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L'America di Trump

Asino
15 Settembre Set 2017 0810 15 settembre 2017

Dem Usa nel caos: scontri, zero strategie e il ritorno di Hillary

Dopo il flop alle elezioni 2016, il Partito democratico non riesce a trovare una linea politica. Liti fra centristi e "sandersiani", ricomparsa della perdente Clinton e accordo con Trump sul debito: i temi divisivi.

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A 10 mesi dalla batosta elettorale del novembre 2016, il Partito democratico statunitense non sembra ancora aver trovato una strategia politica efficace per uscire dallo stallo in cui è piombato. La faida intestina tra la corrente centrista e quella "sandersiana" non accenna a placarsi: con la prima che teme una deriva di stampo socialista e la seconda che chiede una decisa sterzata a sinistra in termini programmatici.

SOLO BARRICATE ANTI-DONALD. II presidente del partito, Tom Perez, non sembra ancora riuscito a elaborare una linea politica complessiva che vada al di là delle pure e semplici barricate anti-Trump. E non sarà un caso che i pochi appuntamenti elettorali del 2017 si siano rivelati autentici flop per il Partito dell'Asinello.

HILLARY, VELENO CONTRO TUTTI. In questo contesto caotico è venuto a inserirsi il ritorno di Hillary Clinton. Complice la presentazione del suo ultimo libro What happened, l'ex first lady è tornata alla ribalta, accusando neppure troppo velatamente Donald Trump di aver vinto le Presidenziali in modo scorretto e con il fondamentale aiuto del Cremlino: ovviamente, oltre al magnate, al centro dei suoi attacchi figurano il presidente russo, Vladimir Putin, e l'ex direttore dell'Fbi James Comey (“colpevole” di aver riaperto l’inchiesta sulle email a pochi giorni dalle elezioni).

A ben vedere, il bersaglio contro cui Hillary si scaglia con maggiore acrimonia è proprio il vecchio Bernie Sanders: reo, secondo lei, di averle conteso la nomination democratica. Proprio lui, sostiene l'ex first lady, che non è mai stato un democratico e che non avrebbe fatto altro se non picconare proditoriamente l'Asinello.

SCONFITTA NON METABOLIZZATA. Un piagnisteo in grande in stile insomma, quello di Hillary. Fatto da una donna che forse non si è resa ancora conto di aver perso le elezioni per il suo programma anacronistico, per le contraddizioni politiche e per l'opacità di alcuni suoi affari (dai legami con Wall Street agli intrallazzi della fondazione di famiglia).

CLINTON CI RIPROVA NEL 2020? Una donna che dovrebbe finalmente farsi da parte per il bene del partito. E che invece si ostina a restare, a suon di accuse e recriminazioni. Tanto che, secondo qualcuno, il suo rinnovato protagonismo potrebbe celare addirittura qualche ambizione per le Presidenziali del 2020. Un'ipotesi tuttavia non troppo concreta. È abbastanza improbabile infatti che l’Asinello voglia puntare per la terza volta su un candidato perdente.

Bernie Sanders.

Da qualche tempo sono già iniziate a fioccare le prime ipotesi di candidatura per le Presidenziali. Qualcuno pensa che Sanders potrebbe riprovare. Un'idea suggestiva, anche se è abbastanza difficile possa accadere, vista la sua età avanzata (nel 2020 avrebbe 79 anni). Sempre restando nell'ambito della sinistra dem, un altro nome che circola con insistenza è quello della senatrice Elizabeth Warren. Il punto è che però anche nel 2016 la sua candidatura era data come papabile, salvo poi non concretizzarsi.

WARREN SENZA FINANZIAMENTI. Pur avendo un discreto seguito a livello popolare, la Warren sconta l’assenza di grandi finanziamenti alle spalle. Vedremo quindi se questa eterna promessa della politica americana sceglierà finalmente di scendere in campo o se si accontenterà ancora una volta delle battaglie di principio.

BIDEN, IL VECCHIO CHE AVANZA. Sul fronte del centrosinistra poi un altro nome che torna a essere particolarmente gettonato è quello dell'ex vice presidente Joe Biden: non esattamente sinonimo di freschezza, vista l'età e il fatto che sia già risultato sconfitto in occasione delle Primarie democratiche del 1988 e del 2008.

Elizabeth Warren.

