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Referendum in Lombardia e Veneto

Autonomia
20 Ottobre Ott 2017 1130 20 ottobre 2017

Referendum in Lombardia e Veneto: le cose da sapere

Il voto costa ai contribuenti circa 65 milioni. E ha spaccato sia il centrodestra, sia il centrosinistra. Quorum, questione fiscale, possibili scenari politici: guida alle consultazioni regionali.

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Domenica 22 ottobre i cittadini di Lombardia e Veneto saranno chiamati a esprimersi su un tema delicato e quanto mai attuale: chiedere o meno al potere centrale una maggiore autonomia regionale. Si tratta di due quesiti referendari gemelli ma non identici, con obiettivi analoghi, caratterizzati però da alcune particolarità distintive.

DUE QUESITI DIFFERENTI. La domanda cui dovranno rispondere i lombardi è la seguente: «Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?». In Veneto, invece, la domanda sarà: «Volete che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?».

Matteo Salvini e Roberto Maroni.

1. L'obiettivo delle due Regioni: avere più potere nelle materie concorrenti

La finalità politica dei due quesiti è la medesima: avocare a sé una maggiore autonomia nelle materie indicate nell'articolo 117 terzo comma della Costituzione. A seguito della riforma in senso federalista del 2001, tale disposizione elenca le materie di esclusiva competenza statale, di esclusiva competenza locale e di competenza concorrente. Per fare un esempio, la Costituzione prevede che, in tema di immigrazione, la competenza esclusiva sia in capo allo Stato. Le attribuzioni sono tante e tali da confondere anche i tecnici: in 16 anni non si contano i conflitti di attribuzione che Stato e Regioni hanno sollevato davanti alla Corte Costituzionale non sapendo a chi spettasse l'esercizio di un determinato potere. Veneto e Lombardia mirano ad avere maggiori potestà legislative all'interno della nutrita schiera di materie concorrenti.

2. La delicata questione fiscale: in gioco fino a 35 miliardi di euro

Ad allettare i presidenti di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia, soprattutto la possibilità di trattenere, come accade già per le Regioni a statuto speciale, parte del residuo fiscale del gettito complessivo delle imposte. Ovvero, parte della differenza data tra ciò che viene versato e ciò che torna sul territorio. Dal momento che la Lombardia è la Regione italiana più ricca, il cui prodotto interno lordo è pari al 22% di quello nazionale, e il Veneto si posiziona terzo dopo l'Emilia-Romagna, è chiaro che si tratta di cifre molto importanti. Il residuo fiscale lombardo si attesta tra i 54 e i 55 miliardi di euro, quello veneto attorno ai 16. Naturalmente non è possibile trattenere l'intero capitale, ma le due Regioni mirano almeno a disporre di circa la metà.

3. La legittimità: il referendum è consentito dall'art.166 della Costituzione

A prevedere simili referendum è l'art. 116 Cost. terzo comma, a seguito della modifica del 2001. Tuttavia, è la prima volta che in Italia si fa ricorso allo strumento referendario per chiedere più poteri. Anche l'Assemblea dell'Emilia-Romagna, per esempio, ha deciso il 3 ottobre 2017 di chiedere a Roma maggiore autonomia, tuttavia ha evitato la consultazione popolare, limitandosi a dare mandato al presidente della Regione, Stefano Bonaccini, di intavolare un negoziato con il governo centrale.

4. Cosa succede in caso di vittoria del sì: via al dialogo con Roma

In caso di vittoria dei sì le due Regioni inizieranno un dialogo con Roma per avocare a sé più poteri tra quelli concorrenti. Lunedì 23 ottobre non solo non ci sarà nessuna dichiarazione di indipendenza sul modello catalano, ma non avremo nemmeno due nuove Regioni a statuto speciale che andranno ad aggiungersi a Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Sardegna e Sicilia. Veneto e Lombardia dovranno raggiungere una intesa con lo Stato centrale che dovrà comunque essere ratificata dal parlamento a maggioranza assoluta. Dato che siamo agli sgoccioli della attuale legislatura, i tempi potrebbero allungarsi. Inoltre, poiché i promotori lombardi si sono impegnati a chiedere a Roma più poteri in tema sicurezza e immigrazione, in quel caso la sola via percorribile sarà una riforma costituzionale che richiede un doppio passaggio parlamentare e maggioranze qualificate o un nuovo referendum, rinviando ulteriormente a data da destinarsi il concretizzarsi dei primi effetti reali del voto del 22 ottobre.

