Landini Maurizio
25 Ottobre Ott 2017 1500 25 ottobre 2017

Maurizio Landini a Italianieuropei, l'anticipazione di L43: prima parte

Il sindacato per avere un futuro deve proporre un progetto di trasformazione sociale. Il fondatore di Coalizione sociale a tutto tondo su diritti del lavoro, politica e sfide future.

  • Roberto Giovannini
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L'intervista a Maurizio Landini uscirà su Italianieuropei, in edicola da sabato 28 ottobre (L43 l'ha divisa in 3 parti. Qui la seconda e la terza).

Maurizio Landini è nato a Castelnovo ne’ Monti (Re) nel 1961. Iscritto al Pci e delegato sindacale della Fiom, nei primi Anni 80 diventa funzionario della Federazione, di cui viene poi eletto segretario generale a Reggio Emilia. Successivamente assume la guida della Fiom regionale e di quella di Bologna. Nel 2010 diventa se­gretario generale della Fiom Cgil. Nel luglio 2017 è entrato a far parte della segreteria nazionale della Cgil.

DOMANDA. Maurizio Landini, dopo tanti anni in Fiom– tante discussioni, tante polemiche, tante prese di posizione, tante con­troversie – adesso lei è segretario confederale della Cgil. Ma la Cgil, e il sindacato così come lo conosciamo in Italia, esisterà ancora tra 10 anni, nel 2027?
RISPOSTA. Sono in crisi tutte le organizzazioni di rappresen­tanza sociale, sia quelle politiche che quelle sindacali, e sta cambian­do in modo radicale il modo in cui operano imprese e produzione. Nulla sarà più come prima. Mai come oggi abbiamo tanta precarietà del lavoro, tanta diseguaglianza, tanta frammentazione sociale, tanta competizione tra le persone. E dall’altra parte – questo è il tema – non c’è più un punto di vista del lavoro, una visione alternativa della società, mentre c’è e predomina il punto di vista del mercato e della finanza. In prospettiva, certamente il sindacato ha un futuro; ma deve avere un modello sociale di riferimento. Se chiediamo ai lavoratori di organizzarsi in sindacato, non basta dire che il sindacato serve per tutelare le loro condizioni di lavoro. Bisogna proporre anche un progetto di trasformazione sociale, un’idea diversa di giustizia so­ciale, di eguaglianza. Bisogna avere un’idea del perché e del come si lavora e si produce; bisogna avere un’idea di reale coinvolgimento e partecipazione delle persone. Si è scelta la strada di lasciar fare al mercato; si è lasciata vincere – nella cultura e nella politica – l’idea che al centro di tutto ci sono il mercato e la finanza. Questo ha fat­to scomparire la soggettività delle persone che lavorano, e dunque ha cancellato ogni punto di vista diverso e di trasformazione. Sono convinto, sinceramente, che il sindacato possa avere un futuro; ma lo avrà solo se sarà anche un soggetto politico, cioè se avrà valori e proposte di trasformazione sociale in autonomia e indipendenza da politica e governi.

D. Una storia, quella del sindacato in Europa, che da sempre si è intrecciata a quella del movimento socialista. Che oggi appare ovunque in grave crisi.
R. È così. Dopo la fine dell’esperienza “comunista”, oggi siamo alla fine anche dell’esperienza della socialdemocrazia, ovvero di quel modello di mediazione sociale tra imprese e lavoro che aveva dato vita allo Stato sociale. Lo dimostra il fatto che siamo di fronte a un arretramento senza precedenti delle condizioni di vita delle persone che lavorano. Per avere un futuro, il sindacato deve tornare a rap­presentare e unire tutto il mondo del lavoro, e costruire su questa base una cultura politica e sociale alternativa all’attuale modello che ha al centro mercato e finanza. Per farmi capire meglio vorrei citare la vicenda dell’approvazione nel 1970 dello Statuto dei lavoratori. La legge 300 non venne approvata perché sostenuta dalle forze di sinistra – il Partito comunista si astenne – ma perché votata da Dc, Psi, Pli, Pri e Psdi, che avevano una larga maggioranza in parla­mento. Nel 1970 anche le forze politiche di destra e di centro votano lo Statuto dei diritti dei lavoratori perché riconoscono che uno dei nostri principi costituzionali, la centralità dei diritti della persona che lavora, è un interesse generale da riconoscere e tutelare. E solo successivamente si articola la politica, a destra, a sinistra o al centro. Oggi siamo al paradosso che un partito come il Pd, che fa parte dell’Internazionale socialista, sancisce che la cosa più di sinistra che può fare è il Jobs Act, una legge che smantella lo Statuto dei diritti dei lavoratori. E mentre nel 1970 si affermava che si poteva licen­ziare solo se c’era una giusta causa, si riconosceva che il lavoro aveva bisogno di tutele, e che il ruolo sociale dell’impresa doveva essere temperato dal rispetto dei diritti di chi lavora, oggi si giunge quasi a teorizzare che va tutelata l’impresa che licenzia. Prima il lavoratore veniva tutelato dal licenziamento ingiusto; oggi viene tutelata l’im­presa, che può disporre un licenziamento ingiusto sborsando un po’ di soldi. Un cambiamento culturale davvero drammatico.

Oggi siamo al paradosso che un partito come il Pd, che fa parte dell’Internazionale socialista, sancisce che la cosa più di sinistra che può fare è il Jobs Act, una legge che smantella lo Statuto dei diritti dei lavoratori

Maurizio Landini

D. Dunque, il sindacato secondo lei ha un futuro; ma deve riuscire a unificare il mondo del lavoro, ed elaborare un progetto di trasformazione della società. Non sembra affatto un compito facile: il lavoro e la società sono frantumati e disarticolati, e l’esperienza socialdemocratica – che è stata il suo punto di ancoraggio tradizionale – è tramontata. Il sinda­cato confederale resta impostato su un modello novecentesco e datato. La Cgil ha le risorse per fare il salto di qualità che lei indicava come indispensabile per poter sopravvivere?
R. Credo di sì, purché si cominci ad agire sin dal Congresso che avremo tra un anno. Non basta un rinnovamento delle persone che dirigono la Cgil, ma serve anche un rinnovamento delle pratiche sindacali, partendo dal rafforzamento di alcune caratteristiche im­portanti del sindacato italiano, che hanno fatto sì che ancora oggi – mentre un po’ dappertutto il tasso di sindacalizzazione è in forte calo – nel nostro Paese i numeri sulle adesioni siano migliori. Da noi le cose vanno meglio perché il sistema di relazioni industriali si basa su una struttura contrattuale fondata sui contratti nazionali di categoria e sulla contrattazione aziendale. Sappiamo molto bene che questo modello contrattuale è minacciato dalla frammentazione del processo lavorativo: penso alle esternalizzazioni, al sistema degli appalti e dei subappalti, al proliferare di cosiddette “cooperative”. Al fatto che le tecnologie che intrecciano il digitale e la manifattura cambiano il perimetro delle tradizionali categorie produttive sulla cui base è ancora oggi organizzato il sindacato. Per reggere a questo cambiamento, dobbiamo essere in grado di riunificare in capo alle persone i diritti di chi lavora. Non basta immaginare una nuova le­gislazione sul lavoro e un nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori, che pure dobbiamo conquistare.

D. Un nuovo Statuto con centinaia di pagine di norme, e di difficile realizzazione, come quello proposto dalla Cgil?
R. No, può essere anche più leggero di quello – effettivamente largo – che abbiamo presentato. Ma il punto centrale deve essere che i diritti fondamentali della persona che lavora non devono più rimanere legati al lavoro che si svolge, e non possono di fatto essere diritti effettivi solo se si lavora a tempo indeterminato. Devono es­sere diritti esigibili e garantiti per chiunque lavori, qualunque sia il lavoro svolto, qualunque sia la modalità, qualunque sia il grado di autonomia nella prestazione. E in questa logica, da un lato non è più possibile continuare ad avere 450 contratti nazionali di lavoro; dall’altro bisogna ridisegnare i contratti per mettere assieme tutte le persone che lavorano nella medesima filiera produttiva. Non ha sen­so che in una stessa azienda ci siano persone con il contratto della lo­gistica, altri con quello dei metalmeccanici, altri interinali, altri con il contratto del commercio. È un fattore di debolezza e di competi­zione tra lavoratori, mentre dall’altra parte il governo dell’impresa è totalmente centralizzato. Dunque dobbiamo riformarci e ridefinire le vecchie categorie, riducendo il numero dei contratti e pensando a una contrattazione di tipo nuovo. Il che implica l’abbandono della tradizionale ostilità del sindacato a una regolazione per legge del­la rappresentanza e di altre materie sindacali. Io credo che oggi sia giunto il momento di una legislazione sul lavoro e di una legge sulla rappresentanza che garantiscano determinati diritti in capo ai lavora­tori, compreso il diritto di votare tutti gli accordi che li riguardano, il diritto di potersi scegliere il sindacato cui aderire, e la misurazione della legale rappresentanza attraverso un funzionamento più traspa­rente delle organizzazioni sindacali.

Il sindacato deve tornare a rap­presentare e unire tutto il mondo del lavoro, e costruire su questa base una cultura politica e sociale alternativa all’attuale modello che ha al centro mercato e finanza

Maurizio Landini

D. Una legge sulla rappresentanza significa anche introdurre regole per limitare l’esercizio del diritto di sciopero attraverso referendum e al­tre misure a voi sgradite. La cultura cislina vede sempre con sospetto gli interventi legislativi sulle materie che riguardano le parti sociali.
R. Intanto, vorrei ricordare che la nostra Costituzione definisce lo sciopero un diritto dei lavoratori. Inoltre, di leggi contro il lavoro ne sono state varate in quantità. Da anni. Leggi che consentono oggi alle imprese di fare quello che vogliono. Da noi vige l’articolo 8, vo­luto dalla Fiat, realizzato dal ministro Maurizio Sacconi, che ha per­messo alla Fiat di uscire dal contratto nazionale, di non associarsi più a Confindustria, di farsi un proprio contratto aziendale, di decidere quali sindacati esistevano e quali no. E invece non c’è una legge che assicura alle persone che lavorano il diritto di votare gli accordi che li riguardano. So bene che non c’è un contesto politico che va nella direzione che auspico; ma se vogliamo costruire le condizioni per un rinnovamento del sindacato è necessario dare voce ai lavoratori attraverso la democrazia. Le persone che lavorano hanno il diritto di poter votare per dire se gli accordi che i sindacati concludono in loro nome li condividono oppure no. E c’è un altro fattore importante. Una legge sulla rappresentanza sindacale, per definizione, fa sì che i contratti abbiano una validità erga omnes, e che quindi non ci possa­no più essere imprese che, come avviene oggi, decidono di non ap­plicare i contratti nazionali di lavoro. Lo sviluppo logico è che possa nascere anche una definizione per legge del salario minimo – se ne discute in tutto il mondo – che secondo noi potrebbe essere quello sancito dai contratti nazionali firmati dalle organizzazioni effettiva­mente rappresentative e approvati dagli interessati. In questo modo si potrebbe realmente conquistare un sistema in cui a parità di lavoro corrisponde parità di retribuzione e di diritti, contrattuali e di wel­fare. Cosa che oggi non c’è, o rischia di essere messa in discussione.

Susanna Camusso e Maurizio Landini.

D. Nel dibattito politico, tra i partiti e in Confindustria, però, per salario minimo normalmente si intende una cosa ben diversa dai mi­nimi contrattuali Cgil-Cisl-Uil. Non c’è il rischio che per legge si stabilisca un salario minimo di povertà, su cui poi inevitabilmente si schiacceranno tutti i contratti?
R. Questo rischio c’è. Ma vorrei far notare che negli ultimi anni è avvenuto un fatto inedito: il Parlamento – l’ultimo in particola­re, eletto con una legge incostituzionale, dove c’è una maggioranza che non è la maggioranza di quelli che hanno votato, e che è una maggioranza solo perché c’era un premio di maggioranza – ha varato molte leggi sul lavoro senza mai permettere a quelli che lavorano e alle organizzazioni sindacali che li rappresentano di poter dire se erano d’accordo o no. Leggi che stanno cambiando radicalmente i rapporti di forza e lo stesso mestiere del sindacalista: in passato chie­devamo ai datori di lavoro di applicare le leggi, oggi ci troviamo a chiedere alle imprese di non applicarle. Bella situazione, no? E allora, a mio avviso, il ruolo del sindacato è anche quello di creare il consenso sociale e politico per ricostruire una nuova legislazione del lavoro. Dobbiamo elaborare una nostra proposta su cui confron­tarci con tutte le forze politiche; e, se necessario, dobbiamo costruire anche una mobilitazione sociale per sostenerla. Nessun altro lo farà al posto nostro. O vogliamo, forse, accettare uno stato di cose in cui i contratti nazionali vengono scavalcati dai contratti pirata, in cui pre­dominano voucher, stages, tirocini, lavori pagati una miseria e senza tutela? Questa battaglia per costruire una nuova cultura dei diritti del lavoro è un rischio che dobbiamo correre. E, del resto, è quanto abbiamo fatto – per la prima volta nella storia della CGIL – quan­do abbiamo deciso di promuovere referendum abrogativi di leggi sbagliate. Non era mai successo nella storia del sindacato, che non nasce per fare referendum per cancellare leggi, ma per contrattare e per promuovere una legislazione a favore di chi lavora. Ma di fronte a una situazione inedita dico che servono risposte straordinarie e ine­dite. Perché se restiamo con le mani in mano, se non riconquistiamo un quadro legislativo diverso, non riusciamo neanche a contrattare.