Le new entry comunque non mancano. Innanzitutto sembra che stia scaldando i motori il governatore di New York, Andrew Cuomo. Vicino all’establishment dell'Asinello, si è sempre caratterizzato tuttavia per posizioni fortemente liberal (soprattutto in tema di diritti civili e sociali). Ragion per cui, secondo molti, potrebbe essere il candidato giusto per compattare le litigiose anime del Partito democratico.

CUOMO CANDIDATO "DINASTICO". Il punto tuttavia è che la sua vicinanza alle classi sociali altolocate potrebbe azzopparlo seriamente. Senza poi contare che i politici vicini a grandi dinastie non siano oggi visti con troppa simpatia dall’elettorato statunitense. Un problema con cui Andrew potrebbe ritrovarsi a che fare: non solo è infatti il figlio di Mario Cuomo (famoso e potente governatore dello Stato di New York negli Anni 80). Ma è stato anche sposato con la figlia di Bob Kennedy, Kerry. Un intreccio famigliare molto stretto che potrebbe costargli l'accusa di “candidato dinastico” (come già accaduto a Hillary Clinton e Jeb Bush nel 2016).

SPUNTA IL PRONIPOTE DI JFK. D'altronde, sempre restando dalle parti della famiglia Kennedy, pare che possa essere interessato a una discesa in campo Joe Kennedy. Classe 1980, è un avvocato, attualmente membro della Camera dei rappresentanti. Si tratta del pronipote di Jfk. Secondo alcuni analisti anche lui potrebbe essere in grado di compattare il partito, soprattutto per la giovane età e la popolarità di cui gode. Eppure, anche in questo caso, non è affatto chiaro in che modo possa pesare la sua appartenenza famigliare qualora decidesse di correre per la Casa Bianca.

Hillary Clinton con Andrew Cuomo.

In tutto questo, l'appuntamento elettorale più vicino resta comunque quello delle elezioni di medio termine in programma nel 2018. E anche qui il Partito democratico non sembra ancora aver trovato una strategia chiara. Tanto che, al momento, è abbastanza improbabile che riesca a riconquistare la maggioranza in almeno una delle due Camere. Eventualità che, qualora si verificasse, risulterebbe un gravissimo danno di immagine: soprattutto in un momento in cui i repubblicani sono tra loro più divisi che mai tra lotte e guerre fratricide.

ALLEANZA DEM CON IL "NEMICO". Una grande novità sul fronte dem sembra essere l'improvvisa "alleanza" nientemeno che con l'acerrimo nemico, Donald Trump. Il presidente ha infatti raggiunto al Congresso un accordo con i dem per una estensione dell'aumento del tetto del debito fino a metà dicembre, evitando così il rischio di default.

FIBRILLAZIONI TRA I REPUBBLICANI. L'idea sarebbe inoltre quella di arrivare a eliminare del tutto lo stesso tetto (istituito nel 1917, nel corso della Prima guerra mondiale). Un progetto ha incontrato il parziale favore dell’Asinello, ma ha prodotto le reazioni ostili di moltissimi repubblicani a partire dallo speaker della Camera, Paul Ryan.

Il presidente Donald Trump.

ANSA

Nel Grand old party (Gop) si teme che una simile misura possa aggravare pesantemente il già cospicuo debito pubblico statunitense. Trump sembra però convinto del fatto suo.

DELICATO CASO DEI DREAMERS. Ed è stata la prima volta che per portare avanti un provvedimento apre in modo tanto eclatante all'opposizione. Senza poi dimenticare l'intesa tra il magnate e i vertici dell’asinello sulla delicata questione dei Dreamers: in cambio di un rafforzamento dei confini, il Partito democratico ha infatti ottenuto un congelamento dei rimpatri per quanto riguarda i giovani immigrati. Segno di un disgelo abbastanza notevole.

OSTRUZIONISMO ACCANTONATO? Forse il presidente sta studiando una strategia parlamentare che lo aiuti a non restare ostaggio del suo stesso partito che non lo ha mai digerito più di tanto. Forse Trump sta approntando un modo per non subire più i ricatti delle minoranze fanatiche. Forse gli stessi democratici stanno iniziando ad abbandonare l'ostruzionismo sterile per entrare seriamente nel merito delle varie questioni politiche. Perché le barricate in democrazia a chi servono davvero? Il gioco al massacro non conviene a nessuno.

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