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25 Agosto Ago 2017 1210 25 agosto 2017

Sciopero dei prof universitari: le ragioni della (strana) protesta

A rischio i primi appelli degli esami autunnali. I motivi? Stipendi bloccati, contratti a ore, tagli alla ricerca. Ma i problemi sono (pure) altri: anzianità, favoritismi, precari. E manifestando così ci rimettono gli studenti.

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Per il 28 agosto 2017 i professori universitari hanno annunciato sciopero, negando così agli studenti il diritto a sostenere gli esami nella sessione autunnale. La singolare forma di protesta scelta dal "Movimento per la dignità della docenza universitaria" non prevede al momento né interruzioni dei corsi né cortei per le maggiori città italiane.

SALTA SOLO IL PRIMO APPELLO. Il disagio per gli studenti sarà comunque significativo, specie se la protesta proseguirà per due mesi, fino al 31 ottobre: anche se a saltare sarà solo il primo appello dei singoli esami (i firmatari della protesta si dicono disponibili a tenere regolarmente quelli successivi), il rischio è comunque veder slittare le sessioni di laurea o, peggio, finire fuori corso, con conseguente aumento della retta da versare.

La decisione di boicottare la sessione autunnale non aiuta certo la categoria dei professori universitari a farsi benvolere dall'opinione pubblica. Ritenuta una "casta", una corporazione autoreferenziale, inamovibile e dagli altissimi stipendi, dovrà ora fare i conti con le ricadute negative che questo tipo di sciopero, inevitabilmente, porterà con sé.

UN SISTEMA DA TEMPO MALATO. Eppure i motivi per protestare sono reali e contribuiscono a puntare un faro su un sistema, quello universitario, che non gode affatto di ottima salute e che si contraddistingue per la anzianità di servizio degli insegnanti, per la poca trasparenza nella selezione dei neodocenti e per le condizioni precarie dei ricercatori.

Gli studiosi con contratti di collaborazione a tempo determinato sono spesso retribuiti in maniera non soddisfacente.

1. Stipendi bloccati dal 2011 e contratti “a ore”: una protesta salariale

Il principale motivo dello sciopero ha natura economica e riguarda il congelamento degli scatti stipendiali al 2011. I ricercatori, a fronte di buste paga di 1.500-1.600 euro, sostengono che i colleghi di altri Paesi europei guadagnino anche 5 volte tanto.

RETRIBUITE SOLO LE LEZIONI. Stanno peggio i "professori a contratto", cioè inquadrati come collaboratori esterni, spesso con partita Iva: sono oltre il 25% del totale (il 41% nelle non statali) e sono pagati a ore (la media è sui 45 euro all'ora per contratti mediamente di 40 ore), ma la retribuzione coprirebbe solo le lezioni e non la correzione dei compiti e il ricevimento degli studenti. Molti lamenterebbero anche il fatto che le sessioni di esami vengano retribuite in via forfettaria.

ACQUISTI A CARICO DEI DOCENTI. I continui tagli ai fondi per la ricerca avrebbero poi fatto sì che in diversi atenei l'abbonamento alle riviste scientifiche, l'acquisto delle nuove edizioni dei libri e la partecipazione ai congressi internazionali sia a carico dei docenti. Con l'ovvia conseguenza che i più decidono di fare economia: si leggono sempre meno riviste e si partecipa solo ai convegni più vicini. A discapito della qualità della formazione e della ricerca.

I "professori a contratto" sono oltre il 25% del totale (il 41% nelle non statali) e sono pagati a ore.

2. Università anziana: su 12 mila prof i 40enni sono appena 66

Ma i veri problemi del mondo universitario continuano a riguardare le baronie. La classe docente italiana è la più anziana in Europa. Praticamente impermeabile alle nuove generazioni, conserva immutato il proprio monolitico aspetto di casta autoreferenziale, inamovibile e irriformabile.

NOVANTENNI IN CATTEDRA. È sufficiente scartabellare i dati forniti dal ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur) per scoprire che su 12.878 professori ordinari (la totalità del corpo docente al 31 dicembre 2015) i 40enni sono appena 66. I nati tra il 1976 e il 1980 sono 44, quasi quanto i professori che, all'epoca del campionamento, avevano tra i 93 e i 94 anni: 37.

ETÀ MEDIA: +7 ANNI DAL 1988. La schiera più folta si compone di giovanotti nati tra il 1942 e il 1946. Dal 1988 al 2015 l’età media è aumentata di quasi sette anni, giungendo a sfiorare i 53 anni.

L'università di Verona.

3. Persino il Senato indaga: rapporto sulla riforma del 2008

È sufficiente soffermarsi sul mero dato anagrafico per intuire che qualcosa non funziona. Il dubbio è venuto anche al Senato, che ha incaricato il proprio Ufficio valutazione impatto di stendere un rapporto sull'efficacia della riforma del 2008 che aveva come compito quello di aumentare la trasparenza nei concorsi universitari, diminuendo casi di nepotismo o di cattedre già assegnate ancora prima che iniziasse la selezione.

