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MAMBO
7 Settembre Set 2017 1210 07 settembre 2017

Caro Mieli, di troppo realismo si muore

Ogni gesto politico difforme dalle scelte del Pd viene catalogato come perdente. Un modo di ragionare dettato dal piccolo cabotaggio, dalla rinuncia ai pensieri forti, dall’accomodamento. 

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Ad Articolo1 e ad altre formazioni di sinistra vengono impartite quotidiane lezioni di realismo. Ogni gesto politico difforme dalle scelte del Pd, si tratti di scelte di governo o di alleanze, viene catalogato come proprio di partito perdente, di formazione di testimonianza, più spesso di aggregato di gufi che hanno in odio Matteo Renzi. I nuovi estremisti, pensate un po’, sarebbero personaggi del calibro degli ultra-sinistri Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, eredi di Casarini e di Autonomia Operaia. A differenza dei loro precursori, però, i due sarebbero più repellenti perché non mossi da un ideale ma dalla voglia di tornare in parlamento. Questa è la sintesi degli editoriali di questi giorni, compreso quello di Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 7 settembre.

MODIFICARE I RAPPORTI DI FORZA. L’idea portante di queste condanne a mezzo stampa è che si corre il rischio di mettere in discussione l’assetto del potere (uso una parola antica, che Mieli può trovare nel bagaglio della sua gioventù extra-parlamentare). D’altra parte, come rivelò in tivù Marcello Sordi, la stessa “inchiestona” sulla Casta venne immaginata dalla direzione del Corriere della Sera per colpire la classe politica e favorire l’ascesa di Luca Cordero di Montezemolo. Ma questo è il passato. Come si dice: chi ha avuto ha avuto. Il presente ha, invece, un altro collegamento con il passato, ed è questo, a mio parere: il radicalismo non coincide con la molotov nelle manifestazioni, ma nella politica italiana, e in quella delle formazioni di sinistra, con la battaglia per modificare, a vantaggio di chi sta peggio, i rapporti di forza. Questa modifica, secondo l’esperienza concreta della politica italiana, non avrebbe dovuto portare a esperienze di tipo latino-americano ma a governi in grado di contribuire a dare al Paese uno sviluppo moderno, con scelte produttive immaginate all’altezza dei tempi, e dentro un quadro sociale in cui si sarebbe dovuto registrare un aumento delle tutele, un ruolo importante del sindacato, un governo di guida e di conciliazione, leadership responsabili alla guida di partiti veri.

In molti passaggi della storia italiana è andata così. Erano afflitti dal radicalismo, secondo la vulgata di oggi, Di Vittorio, Amendola, Lombardi e Nenni per tacere di altri dirigenti del Pci, del Psi, del vecchio partito d’azione e di aree cattoliche e laiche non corrotte dal realismo e dal politichese. Alle spalle della nuova sinistra c’è questo, qui il suo moderno radicalismo. Semmai questa sinistra deve sconfiggere il “governismo” che è dentro di sé , cioè l’idea che si cambia solo governando e che quando si governa si fa quel che si può. Mentre si cambia anche stando all’opposizione e quando si governa si producono strappi e ricomposizioni. Articolo 1 e le altre formazioni, seppure viziate da una polemica noiosa su Renzi, sono sospinte lungo questa trincea dal fatto che l’attuale partito di maggioranza della sinistra non ha alcuna idea di trasformazione del Paese, che nei suoi esponenti più significativi, prendi Marco Minnitti, prevale un realismo tragico e privo di umanità, che ha come obiettivo storico l’alleanza con il “nemico” Silvio Berlusconi, una volta che dopo il voto questi avrà scaricato Matteo Salvini. Fossi Mario Draghi comincerei a preparare la valigia per tornare.

LA RINUNCIA AI PENSIERI FORTI. Il realismo che viene proposto è dettato dal piccolo cabotaggio, dalla rinuncia ai pensieri forti, dall’accomodamento. Nessuno sembra rendersi conto che il Paese sta ancora molto male, che i suoi giovani sono fuori da tutto, che la destra avanza, che il razzismo è diventato fatto militante di popolo, che i “giornaloni” dedicano pagine e pagine alle zanzare assassine, ovviamente portate dai migrati, mentre i tanti Zonin che hanno distrutto l’economia italiana vivono la loro tranquilla esistenza senza pagare dazio. Di fronte a tutto questo l’unico realismo è ribellarsi. La sinistra italiana per la prima volta deve accelerare sulla ribellione per rendere praticabile il campo di gioco. Si parte da piccoli numeri, è ovvio. Ma non lo si fa in nome di una grande rivoluzione lontana come accadde nel ’21. Lo si fa perché bisogna dare un ruolo e un progetto alla sinistra liberandola dal realismo fatiscente di questi anni. Ci vorrà tempo, saranno anche necessari compromessi, persino con chi oggi sfotte e parla di gufi, ma è necessario che appaia chiaro che è in campo un altro progetto e che questa volta la partita è più grossa di quella che vogliono giocare alcuni leader dei media, direttori o ex direttori di grandi giornali compresi.

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