Maurizio Landini
25 Ottobre Ott 2017 1500 25 ottobre 2017

Maurizio Landini a Italianieuropei, l'anticipazione di L43: terza parte

Il sindacato per avere un futuro deve proporre un progetto di trasformazione sociale. Il fondatore di Coalizione sociale a tutto tondo su diritti del lavoro, politica e sfide future.

  • Roberto Giovannini
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L'intervista a Maurizio Landini uscirà su Italianieuropei, in edicola da sabato 28 ottobre (L43 l'ha divisa in 3 parti. Qui la prima e la seconda).

DOMANDA. Parliamo di Matteo Renzi. A suo tempo lei ebbe un rapporto molto stretto con l’allora “rottamatore”. A La Repubblica, nel dicembre del 2013, disse addirittura che «Renzi ha un atteggiamento molto più libero sui temi della democrazia, del lavoro, della lotta alla precarietà rispetto a chi lo ha preceduto alla guida del Partito Democratico». Le posso chiedere che cosa vedeva in Matteo Renzi per fare una simile aper­tura di credito?
RISPOSTA. La forza di Renzi nasceva dagli errori di chi l’aveva preceduto. Compreso quello più grave, cioè non andare a votare dopo la ca­duta del governo Berlusconi e dar vita al governo Monti, con tutto quel che ne è conseguito sul piano economico e sociale. L’ascesa di Renzi nel PD nasceva dalla crescente sfiducia verso i dirigenti che erano venuti prima di lui, per le cose che avevano fatto e per quelle che non avevano fatto. Dirigenti che lui prometteva di rottamare in blocco. Ragionando in una chiave sindacale, mi sembrava dunque utile non avere preclusioni rispetto alle sue idee e alle sue proposte, ma piuttosto sfidarlo – visto che lui diceva di essere il “nuovo” e che voleva cambiare le cose – a cambiarle in una certa direzione. Diven­tato presidente del Consiglio gli scrissi una lettera aperta, a nome della Fiom, in cui dicevamo di non aver gradito che fosse diventato premier senza aver vinto le elezioni; ma visto che diceva di voler cambiare il Paese, ebbene noi eravamo pronti a sfidarlo a cambiarlo assieme al lavoro. E indicammo una serie di terreni su cui agire, dalla politica industriale alla tassazione, fino ai diritti del lavoro.

D. Bè, per cambiare ha cambiato. Ma nella direzione esattamente opposta a quella da voi auspicata. Non è pentito?
R. Vorrei dire che c’è stato un Renzi fino alle elezioni europee del maggio 2014, e poi dopo le elezioni ce n’è stato un altro. Prima, per rimanere al tema del lavoro, lui si era detto contrario a modi­fiche all’articolo 18. Aveva parlato di un contratto unico contro la precarietà, e io – suscitando anche qualche ira in casa Cgil – avevo detto che se il nuovo contratto sostituiva altri rapporti precari, bè, eravamo interessati a sperimentare un vero cambiamento. Avevamo concluso a Palazzo Chigi l’accordo per Electrolux, che consentiva investimenti all’azienda evitando i licenziamenti. Ad agosto 2014, dopo le europee, Matteo Renzi ha preso un’altra strada. Sull’articolo 18, sulla precarietà, sui rapporti con il sindacato. E naturalmente i nostri cammini si sono divisi.

C’è stato un Renzi fino alle elezioni europee, e poi dopo ce n’è stato un altro. Ha preso un’altra strada. Sull’articolo 18, sulla precarietà, sui rapporti con il sindacato. E naturalmente i nostri cammini si sono divisi

Maurizio Landini

D. Come si spiega questa sterzata?
R. Con il rapporto con l’Europa, ma anche con il rapporto che aveva stabilito con la Fiat e con Sergio Marchionne, che è diventato un suo punto di riferimento. Certo è che con il Jobs Act si è reso esplicito che Renzi andava in una direzione opposta alla nostra. E di conseguenza abbiamo fatto una battaglia molto forte e netta, di­mostrando cosa sia davvero l’autonomia del sindacato dal governo e dalle forze politiche.

D. Autonomia, però, anche dal suo segretario generale Susanna Ca­musso. È normale che un segretario di categoria com’era lei vada riserva­tamente a parlare con il premier?
R. E che male c’è?

D. Per definizione, il rapporto con il primo ministro e con il governo è privilegio e responsabilità del segretario generale di una confederazione.
R. Veramente io questa critica non l’ho mai capita. Qualsiasi dirigente sindacale, per il lavoro che fa, sfrutterebbe una simile op­portunità. Si parlava di vertenze sindacali come Finmeccanica, Fin­cantieri, Fiat, Electrolux, Termini Imerese. Un segretario generale di una categoria non mette per questo in discussione l’autorevolezza della Confederazione, se fa quel che deve per tutelare gli interessi delle persone che rappresenta.

D. Siamo nella primavera del 2014, ma tra voi della Fiome Ca­musso c’era già un durissimo scontro sull’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio del 2014.
R. Fu una discussione con momenti anche abbastanza – diciamo così – vivaci. Noi contestammo alla Confederazione di aver firmato quel testo senza un mandato del Direttivo e senza una consultazione degli iscritti e dei delegati.

D. Un accordo che peraltro, nonostante le polemiche e i tre anni e mezzo trascorsi, è rimasto ancora virtuale.
R. Non è stato applicato, perché la certificazione della rappre­sentanza ancora non c’è. Ma per la Fiom quell’accordo apriva una questione democratica di rilievo. Ci fu una consultazione degli iscritti in cui la maggioranza votò a favore, mentre i metalmeccani­ci votarono contro. La FIOM prese atto che l’accordo c’era, ma si impegnò nell’azione contrattuale a lavorare per modificarlo – come siamo riusciti a fare – nei limiti del possibile. Non è un caso che l’ultimo contratto nazionale dei metalmeccanici – firmato anche da Federmeccanica – stabilisse che il contratto sarebbe stato valido solo dopo un voto referendario dei lavoratori. Fu un risultato molto importante: non solo il contratto vedeva l’intesa di Fim-Fiom-Uilm, non solo si superava la fase degli accordi separati, ma an­che la nostra controparte accettava che il contratto fosse valido solo dopo un voto dei lavoratori, cosa che non era indicata nell’accordo del 10 gennaio.

D. Tra un anno Susanna Camusso dovrà lasciare la leadership del sindacato di Corso d’Italia, compiuti gli otto anni di mandato. Lei vor­rebbe diventare il nuovo segretario generale della Cgil?
R. Non voglio girare attorno alla domanda, ma in questa fase il tema non è semplicemente quello di chi sarà il segretario gene­rale. Io non mi sono mai candidato a nulla; anche quando ho fatto il segretario generale della Fiom è perché mi hanno proposto di farlo. Naturalmente, quando è successo ho sempre accettato. Detto questo, ripeto: prima ancora di capire chi sarà segretario generale, c’è il problema di cui abbiamo parlato in precedenza, cioè che Cgil immaginiamo e che discussione facciamo per realizzarla.

D. Va bene: un dirigente presenta un programma, lo si valuta e poi lo si vota.
R. Sinceramente, io non credo alle autocandidature. Sarà una cosa che dovremo discutere e decidere assieme.

Maurizio Landini e Susanna Camusso.

