Tortora
13 Settembre Set 2017 1800 13 settembre 2017

Giustizia lumaca in Italia: i casi più clamorosi

Mastella assolto dopo nove anni dalle accuse di concussione. Strage di piazza della Loggia senza verità, gli arresti sbagliati di Loren e Tortora, il processo sul rapido 904 da rifare. Le sentenze diventate Odissea.

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Sono passati nove anni e mezzo da quel 16 gennaio 2008 in cui l'allora Guardasigilli Clemente Mastella, finito sotto inchiesta con l'accusa di concussione, ritirò il suo appoggio e quello del suo partito, l'Udeur, all'esecutivo Prodi, determinandone la crisi. Si trattò di una delle cadute di un esecutivo più rovinose e rumorose della Seconda Repubblica: tra i responsabili vennero additati anche Fausto Bertinotti e Silvio Berlusconi. Gli osservatori più attenti, però, ricorderanno che Mastella era già entrato in aperto contrasto con la maggioranza nel 2007, a causa della nuova legge elettorale che «voleva fottere i partiti più piccoli». Ma il dato è un altro: quell'inchiesta ha comunque contribuito a terremotare una intera coalizione. Nel 2017 è arrivata la sentenza di primo grado. Un'assoluzione dopo nove anni e mezzo. Decisamente troppi.

DIRITTI DELL'INDIVIDUO CALPESTATI. Secondo il mantra dei politici, "le sentenze non si commentano ma si rispettano". A patto però che non arrivino dopo decenni. Nove anni per celebrare un primo grado non possono essere accettabili in uno Stato di diritto. Di mezzo ci sono i diritti fondamentali dell'individuo che, se innocente, ha tutte le ragioni a voler essere processato in tempi brevi per poter ripulire la propria immagine dalle accuse.

Silvio Berlusconi e Clemente Mastella.

Oggi Mastella, dopo un periodo di lontananza dalla vita pubblica, è tornato in politica ed è sindaco di Benevento. L'assoluzione lo riconsegna alla storia senza ombre. Nove anni e mezzo dopo è stata assolta anche la moglie, Sandra Lonardo, alla quale i giudici imposero i domiciliari. Casi eclatanti perché riguardano personaggi importanti.

«SERVIZI DEVIATI DIETRO LA MIA VICENDA». Ospite di Porta a porta, Mastella ha commentato così: «Io credo che dietro la mia vicenda non ci siano i giudizi ma i servizi. I cronisti ricevettero i file delle mie intercettazioni a Napoli da uno della prefettura. E questo la dice lunga». Parlando coi giornalisti dopo la registrazione della puntata ha aggiunto: «Ebbi la percezione che si fossero di mezzo i servizi segreti, magari deviati. E che vi fosse la volontà di far cadere quel governo». Davanti ai cronisti è arrivata anche la telefonata del Cav: «Avete sentito, mi ha chiamato Silvio Berlusconi per esprimermi solidarietà».

RISCHIO ACCANIMENTO SUI PIÙ DEBOLI. Ma la giustizia lumaca colpisce indiscriminatamente tutti e rischia di accanirsi sopratutto contro gli imputati più deboli che non possono affidare la propria difesa a schiere di legali. Quali sono stati gli altri ritardi eccellenti di un sistema che a tratti pare impazzito?

1. Strage di Piazza della Loggia: 43 anni per una verità che non soddisfa

Il 12 settembre 2017 la Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza con la quale, il 20 giugno, ha condannato in via definitiva all'ergastolo Carlo Maria Maggi come mandante e Maurizio Tramonte in qualità di esecutore materiale della strage di Brescia del 1974. Si legge: «Il compendio probatorio acquisito nei confronti di Maggi non lascia alcuno spazio per dubitare del suo ruolo organizzativo sul quale convergono non solo le dichiarazioni accusatorie di Tramonte e di Digilio, ma tutti gli altri elementi indiziari».

UN ITER DI 11 PROCESSI E 5 ISTRUTTORIE. A causa dei depistaggi, ci sono voluti 11 processi e cinque istruttorie per arrivare a individuare i responsabili della strage di piazza della Loggia del 28 maggio del 1974, che causò otto morti e 102 feriti. Oggi Maggi ha 80 anni e, a causa di gravi problemi di salute, probabilmente sconterà l'ergastolo ai domiciliari. Tramonte, ormai 65enne, è invece riparato in Portogallo dove è stato arrestato.

Le sentenze sulla strage di Piazza della Loggia hanno certificato l'apporto dei servizi segreti, senza però far luce sulle identità dei soggetti coinvolti

Già morti gli altri membri dell'organizzazione neofascista, come Ermanno Buzzi (assassinato in carcere), Carlo Digilio (si occupò degli esplosivi) e Marcello Soffiati (trasportò la bomba). Le sentenze hanno certificato l'apporto dei servizi segreti, senza però far luce sulle identità dei soggetti coinvolti.

«APPOGGIO CHIARO DI APPARATI DELLO STATO». Si legge nelle motivazioni redatte dalla Corte di Assise di Appello di Milano: «Carlo Maria Maggi, in relazione alla strage di Piazza della Loggia aveva la consapevolezza di poter contare a livello locale e non solo, sulle simpatie e sulle coperture, se non addirittura sull'appoggio diretto, di appartenenti di apparati dello Stato e ai servizi di sicurezza nazionale ed esteri». Dopo 43 anni, quindi, la verità consegnata alla storia è soltanto parziale.

2. L'arresto sbagliato di Sofia Loren: 31 anni per ammetterlo

Altro che galanteria: con la divina Sofia Loren la giustizia italiana ha impiegato oltre tre decenni per ammettere di aver sbagliato. Tutto iniziò nel 1980, quando il Fisco notificò all'attrice un avviso di accertamento per un reddito complessivo riferito al 1974 di 922 milioni di lire. Per quell'anno, infatti, Sofia Loren non aveva dichiarato proventi.

DETENUTA A CASERTA PER 17 GIORNI. L'attrice presentò allora una dichiarazione integrativa, ma anche quella fu contestata dall'erario, che procedeva per un ammontare maggiore. In un periodo in cui era impossibile dialogare con la pubblica amministrazione, per Sophia Loren, nel 1982, si aprirono le porte del carcere femminile di Caserta, dove restò per 17 giorni, con l’accusa di evasione fiscale.

NEL 2013 FU RICONOSCIUTO L'ERRORE. Nell'ottobre 2013, dopo 31 anni, la sezione tributaria della Cassazione ha ammesso il torto: quell'arresto non doveva essere eseguito. Amaro il commento dell'attrice: «Il miracolo della giustizia. Quando non ci credi più trova un modo di ridarti speranza».

Sophia Loren.

3. Il caso Tortora: la condanna di un uomo innocente

Quando si parla di mala giustizia, anche ai più giovani vengono in mente il volto del presentatore televisivo Enzo Tortora e le sue parole: «Dove eravamo rimasti?» pronunciate in tivù il 20 febbraio del 1987, alla fine di un calvario giudiziario durato cinque anni.

DIVENTÒ SUBITO UN EVENTO MEDIATICO. Tortora venne arrestato all'alba del 17 giugno del 1983 con le accuse di traffico di stupefacenti e associazione di stampo mafioso sorrette unicamente dalle false testimonianze di pentiti appartenenti alla Nuova camorra organizzata. Si trattò di un evento mediatico, anche perché dell'imminente arresto venne data notizia alla stampa prima che fosse eseguito.

L'opinione pubblica si divise tra colpevolisti e innocentisti. La questione animò anche il mondo politico: il Partito radicale arrivò a sostenere la candidatura di Tortora come parlamentare europeo. Ma il presentatore televisivo non usò mai lo scudo dell'immunità. Difficile per i giudici, in un clima simile, lavorare serenamente.

