Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare

Emergenza migranti

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13 Settembre Set 2017 2100 13 settembre 2017

Trust fund per l'Africa, dall'Italia metà dei contributi dei Paesi Ue

Per la Commissione è uno degli strumenti chiave per governare la sfida migratoria. Finanzia rimpatri e messa in sicurezza delle frontiere. Roma ha investito 82 milioni di euro. Gli altri briciole. La sproporzione.

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Nei programmi delle istituzioni europee è destinato a diventare uno degli strumenti principali della politica sui migranti, tutta proiettata sul contenimento dei flussi a partire dai Paesi origine. E non a caso nel suo discorso sullo Stato dell'Unione Jean-Claude Juncker ha chiesto ai Paesi Ue di stanziare più fondi per alimentarlo. A oggi nell'Eu Emergency trust fund for Africa l'Unione europea ha già impegnato oltre 2 miliardi di euro da investire nei Paesi africani da dove i flussi migratori partono, un miliardo per le nazioni del Sahel. L'80% dei finanziamenti arrivano dall'European Development Fund, la storica fonte di finanziamento per le attività di cooperazione europee in Africa e nei Paesi caraibici. La differenza è che l'Eu Emergency trust fund for Africa è stato pensato ad hoc per fermare o diminuire il fenomeno migratorio.

CREARE OPPORTUNITÀ ECONOMICHE. Per ognuno dei 28 Paesi che ospitano uno dei suoi 177 progetti, affianca a iniziative per la creazione di opportunità economiche alternative alle economie basate sulla diaspora o il traffico di profughi e per la stabilizzazione delle aree di conflitto da cui i rifugiati scappano, anche piani di rimpatrio, di gestione delle frontiere e istituzioni dei registri biometrici della popolazione. In Burkina Faso per esempio 33,3 milioni vanno alla sicurezza e al rafforzamento dei controlli di confine e 45,2 per le altre iniziative. In Mali su 140 milioni di euro di investimento, 69, praticamente la metà, saranno utilizzati per il reintegro dei migranti e per le frontiere.

UNA DELLE CHIAVI PER LA CRISI MIGRANTI. Alcune organizzazioni non governative vedono nel piano la trasformazione della cooperazione per lo sviluppo in uno scambio politico, con i Paesi africani che ottengono aiuto in cambio del blocco dei migranti. E tuttavia la Commissione europea è convinta che questa possa essere una delle chiavi, se non la chiave, per risolvere quella che viene definita la crisi migratoria. A fine agosto l'Alto rappresentante per gli Affari Esteri dell'Unione europea, Federica Mogherini, il cui ex capo di gabinetto guida oggi proprio la direzione generale cooperazione, ha citato l'esempio di Agadez per dimostrare l'efficacia del progetto. Nella regione settentrionale del Niger, che è la porta di ingresso alla Libia, a maggio 2016 erano passati 72 mila migranti, nello stesso mese del 2017 7 mila. E non a caso il primo Stato che investe nel fondo è l'Italia. O meglio Roma, da sola, ha investito la metà dei soldi messi a disposizione dagli Stati Ue.

I fondi per il Trust fund per l'Africa (quelli impegnati e effettivamente ricevuti)
Italia 102,000,000 82,000,000
Germania 51,000,000 13,000,000
Olanda 16,362,000 13,362,000
Belgio 10,000,000 6,000,000
Danimarca 6,001,920.61 6,001,920.61
Austria 6,000,000 3,000,000
Finlandia 5,000,000 5,000,000
Svizzera 4,100,000 3,600,000
Norvegia 3,593,344 3,593,344
Lussemburgo 3,100,000 3,100,000
Francia 3,000,000 3,000,000
Spagna 3,000,000 3,000,000
Svezia 3,000,000 3,000,000

Il totale non è certo molto rispetto alle possibilità degli Stati europei, Italia compresa: il loro contributo è di poco più di 100 milioni realmente stanziati e di 200 milioni impegnati formalmente. Il nostro Paese ha investito 82 milioni di euro, sui 102 promessi. La Germania, che è il secondo contributore, e che chiaramente è il Paese che assieme all'Italia più crede nel progetto, si è fermata a 51 milioni di euro impegnati. L'Olanda e il Belgio rispettivamente a 16,3 e 10 milioni. E poi ci sono 6 milioni da parte di Danimarca e Austria, 5 da parte della Finlandia. I Paesi che oltre a noi dovrebbero essere più interessati al dossier, per geografia o per vicinanza storica e interessi politici, cioè Spagna e Francia, si fermano ad appena 3 milioni. Tanto quanto la Svezia, mento della Svizzera e della Finlandia. Meno anche della città Stato del Lussemburgo.

Parigi, certo, è impegnata militarmente nella stabilizzazione del Mali e nella lotta al jihadismo nel Sahel. Ma dopo l'asset ufficiale del presidente della Commissione europea, il governo italiano andrà in pressing sugli altri Paesi perché aprano il portafoglio e scommettano in quella che per Roma ma anche per l'esecutivo europeo potrebbe diventare una delle risposte "strutturali" alla crisi. Quella peraltro che, per chi sostiene l'efficacia del progetto, andrebbe nella direzione auspicata dai leader degli Stati Ue: diminuire i migranti alla partenza, tenerli alle frontiere esterne dell'Unione. La prima occasione è il vertice degli Affari interni del 14 settembre, a cui è atteso il ministro degli Interni Marco Minniti.

L'ITALIA AL CENTRO DELLE ACCUSE SULLA LIBIA. Il nostro esecutivo, del resto, è particolarmente motivato a premere per la riuscita del progetto. Vorebbe dire far calare i flussi che entrano in Libia, pronti a nutrire una industria dell'estorsione, della detenzione, della tortura, capace di attirare su Roma le critiche delle organizzazioni non governative e dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite. L'Italia, appoggiata su questo fronte dalla Commissione, si sta muovendo anche per far tornare l'Onu sul terreno libico e all'interno dei campi. Il primo passo per rendere l'intervento umanitario più sicuro sarebbe il ritorno della missione europea che oggi opera in Tunisia all'interno dei confini del Paese: un'ipotesi che sembra sempre più vicina.

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