I 400 colpi

P3: chiesta condanna Verdini e Carboni
13 Ottobre Ott 2017 0954 13 ottobre 2017

Lo scherzo del giorno: i paladini degli italiani all'estero sono Verdini & co

Gli interessi degli espatriati sarebbero meglio tutelati dall’elezione di un rappresentante che già vive già fuori dal Paese più che da un 'impresentabile' eletto con un escamotage. 

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È per Verdini? O per Alfano, come sostiene maliziosamente Daniela Santanché? O invece per Al Bano, il noto cantante di Cellino San Marco assai famoso in Russia, che si professa putiniano convinto e che dunque, ammesso gli importi, potrebbe presentarsi a Mosca? La norma del Rosatellum che consente agli italiani di candidarsi all’estero desta curiosità e qualche ironico sottotitolo.

SEMBRAVA UNO SCHERZO. Voluta dall’ex ministro Maurizio Lupi, lì per lì sembrava uno scherzo. Poi si è capito che invece non si scherzava mica tanto, e che poteva essere un escamotage per chi, “impresentabile” sul patrio suolo, avrebbe potuto ritrovare oltreconfine la sua verginità politica. Poi Emanuele Fiano, uno dei protagonisti di questa riforma della legge elettorale benché essa non porti il suo nome, ha laicamente precisato che si trattava di far rispettare il diritto di reciprocità. Ovvero: se un italiano residente all’estero può candidarsi in Italia perché impedire il contrario?

Sancito come diritto costituzionale, il voto degli italiani all’estero è regolato da una legge che porta il nome dello scomparso ministro Tremaglia e che riserva loro 18 posti in parlamento

Come scriveva qualcuno, per svelare l’arcano a questo punto non resta che aspettare la composizione delle liste. Se ci sarà qualche borderline, qualche potenziale trombato in casa sua, o qualcuno che non trovando nel gioco delle poltrone un collegio che lo ospiti verrà dirottato oltralpe, si capirà la vera natura dell’emendamento. Ma già sin d’ora sulla presunta neutralità della norma si può eccepire.

UNA NORMA VOLUTA DA TREMAGLIA. Sancito come diritto costituzionale, il voto degli italiani all’estero è regolato da una legge che porta il nome dello scomparso ministro Tremaglia e che riserva loro 18 posti in parlamento. All’epoca, eravamo agli inizi del Duemila, fu salutata come una grande conquista, perché consentiva ai connazionali all’estero di votare nei Paesi di residenza, non più costringendoli a costose e disagiate trasferte. Lo scopo di fondo è quello di dare rappresentanza a comunità che hanno mantenuto un forte legame con il Paese di origine facendole sentire, tramite un loro esponente, parte in causa nella vita pubblica della madrepatria.

Il senso di candidarvi un indigeno appare perciò francamente assai balzano. Gli interessi delle enclave di italiani in Argentina o in Canada saranno meglio tutelati dall’elezione in parlamento di un loro rappresentante di quanto potrebbe fare un italiano eletto colà. A meno che i Verdini, gli Alfano o chi per essi, una volta eletti, non si ergessero a paladini delle loro istanze. Cosa di cui, senza offesa per nessuno, si può preventivamente dubitare.

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