MORÌ DUE MESI DOPO ESSERE STATO SCAGIONATO. Nel 1985, a due anni dall'arresto, Tortora venne condannato a 10 anni. Un anno dopo arrivò invece l'assoluzione della Corte d'appello. Il 17 marzo 1988 la Cassazione scagionò in via definitiva Enzo Tortora, che morì due mesi più tardi.

NEL 2014 IL PM HA CHIESTO SCUSA ALLA FAMIGLIA. Nel 2014 il pm Diego Marmo ha dichiarato a Il garantista: «Ho richiesto la condanna di un uomo innocente con sentenza passata in giudicato. E adesso, dopo 30 anni, è arrivato il momento. Mi sono portato dietro questo tormento troppo a lungo. Chiedo scusa alla famiglia di Enzo Tortora per quello che ho fatto. Mi convinsi in perfetta buona fede della sua colpevolezza».

4. Il rapido 904: un processo da rifare

Ci sono cause che non finiscono mai e ce ne sono altre che devono ripartire dall'inizio. È il caso del processo d'appello per la strage del rapido 904 Napoli-Milano del 23 dicembre del 1984. Il solo imputato per l'eccidio delle "bombe di Natale" che costarono la vita a 17 persone è Toto Riina, la cui permanenza in carcere al 41-bis è stata recentemente messa in dubbio da una pronuncia della Cassazione.

COLPA DEL PENSIONAMENTO DI UN MAGISTRATO. Il processo però è destinato a saltare a causa del concatenarsi di due fattori: il pensionamento di un magistrato e le novelle della riforma Orlando che, recependo la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo impone, nel caso di appello del pubblico ministero avverso una sentenza di proscioglimento, di disporre la riapertura completa dell'istruttoria.

RIINA È 86ENNE, CARDIOPATICO E CON UN TUMORE. Dopo 33 anni si deve insomma escutere nuovamente tutti i testimoni, sulla base di ricordi sempre più sbiaditi. E siamo solo all'Appello, dunque la strada per arrivare alla sentenza definitiva è ancora lunga. In compenso Totò Riina, oggi 86enne, è cardiopatico e ha un cancro ai reni.

La mannaia della prescrizione: l'unica cosa accelerata

E poi c'è la mannaia della prescrizione, accelerata - solo lei - nel corso degli anni e dei governi. Oggi ha gioco fin troppo facile nell'intervenire di continuo su una giustizia in un simile stato catatonico. Secondo gli ultimi report, nel 2015 sono stati 132.739 i processi prescritti, un dato che ha battuto anche il record negativo del 2014.

QUASI UN PROCEDIMENTO SU DUE "A RISCHIO". E la situazione non migliora, lo dicono i dati del ministero della Giustizia: nelle Corti d'appello quasi un processo su due è “a rischio Pinto” (cioè risarcibile secondo la legge Pinto sulla giacenza patologica). Se nel 2014 nei tribunali il dibattimento di fronte al collegio durava in media 672 giorni, nel 2016 sono stati toccati i 707 giorni. Se nel 2014 la Corte d'appello impiegava 898 giorni (due anni e mezzo) per arrivare a sentenza, nel 2016 in media ne sono occorsi 901.

IL GOVERNO CI PROVA CON NUOVE ASSUNZIONI. Il censimento sullo stato di salute della giustizia penale del 2015 a opera del ministero ha individuato il collo di bottiglia della giustizia italiana in cinque Corti d'appello sulle quali grava oltre la metà dei processi pendenti: Napoli, Roma, Torino, Bologna e Venezia. Il governo ha risposto assumendo mille nuovi cancellieri e 360 nuovi magistrati, cui si aggiungeranno presto gli altri 320 vincitori del concorso del 2017 ed è intervenuto riformulando le norme sulla prescrizione. Per vedere i primi risultati occorreranno anni. Ma la giustizia italiana, si sa, non ha fretta.

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