5. Le differenze sul quorum: in Lombardia non c'è, in Veneto sì

Questo è il punto in cui i due voti, benché gemelli, si discostano maggiormente. I referendum consultivi infatti non richiedono quorum, ma quello veneto sì. Il motivo è da ricercare nei differenti iter percorsi per promuovere la consultazione: la Lombardia ha approvato il referendum con una mozione votata in Consiglio regionale dalla maggioranza qualificata, il Veneto, invece, con legge regionale, approvata dalla maggioranza semplice e questo pone dunque un ulteriore ostacolo, il quorum, appunto. In Veneto, la proposta si considererà approvata se alla votazione parteciperà la maggioranza degli aventi diritto e se sarà raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
In Lombardia, il numero dei votanti avrà comunque una forte valenza politica: come riferimento, i promotori guardano alla percentuale raggiunta alle ultime amministrative, attorno al 45%.

6. I costi per i contribuenti: in Lombardia 50 milioni, in Veneto 14

Il capitolo relativo ai costi della consultazione referendaria è stato quello più utilizzato dalle forze politiche contrarie ai referendum nel tentativo di evidenziarne non solo l'inutilità (l'Emilia Romagna, si sostiene, procedendo in concertazione con Roma non ha affrontato alcuna spesa) ma anche lo «sperpero» di denaro pubblico. Anche in questo caso, la situazione veneta differisce da quella lombarda. In Veneto si stima che il referendum graverà sui contribuenti per una cifra di circa 14 milioni di euro, in Lombardia tra i 48 e 50 milioni. Il perché di questa notevole discrepanza è da rintracciare nella decisione, da parte della Lombardia, di sperimentare il voto elettronico, dunque la Regione ha acquistato tablet appositi per un totale di 24 milioni di euro. Dal Palazzo Lombardia fanno sapere che il risparmio di tale scelta si avvertirà sul lungo periodo, riutilizzando i terminali anche nelle prossime tornate elettorali. Inoltre, sempre per risparmiare, nel medesimo appuntamento, i cittadini di 17 Comuni dovranno esprimersi anche sulla fusione delle amministrazioni locali.

7. Il dibattito nel centrodestra: Meloni attira le ire della Lega

Dal punto di vista politico, i due referendum si sono rivelati inaspettatamente divisivi soprattutto all'interno della coalizione che ospita i promotori, Maroni e Zaia, entrambi in quota Lega. Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia aveva infatti dichiarato: «Se io fossi fra i chiamati non andrei a votare, è un referendum solo propagandistico», suscitando la dura replica di Maroni: «Non posso fare finta di niente. Queste dichiarazioni sono negative, sbagliate e molto pesanti. Mi riservo di valutarle sul piano della lealtà dell'alleanza di governo». Ugualmente forte la risposta del segretario del Carroccio, Matteo Salvini: «Meloni ha toppato: più i popoli decidono, meglio si spendono i soldi, più è difficile rubare. E soprattutto meno ci mette becco lo stato centrale e l'Ue, meglio è». Favorevole Forza Italia che non vuole, in caso di vittoria netta del referendum, che l'alleato leghista si intesti ogni merito, rivendicandone il successo quando ci sarà da discutere degli equilibri interni alla coalizione in vista delle politiche del 2018.

8. La posizione degli altri partiti: il centrosinistra si divide, M5s favorevole

Spaccature anche nel Pd. Favorevoli al referendum il sindaco di Milano, Beppe Sala (anche se ha puntualizzato che avrebbe preferito procedere dialogando con Roma), e il primo cittadino di Bergamo, nonché candidato in pectore alle prossime Regionali, Giorgio Gori il quale, nel dare il proprio assenso ha voluto tuttavia ricordare che il quesito non avrà a oggetto il residuo fiscale («Maroni dice cose non vere e lo sa»). Ne ha preso le distanze senza distinguo, invece, la segreteria nazionale. Fortemente contrario Articolo 1 Mdp, mentre si è schierato per il sì Movimento 5 Stelle perché «competenze molto importanti come il sostegno alle imprese, la ricerca e l’innovazione, l’ambiente, l’istruzione, la valorizzazione dei beni culturali, e il governo del territorio avvicinate verso il basso avrebbero maggiore efficacia».

Si vota domenica 22 ottobre 2017, dalle ore 7 alle 23. Non sarà possibile votare a distanza nemmeno per chi vive in altri Stati ed è iscritto all'Anagrafe Italiani Residenti all'Estero (Aire).

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