Maurizio Landini
25 Ottobre Ott 2017 1500 25 ottobre 2017

Maurizio Landini a Italianieuropei, l'anticipazione di L43: seconda parte

Il sindacato per avere un futuro deve proporre un progetto di trasformazione sociale. Il fondatore di Coalizione sociale a tutto tondo su diritti del lavoro, politica e sfide future.

  • Roberto Giovannini
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L'intervista a Maurizio Landini uscirà su Italianieuropei, in edicola da sabato 28 ottobre (L43 l'ha divisa in 3 parti. Qui la prima e la terza).

DOMANDA. Una volta il sistema delle relazioni industriali era semplice: c’era una controparte quasi unica, Confindustria, con cui si negoziavano ac­cordi che valevano poi per tutti. Adesso Confindustria sta quasi peggio dei sindacati, ed è tutto dire.
R. Io affermo che la legge per la rappresentanza è necessaria per noi, ma anche per le controparti. Abbiamo avuto anni in cui si è apertamente tentato di superare i contratti nazionali e di abbattere la stessa idea confederale del sindacato. Si è fatto di tutto per determi­nare la divisione tra i sindacati, per far sì che ogni volta che le nostre organizzazioni avevano idee diverse si finisse con accordi separati. E così come c’è bisogno di ricostruire una rappresentanza politica che abbia la fiducia e il consenso dei cittadini, occorre anche una riforma del sistema della rappresentanza delle organizzazioni sociali: ogni organizzazione deve misurarsi con le altre sulla base della sua rappresentatività e di regole democratiche. E poi, il sindacato deve tornare a occuparsi della condizione di lavoro e di vita delle perso­ne, a contrattare nuovi modelli di organizzazione del lavoro. Adesso parliamo molto di Industria 4.0, c’è un grande cambiamento dei modelli organizzativi nelle aziende. Ma in questi anni – e secondo me è una delle ragioni delle difficoltà della sinistra e del sindacato – è passata l’idea che il modo di lavorare non fosse più un tema oggetto di negoziazione o di confronto. Immaginare e proporre soluzioni per lavorare in modo diverso, più efficace, per dare più spazio di parte­cipazione e di decisione ai lavoratori da un certo momento non è stato più un nostro obiettivo. Non è un caso che a un certo punto il Partito Democratico di Renzi – che pure si definisce un partito di sinistra – abbia affermato di avere come riferimento l’impresa e il mercato. Davvero, abbiamo un lungo lavoro davanti a noi.

D. Un lavoro difficile, certo. Ma è un obiettivo praticabile?
R. Ritengo che sia un obiettivo possibile. Basta guardarsi intorno: nonostante tutto, nonostante la crescita spaventosa del lavoro preca­rio e le basse retribuzioni, c’è una domanda di sindacato. Si citava in precedenza la filiera della logistica: se Cgil-Cisl-Uil non sono state in grado di intervenire, quei lavoratori hanno comunque cer­cato di trovare forme di tutela e di rappresentanza. Se non ci siamo andati noi, qualcun altro è arrivato. Si può accet­tare il dilagare del sistema delle cooperative e del subappalto, che spesso nasconde la presenza del­la criminalità organizzata? Si può accettare che un giovane che cerca lavoro – senza essere figlio o conoscente di qualcuno – non abbia un luogo fisico, una struttura pubblica in grado di dargli risposte? Che addirittura adesso si debba pagare per lavorare, e non il contrario? Si tratta di una grave degenerazione, di un degrado sul piano dei valori culturali, perché favorisce un modello so­ciale fondato sulla competizione tra le persone e sull’insicurezza. Per­ché è da qui che scatta poi la paura del migrante: diventa normale il timore che, se non si accettano determinate condizioni di lavoro, ce ne sono altri dieci pronti a lavorare a un euro di meno. Certo, il sin­dacato deve riorganizzarsi. Dobbiamo valutare fino in fondo i nostri limiti, gli errori commessi, analizzare le cose che non abbiamo capi­to, immaginare i cambiamenti che dobbiamo introdurre. Di questo, esplicitamente e con coraggio, noi della Cgil dobbiamo discutere nel Congresso che ci attende nei prossimi mesi.

Non è possibile che i 5 milioni e mezzo di iscritti alla nostra or­ganizzazione, a parte pagare la tessera sindacale, abbiano in realtà ben poche possibilità di poter contare e incidere sulle scelte che vengono prese. È inaccettabile

Maurizio Landini

D. A dire la verità, sappiamo tutti che un Congresso della Cgil è un complicato gioco politico che ha dinamiche, equilibri e regole tutte particolari. Non è propriamente una palestra di democrazia.
R. Penso che dobbiamo cambiare anche in questo. Voglio essere netto: non è possibile che i 5 milioni e mezzo di iscritti alla nostra or­ganizzazione, a parte pagare la tessera sindacale, abbiano in realtà ben poche possibilità di poter contare e incidere sulle scelte che vengono prese. È inaccettabile. Tanto più perché la Cgil – ed è una delle ragioni per cui, a differenza dei partiti che non esistono quasi più, noi reggiamo ancora – possiede tutt’oggi una spina dorsale costituita da migliaia e migliaia di uomini e di donne, persone che sono elette da altri lavoratori nei luoghi di lavoro. Delegati e delegate che ogni giorno rappresentano il sindacato. In molti casi i lavoratori, gli iscrit­ti, che sanno benissimo chi è il loro delegato, non sanno neanche chi sia il segretario generale del loro sindacato o della loro categoria, che – è anche il mio caso – non viene eletto dagli iscritti, ma dagli organismi dirigenti. Senza questa rete di migliaia di delegati non esi­sterebbero né il sindacato, né la Cgil, né la Fiom; ma nei fatti le persone che ne fanno parte non sono mai messe nella condizione, su certe scelte o certi passaggi politici, di dire la loro. Abbiamo fatto una sperimentazione, positiva, di consultazione straordinaria degli iscritti prima di decidere se raccogliere le firme per i tre referendum. Adesso dobbiamo mobilitare di nuovo questa energia. A cominciare dai nostri delegati e dai nostri iscritti, dobbiamo trovare le forme e i modi per un loro maggior coinvolgimento nella vita della Cgil.

D. E in quale forma? Con i meccanismi un po’ bizantini e farraginosi attualmente vigenti?
R. Bisogna rovesciare la consuetudine per cui prima, al centro, si decidono quanti documenti programmatici ci sono, e poi si va dagli iscritti a chiedere di dire un sì o un no, se stanno con questo o con quel dirigente sindacale. Bisogna capovolgere lo schema: si discuta liberamente su proposte aperte, su cui le persone possano esprimersi, e poi sulla base di questo lavoro di consultazione e di coinvolgimento preventivo si decideranno i contenuti dei documenti programmatici, su cui alla fine tutti gli iscritti voteranno.

D. Landini, lei è stato burlato da Crozza con la battuta del gettone telefonico e dell’iPhone. È un fatto che la democrazia assembleare clas­sica non coinvolge davvero tutti i lavoratori, e offre molte scorciatoie. Ma non sarebbe il caso di usare strumenti più innovativi, ad esempio digitali?
R. Non escludo nulla. Però non credo molto all’esistenza di una pura “democrazia digitale”, almeno così come viene raccontata. La tecnologia deve essere utilizzata per allargare gli spazi di democrazia, ma nella democrazia c’è anche l’appello alla responsabilità delle per­sone, all’assunzione di responsabilità.

D. Se invece si provasse a far imitare al sindacato quanto stanno facendo gli spagnoli di Podemos, che utilizzano un sistema misto assem­bleare e digitale?
R. Conosco Podemos, ho avuto dei confronti con Pablo Iglesias. Ripeto, non escludo nulla. Si può fare. Però quel che conta non sono le modalità di partecipazione, ma valorizzare davvero la partecipa­zione. Non ha senso che il Congresso sia un evento per cui ogni quattro anni si fa un’assemblea per chiedere agli iscritti solo un sì o un no. Questa non è reale democrazia. E c’è la spina dorsale della nostra organizzazione, fatta da forse centomila delegati eletti – nel pubblico come nel privato – dai lavoratori, iscritti e non iscritti. Per questi centomila delegati e delegate, che sono quelli che tengono in vita la nostra organizzazione, non dovrebbero esserci dei modi, dei canali per essere coinvolti nelle decisioni strategiche della Cgil? Io penso di sì. Non so dire, ora, quale sia la forma migliore. Ma sono certo che questa sarebbe una utilissima riforma democratica dell’or­ganizzazione sindacale.

Maurizio Landini.

