Migranti:169 su barcone,soccorsi in mare
Emergenza migranti
Sei mesi per togliere controlli Schengen
27 Settembre Set 2017 1828 27 settembre 2017

Unione europea, il compromesso per salvare Schengen

Sui migranti non si cambia, sul terrorismo sì. La soluzione lascia margini di manovra agli Stati. Ed è emblematica di come funziona la gestione di un dossier caldo tra i leader dell'Unione.

  • ...

da Bruxelles

«Erano i populisti che proponevano di chiudere le frontiere. Ora lo fate voi?». La domanda rivolta al Commissario agli Affari interni e alle Migrazioni Dimitris Avramopolous colpisce nel segno. Sotto il pressing costante dei Paesi membri, la Commissione Ue ha deciso di proporre un emendamento al Codice di Schengen che estende da sei mesi a un anno e in casi eccezionali di altri due, per un totale quindi di tre anni, il periodo di chiusura delle frontiere in caso di minacce che attentino alla sicurezza e all’ordine pubblico. «Noi non stiamo proponendo controlli alle frontiere interne», «la reintroduzione dei controlli alle frontiere interne deve rimanere una misura di ultima istanza».

L'ARTICOLO 26 NON SI TOCCA. Deve ripetere per due volte entrambe le frasi Avramopolous, nel tentativo di dimostrare che la Commissione non ha ceduto. E in effetti il tentativo dell’esecutivo europeo è salvare Schengen da chi tra gli Stati lo avrebbe ammazzato volentieri o lo aveva già dato per morto. I cedimenti, palesi, sono stati compensati con una procedura rafforzata di esame delle richieste e condizioni precise da rispettare. Soprattutto sono stati limitati, cercando di tenere la questione migratoria al riparo dalla tempesta. L’articolo 26, cioè quello che prevede la possibilità di chiudere i confini per almeno sei mesi in caso di mancanze gravi nei controlli alle frontiere esterne, e che peraltro prevede già rinnovi fino a due anni, non è stato toccato. Le modifiche riguardano le minacce alla sicurezza prevedibili e prolungate. E tuttavia la soluzione lascia margini di manovra agli Stati. E pone diversi interrogativi.

Il compromesso per tentare di salvare Schengen – ché di questo si tratta – è un buon esempio di come funziona la gestione di un dossier caldo tra i leader dell’Unione europea. Attualmente Germania, Austria, Danimarca, Norvegia e Svezia mantengono controlli alle loro frontiere. Per due anni di fila, dall’autunno del 2015, hanno visto le loro rinnovate sempre accettate, da Commissione e poi Consiglio, a causa della crisi dei profughi e «dell’afflusso eccezionale» di «migranti illegali».
Da allora le tensioni sul caposaldo su cui si fonda l’Unione europea sono letteralmente esplose. «L’area Schengen sta per saltare», era stata le sentenza della ministra austriaca Johanna Mickl-Leitner al vertice dei ministri degli Interni di Amsterdam del gennaio 2016. Da lì in poi come è noto è arrivata la stretta sulle frontiere esterne, l’Ue ha utilizzato tutti i mezzi per arginare la crisi che la stava portando concretamente a spezzarsi. E nel frattempo però la Francia è rimasta per due anni in Stato di emergenza e attentati terroristici hanno colpito Bruxelles come Berlino, Nizza come Barcellona. Per questo, nel tentativo di rimettere a posto i cocci e contemporaneamente di appagare le richieste degli Stati intenti a rivendicare prepontemente la loro sovranità, la Commissione ha virato sulla sicurezza. E ha scommesso sui controlli e sulla dissuasione.

La nuova proposta della Commissione prevede che un Paese Ue che voglia reintrodurre i controlli alle frontiere debba notificare la sua richiesta all’esecutivo europeo e a tutti gli altri membri. In quella notifica, spiega la Commissione, dovrebbero essere spiegate anche le misure che gli Stati vicini dovrebbero prendere per evitare problemi maggiori del dovuto a funzionari e cittadini. Ma soprattutto dovrebbe esserci una relazione molto dettagliata sul rischio corso dallo Stato e una previsione della lunghezza della minaccia. Nel caso la chiusura si prolunghi oltre sei mesi, il Paese dovrà dimostrarne l’efficacia e dare prova di essersi coordinato con gli Stati vicini. La Commissione darà una valutazione e anche l’Europol e l’Agenzia europea per le frontiere potrebbero essere coinvolte nel giudizio. Alla fine l'ultima parola l'avrà una raccomandazione del Consiglio che decide a maggioranza qualificata. Se la minaccia però dura un anno e se il Paese ha già preso delle iniziative interne, come lo Stato di emergenza, allora può chiedere un’ulteriore estensione di altri due anni. Anche qui la Commissione darà un’opinione e sarà vincolante la raccomandazione del Consiglio ogni sei mesi. Sull'emendamento ora sono chiamati a esprimersi Parlamento e Consiglio.

DOMANDE SCOMODE. A Palazzo Berlaymont sono convinti che un tale meccanismo metta al riparo da abusi, sul tema migrazioni ma non solo. Ma non è detto che i governi non cerchino un'altra strada per sfuggire alle griglie dell'esecutivo. E intanto le domande che sorgono sono tante e sono scomode: quanti Paesi per esempio potrebbero aver ricevuto segnalazioni dai servizi di minacce terroristiche di vario grado e quanti potrebbero invocare per periodi più o meno lunghi la chiusura dei loro confini? Davvero non c'erano altre soluzioni possibili? Cosa succede se un Paese è nel mirino di foreign fighter che hanno la sua cittadinanza in tasca? Daremo ragione a Marine Le Pen che diceva spavalda e semplicista "chiudiamo le frontiere"? In un mondo con sempre più rischi terroristici, quanto i governi saranno responsabili nel maneggiare questa opportunità e quanto la sfrutteranno come una carta da dare in pasto agli elettori per rassicurarli? Quanto gli altri Stati permetteranno loro di agire o meno? Per la crisi dei migranti Schengen è stato tirato al limite. La speranza è che il suo salvataggio non porti a fare lo stesso nel terreno ben più scivoloso della lotta al terrore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso