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15 Settembre Set 2017 2010 15 settembre 2017

Consip, perché il Capitano Ultimo è un nemico scomodo per Renzi

Volano stracci tra il segretario Pd e il colonnello De Caprio. Custode di delicatissimi segreti della Repubblica. Cresce il rischio di una campagna elettorale infuocata. I timori di Mattarella.

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Matteo Renzi contro il Capitano Ultimo, al secolo Sergio De Caprio. Il segretario del Partito Democratico contro un colonnello dei Carabinieri tra i più stimati per la sua carriera, sia all'interno dell'Arma che dai cittadini, grazie anche alla fiction televisiva che ne immortalò le gesta, in particolare quella dell'arresto del boss mafioso Totò Riina. Ha i tratti di una sceneggiatura da romanzo di John Le Carrè, tra spie e apparati dello Stato in guerra tra loro, lo scontro sul caso Consip, l'inchiesta della magistratura che ha travolto sia la famiglia dell'ex presidente del Consiglio sia i vertici stessi della Benemerita, con indagini a carico dell'attuale numero uno Tullio Del Sette e del comandante della legione Toscana Emanuele Saltalamacchia. Ma è una battaglia che rischia di ritorcersi contro l'ex presidente del Consiglio, perché Ultimo non è un nemico qualsiasi. È custode di diversi segreti della Repubblica e potrebbe rivelare sorprese nel futuro.

L'AUDIZIONE DELLA DISCORDIA. In parlamento, tra le fila del Pd, c'è chi parla di «colpo di Stato», «di atti eversivi» contro Renzi. Si presentano interrogazioni parlamentari, ma si muovono anche i ministri, con quello della Difesa Roberta Pinotti che ha chiesto che le «affermazioni» di Ultimo vengano valutate dall'Arma. È il finale di una giornata tra le più convulse e che preannuncia una campagna elettorale infuocata, con il processo Consip ancora in corso e soprattutto la commissione d''inchiesta sulle banche ai nastri di partenza: non sarà un autunno facile per il Giglio magico renziano. Questa volta il motivo delle polemiche è la pubblicazione sui quotidiani dell'audizione del procuratore di Modena Lucia Musti che nel settembre del 2016, quando indagava sullo scandalo della cooperativa Cpl Concordia, parlò con il maggiore Giampaolo Scafarto e con lo stesso Ultimo di inchieste che avrebbero potuto arrivare a Renzi. Musti nel corso della sua audizione, lo scorso 17 luglio davanti alla prima commissione del Csm, ha puntato il dito contro i carabinieri, in particolare contro l’ex capitano del Noe Scafarto e il colonnello De Caprio, con cui aveva collaborato in occasione di uno stralcio dell’inchiesta Cpl Concordia.

DE CAPRIO RESPINGE LE ACCUSE. Proprio su una fuga di notizie del luglio 2015 nell’ambito di questa inchiesta, portata avanti a Napoli dal pm Henry John Woodcock, sta indagando il Csm. Galeotta fu la famosa telefonata tra Renzi e l’ex numero due della Guardia di Finanza, il generale Michele Adinolfi, in cui il segretario del Pd allora parlava in termini poco lusinghieri dell’ex premier Enrico Letta. In occasione della consegna di quello stralcio la procuratrice ha fatto sapere che Ultimo le avrebbe detto: «Lei ha una bomba in mano, se vuole la può fare esplodere». Per Musti parole di carabinieri «esagitati». Non si è fatta attendere la risposta del colonnello De Caprio che ha respinto le accuse e anzi ha incaricato l’avvocato Francesco Romito «di agire nelle sedi competenti contro le persone e gli organi di stampa che mi attribuiscono cose che non ho mai detto e azioni che non ho mai compiuto».

