, vive in una reggia d’oro da 1 miliardo e mezzo, possiede la più stupefacente collezione d’auto di lusso del pianeta, ha imposto la sharia e proibito a chiunque di festeggiare il Natale, pena la prigione.

SVOLTA MAOISTA ANCHE IN CINA. La stessa Cina sta assistendo a rafforzamento del ruolo del leader Xi Jinping rispetto al Partito comunista e all’apparato, una svolta “maoista” che ha visto il leader liberarsi dei nemici interni accusati di corruzione e ha significato un inasprimento del controllo sulla società civile.

LEGGE MARZIALE NELLE FILIPPINE. La fragile democrazia delle Filippine è minacciata all’ascesa del “giustiziere” Rodrigo Duterte che dopo essere stato eletto presidente nel 2016 ha lanciato un’arbitraria crociata contro il traffico di droga che ha causato migliaia di esecuzioni sommarie, ha imposto lo stato d’emergenza e la legge marziale, ha messo sotto inchiesta alcuni oppositori e ha annunciato a inizio agosto l’intenzione di abolire tutti gli organismi nazionali che si occupano di diritti umani.

Proteste contro il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte.

Ansa

Dall’Asia all’Africa: 54 stati indipendenti che annoverano alcuni dei leader politici in carica da più anni. Il decano mondiale dei dittatori è Teodoro Obiang che ha assunto il potere nella Guinea Equatoriale con un golpe nel 1979 e da allora non l’ha più abbandonato. Su di lui negli anni sono circolate storie di crudeltà e cannibalismo. Ha 75 anni per molti è vicina la successione del figlio omonimo, detto Teodorìn, amante dell’hip-hop e della bella vita (raccontata sul suo profilo instagram privato). Ha fondato un’etichetta hip-hop. Ha prodotto l’album di un artista chiamato Won-G, al secolo Wondge Bruny, figlio di un militare che faceva parte della cricca del dittatore haitiano "Baby Doc" Duvalier.

YACHT DA 800 MILA DOLLARI AL MESE. Teodorìn ha avuto una relazione con la rapper Usa Eve, con l’attrice Tamala Jones e la playmate Lindsey Evans. Ha uno yacht per cui paga 800 mila dollari al mese di manutenzione. Avrebbe investito 3 milioni e 200 mila dollari in memorabilia appartenute a Michael Jackson, tra cui il celebre guanto di cristallo. Attualmente è stato messo sotto processo in Francia per corruzione.

Il presidente del Ruanda Paul Kagame.

In Gabon la famiglia Bongo Ondimba detiene il potere dal 1968, prima con il padre Omar, morto nel 2011 e ora con il figlio Ali, nelle tasche di famiglia è finito il 25% del Pil dello Stato.

MUGABE DITTATORE IMPUNITO. Robert Mugabe, 93 anni, guida lo Zimbawe dal 1987. I suoi ripetuti crimini contro l’umanità, riconosciuti da più organismi internazionali, sono rimasti impuniti. Di lui Nelson Mandela disse che «disprezza le persone che lo hanno messo al potere e pensa di avere il privilegio di tenersi il suo ruolo per l’eternità». Ma in Africa il suo esempio è seguito da altri come Sudanese Omar al-Bashir, in carica dal 1989 e responsabile del genocidio in Darfur.

SENZA LIBERTÀ 91 STATI NEL MONDO. Intanto in Egitto al Sisi ha inaugurato una dittatura del tutto simile a quella del suo predecessore Mubarak, in Congo il presidente Joseph Kabila ha rimandato le elezioni di due anni e in Ruanda il presidente Paul Kagame, al potere dalla fine del genocidio del 1994, ha vinto le elezioni con 98,79% dei voti estendendo la possibilità di rimanere in carica fino al 2034. Il giro del mondo in 91 dittature. Tanti infatti sono i regimi senza piena libertà secondo il Democracy Index. E il numero sembra destinato a crescere.

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