D. D’accordo, ma anche prima del varo di queste leggi è un fatto indiscutibile che il sindacato ha fatto di tutto per complicarsi la vita. Non ha contrastato il dilagare della precarietà, specie per i giovani, ha abbandonato completamente interi settori emergenti, come la logistica, dove le confederazioni hanno lasciato ampi spazi ai “sindacati di base”. La Cgil ha difeso allo spasimo le indennità più discutibili degli or­chestrali del Teatro dell’Opera di Roma, e appare lontana e distante dai bisogni di tanti milioni di giovani e precari.
R. Ci saranno anche errori e limiti, non c’è dubbio. Dovrem­mo imitare – a proposito di logistica – la IG Metall, la grande or­ganizzazione sindacale tedesca, che si è predisposta a rappresentare tutti i lavoratori che concorrono alla catena di valore del prodotto, dalla produzione alla consegna, all’assistenza. Dobbiamo riunificare i contratti; ma questo significa riaffermare il valore fondamentale del contratto nazionale e della contrattazione aziendale. La pericolosi­tà del modello Fiat, inizialmente da troppi sottovalutata, è che ha importato in Italia un’idea americana delle relazioni sindacali in cui non esiste più il contratto nazionale. Il sindacato diventa un soggetto aziendale, che partecipa alla competizione tra le diverse aziende. Una innovazione che distrugge il cuore della stessa nostra ragion d’essere: senza una solidarietà generale tra i lavoratori, senza una strumenta­zione di diritti garantiti in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi azienda, il sindacato non esiste più. Io continuo a pensare che questi non sono ragionamenti “vecchi”, ma valori che vanno riaffermati. Per tornare alla domanda iniziale – se cioè il sindacato abbia un futu­ro – ebbene, il sindacato secondo me può avere un futuro perché ci sono milioni di persone che lavorano, persone che hanno bisogno e diritto di stare insieme per tutelare la loro condizione di lavoro. Ma, lo dico brutalmente, il sindacato è effettivamente dotato di una cultura, di una prospettiva, di una visione, di una struttura tale da rispondere a questa sfida? La mia risposta è negativa. Dobbiamo realizzare un cambiamento profondo, una trasformazione incisiva, immaginare nuovi strumenti di azione. Rimanendo un soggetto sociale e politico che si pone il problema di una trasformazione della società e che punta a rappresentare tutte le forme del lavoro all’interno di un progetto confederale.

Maurizio Landini a Italianieuropei, l'anticipazione di L43: SECONDA PARTE

Non è possibile che i 5 milioni e mezzo di iscritti alla nostra or­ganizzazione, a parte pagare la tessera sindacale, abbiano in realtà ben poche possibilità di poter contare e incidere sulle scelte che vengono prese.


Maurizio Landini a Italianieuropei, l'anticipazione di L43: TERZA PARTE

DOMANDA. Parliamo di Matteo Renzi. A suo tempo lei ebbe un rapporto molto stretto con l'allora "rottamatore". A La Repubblica, nel dicembre del 2013, disse addirittura che "Renzi ha un atteggiamento molto più libero sui temi della democrazia, del lavoro, della lotta alla precarietà rispetto a chi lo ha preceduto alla guida del Partito Democratico".


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