D. Ma io non le ho chiesto se si candida o no. Ho chiesto se vorrebbe fare il numero uno della Cgil. Se pensa di poter dare un suo contributo anche in questo modo.
R. Mi sento di poter dare un contributo di proposta e di iniziativa per la Cgil nel ruolo che alla fine verrà fuori. Ripeto, non è quello il tema oggi. Anzi, mi pare un rischio se la discussione che faremo si ridurrà al nome del segretario generale. Intendiamoci: è una cosa molto importante, anzi, decisiva. Ma se l’anno di tempo che c’è di qui al Congresso lo trascorreremo solamente per parlare di chi farà il segretario generale saranno guai. Chiunque sarà il nuovo segretario generale della Cgil, avrà un peso e una forza significativa solo se c’è una Cgil di un certo tipo; essere alla guida di un’organizzazione che non ha un grande futuro mi pare ben poco invidiabile. Oggi, dun­que, il tema è come restituire un progetto, una forza e una credibilità maggiore nel Paese alla Cgil, allargando la sua rappresentanza. E quindi come cambiare sul piano organizzativo e democratico e come aggiornare le scelte strategiche.

D. Dopo tanti anni in Fiom, come si trova nella segreteria della confederazione?
R. Intanto vorrei dire che ho considerato importante che – dopo 20 anni – a un segretario generale della Fiom venisse proposto di far parte della segreteria Cgil. La Fiom, come le altre categorie, ha la sua autonomia, e continuerà a fare quel che deve fare. Ma mi è parsa una proposta significativa, perché per affrontare i cambiamenti che sono necessari c’è bisogno di rafforzare l’unità della Cgil. Che non vuol dire cancellare il pluralismo, ma trovare anche forme nuove con cui le diverse idee si confrontano e prendono le decisioni. Vorrei dare un contributo in questa direzione. Se questo contributo viene ritenuto utile, a qualsiasi livello, come ho sempre fatto valuterò e sarò a disposizione. In più, confesso che dopo una vita sindacale trascorsa tra i metalmeccanici sono interessato e curioso di frequentare altri pezzi del mondo del lavoro, farmi direttamente un’idea delle con­dizioni, dei processi, del modo in cui si lavora. Sono convinto che dobbiamo recuperare un rapporto con un mondo del lavoro fram­mentato, e soprattutto con i giovani, che molto spesso pensano che il sindacato sia una cosa inutile o lontana da loro. Questa percezione la dobbiamo assolutamente cambiare.

D. Concludiamo tornando a parlare di politica. A suo tempo lei lan­ciò la “coalizione sociale”, che poi non ha conosciuto un grande successo e che avete abbandonato, anche se le è valsa l’accusa di volersi candidare a un ruolo politico. Lei non ha mai detto per quale partito ha votato, ma certo vota a sinistra. E a sinistra del PD la confusione pare regnare sovrana, tra un Giuliano Pisapia dall’incedere insicuro e lo spettro della possibilità di una frammentazione in molte liste.
R. In politica vedo contemporaneamente un grande vuoto ma anche un grande spazio a disposizione. Negli ultimi anni sono emersi fenomeni politici nuovi e dirompenti, da Grillo a Salvini a Renzi; ma è costantemente aumentato il numero di persone che non vanno a votare, che non si sentono più rappresentate da nessuno. Non è gente, dal mio punto di vista, che non è più interessata alla politica. Sbaglierò, ma vedo invece una domanda di diversa rappresentan­za politica. Basti pensare al voto sul referendum costituzionale del 4 dicembre, che ha visto una partecipazione nettamente superiore a quella delle elezioni politiche, europee o amministrative. Si sono recate alle urne persone che invece non ritengono necessario andare a votare per un partito.

Il problema sono i contenuti della proposta politica: non può essere semplicemente una somma di quel che c’è, oppure una discussione su chi è più vicino o più lontano dal Partito Democratico

Maurizio Landini

D. Ma come si rimettono in moto questi cittadini?
R. Credo che ci sia spazio per una forza politica che vuole restitu­ire ruolo e voce a quelli che non vanno a votare. Il problema sono i contenuti della proposta politica: non può essere semplicemente una somma di quel che c’è, oppure una discussione su chi è più vicino o più lontano dal Partito Democratico. Sono argomenti che mi paio­no poco interessanti e coinvolgenti. Per avere una prospettiva serve qualcosa che sia nuovo anche nelle forme ma che parta da contenuti e proposte concrete. Se tutto si gioca su uno sterile dibattito su cosa sia il centrosinistra è facile immaginare che non si va lontano. Se un giovane è precario quando governa la destra e continua a essere un precario anche quando governa la sinistra, cosa vogliono dire per lui in concreto destra e sinistra?