IGNORATI I CAMBIAMENTI EL 2010. Ciò che sorprende è che lo studio dell'Uvi, nonostante sia stato depositato il 24 luglio 2017, si concentra sulla sola riforma del 2008 e non tiene minimamente in considerazione gli effetti della legge n. 240 del 2010 (riforma Gelmini).

Il Senato ha stilato un rapporto sul funzionamento del sistema universitario.

ANSA

4. Come funziona l'ingresso: occorre un'abilitazione apposita

Per capire l'analisi dell'Uvi bisogna anzitutto aver chiaro i modi di ingresso nell'Università. Per diventare docenti occorre conseguire una apposita abilitazione (Abilitazione scientifica nazionale). Ma è un pezzo di carta privo di valore, dato che non garantisce alcuna cattedra e viene rilasciato al termine di un concorso che non prevede né numeri chiusi né graduatorie finali.

TUTTO DIPENDE DAI CONCORSI. Tutto ruota invece attorno ai concorsi banditi dagli atenei, che possono essere per ricercatori o per professori associati e ordinari. Nell'ambito dei ricercatori si distinguono le classi “A” e “B”: i primi sono lavoratori a progetto con contratti dalla durata triennale; i secondi hanno già un piede nella staffa degli associati, dato che possono diventarlo al conseguimento dell'abilitazione.

5. Nepotismo inestirpabile: nemmeno coi commissari casuali

Nel 2008 è stata varata una riforma che prevedeva la selezione casuale dei commissari, così da ridurre possibili favoritismi. Ha funzionato? Nel documento dell'Uvi si legge: «L’età media dei candidati alla posizione di ordinario è di 49 anni, e di 43 per quella di associato. Prima della riforma, il 23,9% dei candidati al ruolo di ordinario e il 22,6% a quello di associato erano interni, cioè concorrevano per posizioni bandite dal loro stesso dipartimento, mentre dopo la riforma la percentuale è scesa drasticamente: 17,2% e 18,7%».

CANDIDATI SCELTI INTERNAMENTE. Tuttavia la legge non ha sortito effetti concreti. Viene infatti sottolineato che «non si è modificata l’incidenza degli interni tra i vincitori: dal 54,1 al 53,4% per gli ordinari, dal 50,2 al 49,4% per gli associati. In pratica, un vincitore su due». E le conclusioni sono amare: «Nel complesso, la riforma del 2008 non sembra aver modificato la regola non scritta dei concorsi universitari italiani. Cioè che la sede che bandisce il concorso ha il diritto di scegliersi il candidato di suo gradimento, in molti casi coincidente con quello che già lavora presso la sede e che non sempre è il migliore».

L'università Bicocca.

6. Il bilancio di Anvur: pochi giovani e mal pagati

Dato che lo studio dell'Ufficio del Senato non prende in considerazione ciò che è accaduto dopo il 2010 (riforma Gelmini), per capire l'attuale stato di salute delle Università italiane occorre cercare altrove. Un aiuto può arrivare dall'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, che fornisce report biennali. Già nelle prime pagine del rapporto 2016 si denuncia una crescente «incertezza associata alle prospettive di carriera accademica; essa determina fenomeni preoccupanti quali l’abbandono da parte di molti dottori di ricerca e assegnisti che non possono permettersi lunghi periodi di insicurezza retributiva».

CAPACITÀ DIDATTICA INDEBOLITA. Mentre, con riferimento ai concorsi: «La tipologia predominante di bandi per professore universitario è quella con accesso riservato al personale interno all’istituzione e rappresenta il 50% dei concorsi analizzati. Segue la tipologia di concorso aperta a tutti, che rappresenta il 41,3%». E ancora: «Gli studiosi con contratti di collaborazione a tempo determinato, spesso retribuiti in maniera non soddisfacente, hanno permesso di sostenere gli accresciuti carichi di lavoro. Questo rappresenta un indebolimento della capacità didattica dell’intero sistema universitario». Insomma, anche l'Anvur ribadisce che i giovani sono pochi e mal pagati.

7. Il trend: diminuiscono gli ordinari, crescono i ricercatori

Secondo il rilevamento la composizione del corpo docente negli ultimi 10 anni ha subito un ribaltamento: prima del 2008 includeva molti ordinari, relativamente pochi associati e molti ricercatori, dal 2008 al 2013 la tendenza è stata invertita: pochi ordinari, un numero leggermente superiore di associati e molti ricercatori. Nel 2015 sono leggermente cresciuti gli associati e diminuiti i ricercatori. Inoltre si evidenzia che, nei fatti, la fruizione di un assegno di ricerca non equivale all'ingresso nella carriera accademica: su un totale di 44.345 assegnisti tra il 2009 e il 2015, solo il 7% risulta oggi abilitato alla qualifica di associato, lo 0,1% a quella di ordinario.

COSÌ A PAGARE SONO GLI STUDENTI. I motivi per scioperare insomma esistono, sono numerosi e riguardano tutti, perché intaccano anche la qualità dell'insegnamento nelle università. Tuttavia in molti non comprendono perché debbano essere gli studenti a pagare il prezzo più alto a causa della forma di protesta che si è deciso di attuare.

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