Arrivano 58mila assunzioni nella scuola
BASSA MAREA
20 Agosto Ago 2017 1400 20 agosto 2017

Scuola, la migliore riforma è fermare le riforme per 5 anni

Quelle più citate non sono mai entrate in vigore perché il ministro successivo le ha abolite prima che diventassero esecutive. È la prassi nel nostro Paese: cambiare tutto per non cambiare nulla.

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Un’occasione perduta. La signora Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca, ha perso una magnifica occasione per annunciare l’unica vera riforma di cui il sistema scolastico italiano, dalle elementari all’università, ha veramente bisogno: un congruo numero di anni, almeno 5 diciamo, senza riforme, salvo lo smantellamento o raddrizzamento di situazioni urgenti dovute a pasticci pregressi.

CINQUE ANNI DI SPERIMENTAZIONE. Invece la ministra ha confermato nei giorni scorsi la sperimentazione per 100 classi su tutto il territorio nazionale del ciclo delle superiori che scenderà da 5 a 4 anni. A programma invariato, sembra o si dice. I nuovi tempi abbreviati scatteranno, per le 100 classi sperimentali prescelte, con le prime (ragazzi di 13-14 anni) nell’anno scolastico 2018-19. Nel 2023 si vedrà come è andata e se ha funzionato (ma c’è mai una sperimentazione che non funziona nella scuola italiana?). Se sì, tutti i licei, tutti gli istituti tecnici, tutte le scuole superiori di ogni tipo, anche le vecchie magistrali che hanno ondeggiato a lungo anche in tempi lontani fra i 4 e i 5 anni e si chiamano adesso Liceo delle scienze umane e sono quinquennali, saranno quadriennali.

La scuola italiana da oltre 40 anni subisce una “riforma continua”

L’obiettivo è diplomare i ragazzi a 18 anni e non come oggi, in genere, a 19, ed era previsto dalla riforma del ministro Luigi Berlinguer (febbraio 2000). In vari Paesi, anglosassoni soprattutto, le superiori durano 4 anni. Ma altrove a volte 5, come da noi. Spesso poi, a differenza dell’Italia, l’accesso alle università migliori avviene solo per esame, a volte durissimo, come in Francia o in Giappone e altrove. Tutti se hanno i soldi necessari vanno all’università negli Stati Uniti, ma a Harvard, Yale, Princeton e simili si iscrivono solo i figli degli ex allievi e quelli dei più generosi donatori alle casse universitarie. Oppure i bravissimi, anche se per decimazione (cioè uno su 10 tra i bravissimi) rispetto alle domande di iscrizione e una volta superato il test. Ma sono le caratteristiche complessive del sistema che vanno valutate, perché non è detto che scendere a 4 anni in Italia in un sistema tarato sui 5 anni sia ininfluente sulla qualità media degli studenti.

QUARANT'ANNI DI RIFORMA CONTINUA. La riforma Berlinguer, da ricordare nel dossier nutrito di riforme fatte o mancate che fa della scuola italiana da oltre 40 anni una “riforma continua”, prevedeva due cicli: uno di sette (elementari e medie) e uno di cinque. Dodici anni in tutto e non i tradizionali e attuali 13, eliminando il più possibile le barriere tra una tipologia di istituto e l’altra, con l’obiettivo dichiarato di uscire definitivamente dal “modello classista” della riforma di Giovanni Gentile (1923). Un aspetto discutibile di quella riforma, l’esame di ammissione alle medie a 10-11 anni (chi non lo faceva o superava andava all’Avviamento professionale, che non precludeva l’accesso agli Istituti e quindi alle Facoltà di settore) venne tolto dal centrosinistra nel 1962, con la nascita della media unica. Fu giusto farlo perché troppo spesso la scelta su chi mandare a sostenere l’esame di ammissione dipendeva più da criteri sociali (il tipo di famiglia) che dal merito scolastico del bambino in 5° elementare. Ma forse sarebbe stato più giusto spostarlo alla fine della media unica, e non per i soli licei, ma anche per gli Istituti. Incominciava però la stagione in cui le parole “esame” e “selezione” sapevano di rancido.

Vari tentativi sono stati fatti in anni recenti per chiamare tutte le superiori liceo, riforma Berlinguer compresa, così le mamme sono contente e possono dire «mio figlio va al liceo», ma allo stato dell’arte la scuola italiana segue la riforma Gelmini del dicembre 2008 ed è strutturata, alle superiori, in licei, istituti tecnici e scuole professionali. La cosa buffa delle riforme scolastiche italiane, troppe, è che quelle più citate non sono mai entrate in vigore perché il ministro successivo le ha abolite prima che diventassero esecutive. Così la riforma Berlinguer ancora su carta fu abolita nel 2003 dalla riforma Moratti, che fu abolita nel 2006 dal ministro Giuseppe Fioroni, le cui innovazioni vennero reinterpretate e quindi abolite dalla riforma Gelmini, a pieno regime dall’anno scolastico 2014-2015. Adesso si torna a Berlinguer.

I PROGRAMMI NON SONO TUTTI DA BUTTARE. «Credo che il problema di fondo di tutta la scuola italiana, dalle superiori all’università, e ben da prima dell’arrivo dell’attuale ministro, sia da qualche lustro l’incertezza delle norme, grandi e piccole, per cui si vive in un clima di provvisorietà che non aiuta la formazione», dice il professor Alberto Rotondi, direttore del Dipartimento di Fisica a Pavia. «Avere regole certe e stabili è invece per la scuola una necessità prioritaria». Sulla bontà di fondo dei programmi dei licei e dei gloriosi istituti tecnici di una volta, fabbrica dei centurioni del miracolo economico italiano, non dovrebbero esservi seri dubbi, per quanto vecchiotti e da aggiornare sempre, nei metodi soprattutto, e poi, in scienza e tecnologia, anche nella sostanza. Chi scrive, fatto in Italia liceo e università e passato poi a un biennio di studi di perfezionamento all’estero, ha sperimentato direttamente a suo tempo che la formazione del liceo italiano era alla base di alcune attitudini a creare sintesi e collegamenti che si sono rivelate poi, su un terreno e una materia in cui i compagni di corsi e seminari giocavano in casa (Storia Americana negli Stati Uniti), decisamente utili.

Si può anche sostenere che questo repechage dei 4 anni di Berlinguer è un attacco del peggior capitalismo alla scuola che insegna a pensare (il nobile liceo classico in prima fila, of course, oggetto di una “distruzione programmata”), per creare sempre più automi utili al sistema. Le teorie dei complotti sono sempre roboanti. Stando più terra terra, conviene guardare alla burocrazia ministeriale che non riesce a stare ferma e, per esercitare il proprio potere, ha bisogno sempre di riforme, commissioni di studio, sperimentazioni e circolari che aboliscono a settembre quello che era stato deciso a maggio, o meglio, sembrano confermare ma aboliscono e sembrano abolire ma confermano. Creando alla fine confusione. Essendo poi la burocrazia dell’istruzione fatta, per definizione, da intellettuali o equiparati, rischia di essere la peggiore. Per questo se la ministra Fedeli avesse proclamato dal palazzo di viale Trastevere: «Nuntio vobis gaudium magnum, per cinque anni niente riforme», avrebbe riscosso, soprattutto nel mondo della scuola ormai allo stremo per eccesso di riforme, un notevole plauso.

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