D. Insomma, questo agitarsi a sinistra del PD per ora è deludente.
R. Noto soltanto che bisognerebbe prendere atto che quelle mo­dalità di confronto non parlano più a nessuno. Serve a poco raggiun­gere un accordo tra persone o tra i gruppi politici. Chi hanno dietro, chi rappresentano? Se si vuole costruire qualcosa di grande bisogna coinvolgere le persone in carne e ossa, i cittadini, i giovani, i lavora­tori, i precari.

D. La sua “coalizione sociale” voleva essere questo?
R. Quella proposta nacque da un ragionamento sindacale: dopo lo sciopero generale non avevamo ottenuto nessun risultato, e il go­verno era andato avanti. Ma mentre nel 2002 avevamo portato tre milioni di persone a Roma, coinvolgendo l’intero mondo del lavoro e tantissimi giovani e precari, stavolta non c’eravamo riusciti. Noi della Fiom ci siamo così posti il problema di provare a costruire una coalizione sociale per allargare il fronte anche ad altri soggetti, e andare oltre la rappresentanza tradizionale del sindacato. A un certo punto però ci siamo fermati: a parte qualche defezione, ci eravamo resi conto del rischio che davvero si pensasse che il fine della coalizio­ne sociale fosse lo sbarco in politica, o la nascita di un partito. Che non era il nostro obiettivo. Ma fu un’iniziativa utile, tanto è vero che pochi mesi dopo la Cgil scelse, in seguito a una discussione mol­to impegnativa, di promuovere i referendum sul lavoro, parlando a tutto il paese e non solo ai lavoratori. Detto questo, se devo fare una riflessione autocritica sulla coalizione sociale – che pure è stata una decisione collettiva della Fiom – vorrei dire che quando si vuole scalare l’Everest non si parte con le scarpe da ginnastica. Si devono avere buoni scarponi, si deve pensare un po’ di più, bisogna organiz­zarsi e attrezzarsi, sapendo che in certi momenti ci vogliono anche le bombole di ossigeno.

D. Insomma, con l’attrezzatura giusta, l’Everest lo si può provare a scalare.
R. Quando parli con le persone, normalmente, con te discutono di pensioni, dei migranti, dell’evasione fiscale e della corruzione, o del figlio che deve andare all’estero perché non trova lavoro. Se si dimostra che attraverso la partecipazione c’è la possibilità di dare una risposta politica a quei problemi – ovvero se la politica torna a essere un progetto che offre soluzioni concrete – le cose possono cambiare. Un sindacato come la Cgil, o una sinistra che vuole essere tale, deve avere idee forti, su cui è in grado di discutere senza paura. Ci voglio­no anche la capacità e il coraggio di andare controcorrente.


Maurizio Landini a Italianieuropei, l'anticipazione di L43: PRIMA PARTE

Il sindacato per avere un futuro deve proporre un progetto di trasformazione sociale. Il fondatore di Coalizione sociale a tutto tondo su diritti del lavoro, politica e sfide future. L'intervista a Maurizio Landini uscirà su Italianieuropei, in edicola da sabato 28 ottobre

Maurizio Landini a Italianieuropei, l'anticipazione di L43: SECONDA PARTE

Non è possibile che i 5 milioni e mezzo di iscritti alla nostra or­ganizzazione, a parte pagare la tessera sindacale, abbiano in realtà ben poche possibilità di poter contare e incidere sulle scelte che vengono prese. È inaccettabile Maurizio Landini


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