Catalogna

Indipendenza della Catalogna

Prodi
22 Settembre Set 2017 0800 22 settembre 2017

Catalogna, a Bruxelles vale la "dottrina Prodi": con l'indipendenza si esce dall'Ue

Nel 2004 l'allora presidente della Commissione spiegò che "secessione" corrispondeva all'esclusione anche dall'Europa. Oggi la posizione ufficiale resta quella. E i conti per Barcellona si fanno più salati.

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Nelle strade di Barcellona, appaiate agli stendardi giallo e rossi catalani, sventolavano, allora, le bandiere a 12 stelle dell'Unione europea. Quel giorno del 2010 la Corte costituzionale aveva bocciato il nuovo Statuto della Catalogna e gli autonomisti si appellavano oggi come allora all'Ue. Sognavano un'Europa in cui le loro ambizioni particolaristiche avrebbero trovato spazio. Ma oggi come allora nulla è più distante dalla realtà.

AL FIANCO DELLA SPAGNA. All'indomani degli arresti dei funzionari catalani, la Commissione ha spiegato chiaramente che non sarà lei ad allungare una mano agli indipendentisti. «Abbiamo il massimo rispetto per la Costituzione spagnola e per l'ordinamento giuridico spagnolo», ha dichiarato il portavoce dell'esecutivo europeo, Margaritis Schinas. E cioè massimo rispetto per una Carta che dichiara la Spagna indivisibile e per un sistema per il quale il referendum è illegale mentre coloro che lo stavano preparando dovevano essere fermati.

VALE LA DOTTRINA DI ROMANO. Il portavoce della Commissione ha anche rifiutato l'ipotesi di mediare tra il governo centrale spagnolo e quello regionale catalano, seppure a Barcellona alcuni ci sperassero. «Non è di nostra competenza», ha dichiarato, ricordando come la posizione dell'Unione su queste questioni risalga «al 2004». Per Bruxelles, dunque, vale ancora la cosiddetta dottrina Prodi, cioè la risposta espressa dall'allora presidente italiano della Commissione a chi gli chiedeva del destino delle regioni che si fossero rese indipendenti dagli Stati membri. Era molto semplice: sarebbero uscite dall'Unione europea.

Una manifestazione per l'indipendenza della Catalogna.

ANSA

La dottrina Prodi porta la data del primo marzo 2004: il giorno in cui il presidente della Commissione rispose a una interrogazione dell'europarlamentare laburista Eluned Morgan. La questione partiva dall'Algeria, che dopo l'indipendenza dalla Francia non era più stata considerata un territorio della Comunità economica europea.

«I TRATTATI NON SI APPLICHEREBBERO». La deputata chiedeva se così sarebbero stati trattati tutti i casi di regioni "secessioniste". E la replica non era scontata, visto che proprio l'Algeria era stata citata nei Trattati addirittura fino al 1992. La risposta di Prodi in ogni caso fu chiarissima: «I trattati non si applicherebbero più a quel territorio. In altre parole, una nuova regione indipendente [...] diventerebbe un Paese terzo rispetto all'Unione europea».

POSSIBILE CHIEDERE L'INGRESSO. In quelle poche righe il presidente della Commissione ricordava anche che un Paese terzo avrebbe potuto chiedere l'ingresso nell'Unione come previsto dall'articolo 49 dei Trattati. E cioè con l'approvazione all'unanimità da parte del Consiglio dei capi di Stato e di governo.

Romano Prodi.

Sono passati 13 anni. E molto è cambiato, in Spagna e in Catalogna, ma non a Bruxelles. C'è stato Zapatero, prima di tutto: alle elezioni di quell'anno promise a Barcellona la "Spagna plurale", ancora più autonomia, un nuovo statuto. E nel giugno del 2006 il primo dei tanti referendum che hanno segnato la storia delle rivendicazioni catalane - maggioranze nette tra i votanti, ma pochi partecipanti - approvò la nuova autonomia catalana.

BOCCIATURA COSTITUZIONALE. Quattro anni dopo un ricorso del Partito popolare alla Corte costituzionale ne fece bocciare le parti cruciali: il riferimento alla Catalogna come nazione, il catalano come lingua veicolare, soprattutto la più ampia indipendenza fiscale. Nel frattempo la regione di Barcellona aveva iniziato a perdere posizioni nella classifica delle autonomie più ricche a livello procapite di Spagna e a indebitarsi pesantemente. E dare la colpa alla dipendenza da Madrid ha cominciato a essere la scorciatoia più semplice per la classe politica locale. Anche perché la Capitale non offriva alcuna soluzione al fallimento della linea Zapatero.

Zapatero vinse le elezioni spagnole nel 2004.

Non c'era più un governo dialogante, ma un esecutivo centralista, arroccato, deciso a non prendere in considerazione ambizioni capaci di mescolare insieme storia e tasse, attaccamento identitario e una massiccia dose di propaganda. E così si è andati avanti: nessun progetto reale, la cecità di Madrid e la radicalizzazione e le false promesse di Barcellona. Anche sull'Europa.

LA BUGIA DI ARTUR MAS. Artur Mas, l'ex numero uno della Generalitat e il grande sostenitore della lotta per l'indipendenza, ha ripetuto per anni che una Catalogna indipendente sarebbe stata membro dell'Unione europea. Forse ci sperava, ma non è mai stato vero. L'Ue mantiene, anche comodamente, le posizioni del primo anno di governo di Zapatero, un'epoca fa.

Nella Germania federale i confini dei lander possono cambiare rimanendo parte della Repubblica tedesca. Ma l'Unione europea non è federale, non è nemmeno pienamente uno Stato, è un'Unione di governi che sta allargando via via le sue competenze. La Commissione si definisce politica, ma di politico non sta facendo nulla sulla vicenda. Rispetta evidentemente le costituzioni nazionali e difende governi come quello di Mariano Rajoy se sono nel giusto dal punto di vista legale, anche se politicamente stanno sbagliando tutto.

SPESE MAGGIORI FUORI DALL'UE. Se la Catalogna dunque dovesse veramente votare l'indipendenza, in solitaria, con uno strappo totale dalla Spagna, voterebbe anche la Catalexit. E ai conti che gli indipendentisti non amano fare, cioè tutte le spese per mettere in piedi uno Stato sovrano, dovrebbero aggiungere anche i costi dell'uscita dall'Ue. Tutto sarà cambiato, ma non a Bruxelles.

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