I legali del maggiore, invece, hanno replicato spiegando di non aver ricevuto a distanza di un anno alcuna notifica di reato dal tribunale di Modena, mentre il capitano Ultimo, che nel 2016 lavorava già all'Aise (il servizio segreto esterno, ndr) ha spiegato all'Ansa di non aver mai svolto indagini per fini politici. Anzi. Ha parlato di «linciaggio mediatico» - «Non ho mai parlato di Matteo Renzi né con la dottoressa Musti né con altri» - e aggiunto un paio di postille velenose, tra cui il fatto che «la dottoressa Musti è stata supportata in tutto quello che ci ha liberamente richiesto, compresa la presenza del capitano Scafarto a Modena, compreso il fatto di non informare delle indagini il comandante provinciale dei carabinieri di Modena e la prefettura perché li considerava collusi con le cooperative rosse su cui da tempo indagava autonomamente». Parole che rischiano di trascinare l'Arma in una nuova guerra, perché indirettamente De Caprio tira in ballo Stefano Savo, che se ne andò via da Modena due mesi dopo di quel colloquio, promosso dal ministero della Difesa ai vertici della Legione Veneto dell'Arma.

RIPERCUSSIONI SULLA CAMPAGNA ELETTORALE. È una guerra che si consuma nelle aule di tribunale, ma che rischia di abbattersi anche sull'imminente campagna elettorale. Non è un caso che si faccia notare in ambienti parlamentari la preoccupazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con l'ex presidente del Consiglio che parla apertamente di tradimento dello Stato. «Se un carabiniere falsifica prove», ha detto Renzi in un incontro a Milano organizzato dal quotidiano Il Foglio, «se un agente dei servizi segreti si intrufola dove non dovrebbe e c'è chi usa un presunto scandalo contro un esponente delle istituzioni, la verità prima o poi arriva. Hanno provato a colpire me ma verrà colpito chi ha tradito il senso dello Stato». Eppure il processo a carico dei protagonisti di Consip continua.

Henry John Wookcock.

ANSA

In ogni caso i verbali del Csm sono stati ben tenuti dentro i cassetti fino al patteggiamento del dirigente Consip Marco Gasparri, grande accusatore di Romeo. Poche ore prima della pubblicazione sui giornali degli estratti della procuratrice Musti, Gasparri aveva patteggiato una pena di un anno e otto mesi: «Ho preso 100 mila euro nell’arco di quattro anni per informare Alfredo Romeo sulle gare bandite da Consip», tra cui la gara FM4 da 2,7 miliardi di euro, aveva detto Gasparri davanti gip Gaspare Sturzo. Il 14 settembre scorso il patteggiamento davanti al giudice dell’udienza preliminare di Roma Rosalba Liso.

LA POSIZIONE DI WOODCOCK VERSO L'ARCHIVIAZIONE. Nell’ultima settimana intanto è andata verso l’archiviazione la posizione di Woodcock riguardo la presunta rivelazione d’ufficio che avrebbe permesso le prime indiscrezioni sui giornali sull’inchiesta della centrale degli acquisti della Pubblica Amministrazione, mentre la stessa accusa si è aggiunta a carico di Scafarto: la procura di Roma gli ha notificato un nuovo avviso di garanzia (il precedente riguardava l’accusa di aver manipolato una informativa a carico di Tiziano Renzi) in cui si ipotizza un passaggio illecito di notizie a Giacomo Amadori de La Verità riguardanti gli stralci di un interrogatorio del sindaco Pd di Rignano sull’Arno Daniele Lorenzini.

UN PUNTO A FAVORE DELL'ACCUSA. Nonostante tutto, il caso Consip, al di là di cerchi magici e rivelazioni di segreti d’ufficio, non è destinato a sgonfiarsi, anzi. Il tribunale del Riesame lo scorso 12 settembre ha confermato l’esistenza di gravi indizi a carico di Alfredo Romeo, «sostanzialmente riconducibili alle dichiarazioni accusatorie di Marco Gasparri oltre che al materiale cartaceo rinvenuto». Le indagini non sono dunque state inficiate dall’intercettazione telematica che i legali di Romeo avevano bollato come un abuso da parte della procura di Roma. Allo stesso modo il Riesame ha sottolineato come siano sì venuti meno alcuni presupposti per mantenere in carcere lo stesso Romeo (uscito lo scorso 16 agosto, ndr) ma che la tenuta del quadro indiziario è confermata. E il patteggiamento di Gasparri segna inevitabilmente un punto a favore dell’accusa.

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