D. Si era parlato, a suo tempo, dell’ipotesi di utilizzare le primarie anche nel sindacato. È uno strumento utile, a suo avviso?
R. Continuo a pensare che le scelte di una organizzazione, se me­rita questo nome, vadano affidate agli iscritti a quell’organizzazione. Diverso è per un contratto di lavoro, che riguarda tutti i lavoratori, e su cui hanno tutti diritto di voto. Ma primarie in cui votano quelli che non sono iscritti, o addirittura quelli che magari sono iscritti ad altre organizzazioni, le trovo una cosa senza senso. E più in gene­rale, se guardo alle primarie in politica, non mi sembra affatto che abbiano portato più democrazia e partecipazione; spesso hanno solo aumentato confusione e divisioni. Ho detto della necessità di coin­volgere di più gli iscritti e i delegati, ma bisogna anche valorizzare il ruolo degli organismi dirigenti della nostra organizzazione, che in Cgil sono formati prevalentemente da persone che sono nei luoghi di lavoro. Può essere utile in qualcuno di questi passaggi il meccani­smo delle primarie? Discutiamone: un’idea precostituita non ce l’ho. Ma se il modello è quello delle primarie della politica, beh allora sono totalmente contrario. Perché quelle primarie hanno accentuato al parossismo la personalizzazione. E secondo me uno dei mali peg­giori di questa fase politica è stato immaginare che basti individuare un leader per risolvere tutti i problemi. Una vera bestialità.

D. Eppure è riconosciuto che il profilo del leader, il suo carisma, la sua capacità di intessere relazioni, è un fattore decisivo.
R. Questa è un’altra faccenda. Non voglio dire che chi ha un ruo­lo dirigente non debba avere anche una leadership forte, perché in caso contrario o dirige male, o ben presto non dirigerà più. Il punto è che quando nelle nostre organizzazioni, in politica e nel sindacato, c’erano leader autorevoli, erano tali anche per la cultura di organizza­zione che avevano costruito, oltre che per la qualità dei dirigenti con cui collaboravano. Sono virtù che non si manifestano semplicemente grazie a un’elezione, a una votazione. Non lo stabilisce un’urna elet­torale chi è “più leader” tra due candidati. E poi c’è un problema più generale. Ci sono sempre meno spazi in cui le persone possono partecipare e decidere, c’è meno democrazia, solo il 50% degli italia­ni va a votare. E il sindacato si deve porre con forza il tema di come ricostruire una partecipazione democratica alle scelte, perché non è possibile, né giusto, né accettabile che nei luoghi di lavoro ci sia chi decide – l’impresa – e chi deve adeguarsi alle altrui decisioni senza poter mai dire la sua. Mi chiedo: ci sono forze politiche che si pon­gono il problema di tornare a esprimere e rappresentare un punto di vista alternativo al modello sociale del mercato e della finanza?

D. La politica, tema intrigante e delicatissimo. Il sindacato italiano dovrà fare come si fece a suo tempo in Gran Bretagna e fondare un pro­prio partito?
R. No. La mia idea è che il sindacato deve essere indipendente e autonomo dalla politica, ma allo stesso tempo trovo grave il vuo­to che c’è nella rappresentanza politica del mondo del lavoro. Nella sua autonomia, credo che la Cgil possa dare un contributo alla ricostruzione di un pensiero politico che riparte dalla centralità del lavoro. Ma solo se è in grado di cambiare pelle, di correggere i pro­pri errori, di inventare un metodo di partecipazione e di democra­zia; e senza dividersi, ma anzi tenendo insieme tutte le sue anime in un pluralismo di idee. Voglio essere chiaro: primo punto, se questo compito non lo assume su di sé la CGIL non vedo chi altri possa svolgerlo. Secondo punto, se la Cgil non svolgerà questo compito, rischia di cambiare negativamente la sua natura.

D. Ma l’indipendenza del sindacato dalla politica non equivale so­stanzialmente all’isolamento del sindacato?
R. È l’opposto. L’indipendenza è la condizione per poter essere un soggetto autonomo. Indipendenza vuol dire che il sindacato ri­sponde agli iscritti e ai lavoratori che rappresenta.

D. Ma se non c’è una forza politica che faccia da sponda in parla­mento…
R. La forza politica si deve costruire. Ma si riesce a costruire solo a partire da una cultura politica nuova.

Maurizio Landini a Italianieuropei, l'anticipazione di L43: PRIMA PARTE

Il sindacato per avere un futuro deve proporre un progetto di trasformazione sociale. Il fondatore di Coalizione sociale a tutto tondo su diritti del lavoro, politica e sfide future. L'intervista a Maurizio Landini uscirà su Italianieuropei, in edicola da sabato 28 ottobre


Maurizio Landini a Italianieuropei, l'anticipazione di L43: TERZA PARTE

DOMANDA. Parliamo di Matteo Renzi. A suo tempo lei ebbe un rapporto molto stretto con l'allora "rottamatore". A La Repubblica, nel dicembre del 2013, disse addirittura che "Renzi ha un atteggiamento molto più libero sui temi della democrazia, del lavoro, della lotta alla precarietà rispetto a chi lo ha preceduto alla guida del Partito Democratico".


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