Sindacati
13 Ottobre Ott 2017 1820 13 ottobre 2017

Finanziaria, la protesta morbida dei sindacati

In piazza sì, ma senza scioperi o mobilitazioni fragorose. Cgil, Cisl e Uil guardano con distacco alla legge che il governo si accinge ad approvare. La prima in otto anni di stampo "elettorale".

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Sabato 14 novembre a fare presidi davanti alle prefetture di tutto il Paese per chiedere «che in legge di bilancio siano inseriti una serie di provvedimenti in materia di lavoro, previdenza, welfare e sviluppo». In piazza sì, ma senza scioperi o proteste fragorose. Lunedì 16 novembre al ministero del Lavoro, e neanche nella sala verde di Palazzo Chigi, per farsi sciorinare da Giuliano Poletti i provvedimenti di una Finanziaria dove le risorse sono poche. Anzi, sono pochissime o non ci sono affatto per il congelamento dell'innalzamento automatico dell'età pensionistica legato all'aspettativa di vita, per la creazione di pensioni di garanzie per chi oggi svolge lavori discontinui e per un’estensione dell’Ape sociale alle donne con figli o impegnate in lavori di cura. Cioè per tutte quelle misure che il governo soltanto un mese fa aveva fatto intendere al sindacato che si potessero, se non realizzare in toto, quantomeno iniziare a mettere in campo.

TONI CONTENUTI DA CAMUSSO. Cgil, Cisl e Uil guardano con molto distacco alla Finanziaria che il governo si accinge ad approvare. Lo dimostrano i toni contenuti di Susanna Camusso, la quale ha parlato di «rivendicazioni che riguardano la vita concreta di milioni di persone ed esigenze di tutto il mondo del lavoro, e per questo respingono ogni logica di contrapposizione generazionale o territoriale». Mai come in questa occasione in linea con la sua omologa e collega della Cisl, Anna Maria Furlan, secondo la quale «serve una finanziaria per la crescita, per la lotta alla povertà, nel rispetto degli accordi con i sindacati».

LA PRIMA FINANZIARIA ELETTORALE. Vuoi perché, come ha detto la stessa Furlan, questa è la prima Finanziaria senza lacrime e sangue, anzi elettorale come dimostra l'assunzione di 7.900 statali, dopo quasi otto anni di emergenza. Vuoi perché, come spiegano sempre da via Po, «rispetto al passato, al governo Renzi, questa manovra viene gestita in toto dal ministero dell’Economia, più sensibile ai richiami dell’Europa che a quelli della piazza. E con chi dovremmo discutere? Con i burocrati della Ragioneria generale dello Stato, che con l’avallo di Tito Boeri ha spazzato via l’accordo de facto tra l’esecutivo e Parlamento per congelare l’innalzamento dell’età pensionistica a 67 anni? Lo scorso anno a Palazzo Chigi c’era Tommaso Nannicini, con il quale, come dimostra l’intesa sulle pensioni, era possibile trattare. Oggi c’è Gentiloni, che oscilla tra le necessità delle politiche e i numeri dei tecnici».

Meglio allora guardare alle elezioni, che potrebbero avere non poche ripercussioni sulle confederazioni che l’anno prossimo andranno a congresso, cioè Cgil e Uil. A corso d’Italia non gradiscono le equazioni che vorrebbero il primo sindacato del Paese vicino ai bersaniani di Mdp. Nei mesi scorsi si è molto scritto di una candidatura sotto le insegne di questo movimento per Camusso, ma la segretaria – vista anche la storia della Cgil – continua a guardare a un rapporto forte con il Pd. A maggior ragione dopo che i grillini hanno minacciato di voler riformare il sindacato dall’alto e che la destra di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini risale nei sondaggi. Senza contare che Camusso, in prospettiva del congresso dove lei dovrebbe appoggiare la riformista Serena Sorrentino, non ha alcuna intenzione di seguire strade massimaliste che potrebbero tirare la volata a Maurizio Landini.

CANALE PREFERENZIALE BARBAGALLO-GENTILONI. Detto questo è facile ipotizzare che, dopo il vertice del 16 con il governo, Camusso annuncerà una non meglio specificata “mobilitazione” sui provvedimenti che il sindacato voleva inseriti in manovra. Difficilmente potrà fare lo stesso Carmelo Barbagallo, il leader della Uil che nonostante i suoi 71 anni proverà a restare in sella sulla poltrona che fu di Giorgio Benvenuto, Pietro Larizza e Luigi Angeletti. Barbagallo, dopo aver alzato i toni durante il governo Renzi, è riuscito a creare un canale preferenziale con l’attuale esecutivo. Ma deve fare i conti con tutti i suoi dirigenti ex Psi oggi vicini ai tanti socialisti presenti nel centrodestra, che in quest’ottica vorrebbero un confronto più duro e meno dialettico con Palazzo Chigi.

PATATA BOLLENTE AL PROSSIMO GOVERNO. Non ha il problema del congresso Anna Maria Furlan. Anche lei sarebbe scettica sugli esiti della manovra, nonostante l’attivismo (negli ultimi giorni ha perorato la causa con il ministro e vicesegretario del Pd, Maurizio Martina) per far cambiare idea al governo sull’innalzamento dell’età pensionistica dal 2019. Ma almeno lei, a differenza dei colleghi Camusso e Barbagallo, potrà rivendicare di fronte ai suoi come successi il rinnovo del contratto degli statali fermo da otto anni, gli sgravi sui neoassunti oppure la defiscalizzazione sul secondo livello contrattuale. Per il resto tutto viene rimandato all'anno prossimo: toccherà al prossimo governo, iniziando dalle pensioni, affrontare i nodi che Gentiloni non può permettersi di sciogliere.

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