Migranti: agosto -18.100 arrivi del 2016
BASSA MAREA
10 Settembre Set 2017 1400 10 settembre 2017

Accogliere chi ha diritto ed è utile non è una bestemmia

La paura elettorale e di prestare il fianco a Salvini non aiuta ad affrontare lucidamente il problema dell'immigrazione. La cui soluzione passa dal criterio di selezione e da interventi mirati in Africa.

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Le paure elettorali schiariscono le idee, a volte, ed è la paura di fare un grosso regalo di voti alla Lega di Matteo Salvini e ai camaleontici ragazzi di Beppe Grillo che ha fatto fare al dibattito sui migranti in pochi mesi notevoli cambiamenti. A molti, a sinistra, resta il rammarico di aver dovuto pagare un prezzo al razzismo nazionale. E non sanno come catalogare il ministro dell’Interno Marco Minniti, al quale le credenziali di una vita a sinistra hanno consentito di prendere sui migranti decisioni che avrebbero portato al massacro un ministro non di sinistra. Efficace ministro dell’Interno, o nemico della fratellanza umana?

L'ILLUSIONE DI GUELFI E GHIBELLINI. Non è stato facile far emergere i criteri di fondo che, fatto salvo il dovere di accoglienza italiano ed europeo di quanti rientrano chiaramente nella categoria dei profughi così come definita dalle norme internazionali, dovrebbero regolare l’immigrazione e che rispondono a tre domande in particolare: chi, come, quanti. Massimo Livi Bacci, fra i massimi esperti mondiali di popolazione ed emigrazioni, docente emerito di Demografia a Firenze, all’epoca senatore del Pd, lamentava già anni fa la confusione italiana in materia e lo faceva tra l’altro in un articolo intitolato Riaprire il dibattito sull’immigrazione. Si era nell’anno di grazia 2010. «Strano Paese, l’Italia», esordiva Livi Bacci. «L’immigrazione è il fenomeno sociale più travolgente di questo secolo, ma il dibattito non decolla, rimane prigioniero di slogan di parte, di affermazioni apodittiche, privo di approfondimenti…». È l’eterna sciocca rivalità italiana di guelfi e ghibellini con i primi illusi di poter fermare con uno schiocco di dita gli immigrati e i secondi illusi di poter accogliere tutti. Ma con primo obiettivo reale non l’accoglienza in sé ma la dimostrazione della propria superiorità morale e della stupidità, o peggio, dei guelfi.

L’immigrazione è il fenomeno sociale più travolgente di questo secolo, ma il dibattito non decolla, rimane prigioniero di slogan di parte, di affermazioni apodittiche, privo di approfondimenti

Massimo Livi Bacci

Poi Livi Bacci metteva a confronto le preoccupazioni reali della popolazione (fino a che punto l’immigrazione cambierà il Paese?) osservando che «la risposta delle parti politiche e sociali più sensibili al tema appare insufficiente. Si argomenta: senza immigrazione l’economia soffre e con essa, alla lunga, anche la comunità, i servizi pubblici, il sistema di welfare. Giusta risposta, ma zoppa e asimmetrica. Il degrado della comunità è infatti immediatamente percepito e personalmente sofferto; l’economia, invece, è un’entità misteriosa e lontana, e del suo andamento, buono o cattivo, nessuno è certo di conoscere i fattori».

I TRE CRITERI DI ACCOGLIENZA. Era necessario per Livi Bacci riconoscere i criteri centrali che in tutti i Paesi progrediti hanno regolato le politiche migratorie: la selezione, cioè tra l’altro le «riserve geografiche» da dove possibilmente attingere; le politiche utilitarie, cioè i criteri di chi prendere, quelli tra l’altro che meglio soddisfano le necessità economiche e sociali del sistema ospitante; e le politiche umanitarie che determinano invece quando e chi si deve prendere indiscriminatamente, i rifugiati in sostanza, così come definiti dalle leggi. Ma quello della selezione è «un principio che molti tendono a respingere, avendo dell’immigrazione una visione di segno umanitario». Mentre «che un Paese abbia una politica migratoria utilitaria non è uno scandalo, anzi è la politica giusta da fare». Tutto invece in Italia, grazie anche a una certa ottica cattolica, è diventato una politica umanitaria.

IL PRINCIPIO DELL'UTILITÀ. Venivano poi da Livi Bacci osservazioni importanti sul basso numero di rifugiati che l’Italia fino ad allora accoglieva (erano altri i Paesi europei più richiesti, va detto) e che andava aumentato. E sulla necessità di rispondere «a una domanda non eludibile» che riguarda «non solo la dimensione dei flussi (“quanti” immigrati), ma anche la loro qualità, la loro capacità di far parte della società e di contribuire alla crescita». Il tutto all’insegna di una notevole generosità, che però da sola è una ricetta di confusione, perché vanno ammessi certo quelli la cui vita è in pericolo, ma il criterio di fondo è quello di ammettere coloro che sono utili alla società.

Quanto il dibattito, o meglio le invettive italiane da entrambe le parti, sia stato lontano da principi analoghi è sotto gli occhi di tutti. Ancora a inizio luglio le anticipazioni del libro di Matteo Renzi (Avanti, Feltrinelli) che definivano e definiscono come nostro dovere l’aiuto ai migranti «a casa loro» e non l’accoglienza sempre e comunque a casa nostra avevano sollevato un vespaio («parla come Salvini»). Oggi, due mesi dopo, si arriva a sostenere, da fonti sul versante politically correct della vulgata di sinistra italiana, la necessità forse di un «colonialismo solidale», di un tentativo appoggiato inevitabilmente da forze militari europee di salvare l’Africa dai suoi leader, e da se stessa.

IL BILANCIO DELL'INDIPENDENZA AFRICANA. Mah, già 20 anni fa, soprattutto in Francia, Paese che ha sempre avuto una politica africana più o meno sincera, si fece il bilancio a 30 anni circa dall’indipendenza e fu un bilancio disastroso. Ben poche scuole, ben poche strade, ben pochi ospedali erano sorti, ed erano aumentati a dismisura solo i conti in Svizzera delle classi dirigenti politiche, dedite quasi sempre al saccheggio. «Bisogna ricolonizzare l’Africa?», si chiedeva Le Monde. Da allora la stampa africana abbonda di solenni proclami contro il piano à peine voilé dei Paesi occidentali di rimettere piede in Africa. No pasaran, è la parola d’ordine. Il maliano Doumbi Fakoly, intellettuale scrittore e santone della religiosità autoctona africana, ha scritto che è «un complotto contro la gioventù africana» per privarla della sua terra e della sua identità.

AIUTARE L'AFRICA. MA COME? Intanto i migranti portati sulle coste del Mediterraneo dai trafficanti, veri signori dell’emigrazione sub sahariana, si ammassano in campi inumani non dissimili da quelli che con i soldi dell’Italia di Berlusconi gestiva Muammar Gheddafi. Che qualcosa di serio per l’Africa vada fatto è chiaro. L’Italia da sola non può molto e l’Italia ha fatto male a coltivare l’illusione che Lampedusa fosse «la porta dell’Europa». I numeri lo rendono impossibile. L’Europa per l’Africa potrà fare assai di più, ma sarà da fare nonostante la classe dirigente africana, e non è detto che gli europei sarebbero accolti dalle popolazioni africane, devastate da una terribile esplosione demografica che sta accelerando, come salvatori. Vogliamo salvare l’Africa? Rendiamoci conto che dovremmo salvare l’Africa da se stessa. Non sempre e non con tutti gli africani. Nel nostro giardinetto di casa poi l’avvicinarsi della tornata elettorale sta indicando che Laura Boldrini sostenitrice dell’accoglienza può essere accantonata, perché non porta voti, mentre Matteo Salvini paladino della non-accoglienza va neutralizzato in fretta. Se quanti la pensavano come Livi Bacci fossero stati ascoltati prima, non saremmo a questo punto.

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