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23 Settembre Set 2017 1200 23 settembre 2017

Ripartono gli sbarchi di migranti: i motivi sono da cercare in Libia

Le città costiere, soprattutto Sabratha, non sono più polveriere. E i trafficanti, invece di sparare, riprendono a far fiorire il loro business. Così il piano Minniti si scopre non risolutivo. Le ragioni del ritorno dei flussi.

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Che cosa sta succedendo in Libia? Ad agosto 2017 sembrava che i flussi migratori fossero stati interrotti completamente. O almeno così la dava a intendere il nostro ministero dell'Interno. Invece tra il 16 e il 18 settembre sono arrivate in Italia oltre 2 mila persone. A queste se ne aggiungono altre 1.074 intercettate dalla Guardia costiera libica e riportate indietro, nei centri di detenzione, in forza dell'accordo con la Guardia costiera di Tripoli.

PARTENZE DA TRE CITTÀ LIBICHE. Secondo Giulio Lolli, comandante della forza di polizia marittima di Tripoli, già intervistato da Lettera43.it, le partenze sono avvenute da Sabratha, Zawyia e Garabulli. Quest'ultima, cittadina a Ovest di Tripoli, era diventata meno rilevante sul piano delle partenze degli ultimi anni.

NON DIPENDE TUTTO DA MINNITI. Sono i segni di un cedimento della grande manovra libica del ministro Marco Minniti? In realtà sono conferme che l'andamento degli sbarchi dipende da tanti fattori, non solo dalle politiche del nuovo uomo forte del governo Gentiloni. Certamente gli equilibri sulla costa della Tripolitania sono ben più instabili di quanto lasciato intendere dal numero uno del Viminale.

Sabratha è una polveriera almeno da luglio 2017. Il quotidiano locale Libya Herald a fine mese riportava la notizia di un attacco condotto da 500 uomini legati a milizie fedeli ad Haftar contro gli uomini della famiglia Dabbashi, il clan più potente di Sabratha, a seguito di una manifestazione pro-Haftar avvenuta il giorno prima e definita dalla municipalità «spregevole».

INFILTRAZIONI DELLE MILIZIE ISIS. Al-Ammu, tra i più potenti della famiglia Dabbashi, è emerso in diverse inchieste giornalistiche come un ex trafficante di uomini successivamente finanziato dall'Italia per fermare le partenze dei migranti. Non solo: i Dabbashi hanno anche permesso ad alcune milizie vicine all'Isis in Libia di infiltrarsi nella città, visto che a un ex combattete dello Stato Islamico in Libia, Anas al Dabbashi, è intitolata la brigata di miliziani di Al-Ammu.

AD AGOSTO REGNAVA L'INSTABILITÀ. Gli scontri durante l'estate sono stati confermati anche dall'agenzia di pattugliamento dei confini europei Frontex, che il 14 agosto sottolineava che la riduzione degli sbarchi del mese precedente era anche dovuta all'instabilità di Sabratha: i trafficanti erano impegnati a sparare più che a far fiorire il loro business, anche se in passato l'Oim aveva citato l'instabilità come uno dei pull factor delle partenze, più che il contrario.

Ma le milizie pro-Haftar non sono gli unici nemici dei Dabbashi, i capi della Guardia costiera locale. L'ultimo scontro a fuoco, tuttora in corso, vede contrapposte al clan le forze militari - legate al governo Serraj - di Operation room, missione anti-Isis cominciata già a marzo 2016.

SCONTRO A FUOCO E FERIMENTI. Il casus belli sarebbe stato la violazione di un checkpoint di ingresso alla città, a cui è seguito il primo scontro a fuoco in cui è rimasto ferito uno degli uomini di Al-Ammu. In questi giorni la Mezzaluna rossa sta cercando di liberare delle famiglie intrappolate in zone di Sabratha dove si spara.

DABBASHI VICINI ALL'ITALIA. L'Italia ha ufficialmente smentito che i Dabbashi siano pagati con soldi italiani, ma c'è un motivo se il clan è tanto vicino a Roma. Lo stabilimento di Mellitah, gestito da una joint venture con Eni e la compagnia petrolifera libica Noc, nel 2015 ha siglato un contratto per essere sorvegliato dalle milizie dei Dabbashi.

Dopo uno stop ad agosto, a settembre sono ripresi gli sbarchi in Italia.

La politica del doppio forno troppo smaccata ha evidentemente fatto irritare qualcuno in Libia. E non è da escludere che la ripresa degli sbarchi sia legata anche a questo

Il secondo fattore che indica cedimenti nell'architettura pensata da Minniti per la Libia riguarda le relazioni politiche tra l'Italia e la municipalità di Sabratha. Il 19 settembre il ministro Alfano ad Askanews ha confermato l'esistenza di un invito rivolto al generale ribelle Haftar per un incontro a Roma il 26 settembre.

TOUR ITALIANO DI HAFTAR. Già Minniti è stato in Libia a incontrarlo il 5 settembre: un meeting organizzato in tempi brevissimi. Giusto un mese prima Haftar aveva minacciato di sparare sulle navi militari italiane nel caso in cui avessero sconfinato le acque territoriali libiche su richiesta di Serraj. Il tour italiano dell'uomo di Tobruk non prevede una visita ufficiale a Gentiloni, dice Alfano. Il motivo è chiaro: Haftar è il nemico numero uno del governo Serraj riconosciuto dall'Onu. Di certo, comunque, ci sarà il modo per tranquillizzare il generale ribelle rispetto alle mosse dell'Italia in Tripolitania, quando verrà a Roma.

UN INVITO MOLTO CRITICATO. Già il 16 settembre il Consiglio militare della città di Sabratha rilasciava un comunicato nel quale criticava l'invito ad Haftar. Cinque giorni prima il nuovo ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone, era stato inviato nella città della Tripolitania per incontrare il sindaco, altro uomo legato ai Dabbashi. La politica del doppio forno troppo smaccata ha evidentemente fatto irritare qualcuno in Libia. E non è da escludere che la ripresa degli sbarchi sia legata anche a questo.

Marco Minniti col generale Haftar.

ANSA

Eugenio Ambrosi, direttore dell'Oim per l'Unione europea, la Svizzera e la Norvegia, spiega a Lettera43.it: «Credo sia presto per dire che si sono fermati i flussi». Inquadra come fattori principali che hanno permesso una riduzione delle partenze in estate l'instabilità delle città costiere, l'embargo europeo sulla vendita dei gommoni gonfiabili usati per le traversate e la formazione dei guardacoste libici.

«CENTRI DI DETENZIONE IMPRATICABILI». «Ma non c'è solo il problema dei numeri delle partenze da risolvere. In che condizioni teniamo i migranti in Libia? I centri di detenzione del governo libico sono impraticabili», aggiunge. Non è possibile che le agenzie delle Nazioni unite Oim e Unhcr li gestiscano come prospettato in un primo tempo da Minniti, perché sono di proprietà dello Stato libico. «È come chiederci di gestire Regina Coeli a Roma, non possiamo farlo», spiega Ambrosi.

«FINCHÉ NON SI STABILIZZA LA LIBIA...». L'ipotesi sul tavolo è invece quella di gestire centri di transito, alternativi alla detenzione, nei quali l'Oim si occuperebbe anche dei rimpatri volontari dei migranti che vogliono tornare al proprio Paese d'origine. Ma sono tutti progetti lontanissimi dal vedere la luce: «Finché non si stabilizza la Libia, non c'è possibilità di gestire i flussi», conclude il direttore dell'Oim a Bruxelles.

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