Sicilia, Antimafia monitorerà le liste

Regionali, la Sicilia al voto

Regione Sicilia
2 Novembre Nov 2017 0800 02 novembre 2017

Elezioni in Sicilia: i numeri di una Regione dissestata

Debito da 8 miliardi: come la Grecia. Titoli tossici. Bilancio zoppicante. Un dirigente ogni nove dipendenti. Sanità malata. Ecco perché chi vincerà avrà una gatta da pelare. A cui serve una cura lacrime e sangue.

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Chi vince le elezioni siciliane vincerà le Politiche del 2018. È questo il leitmotiv che sta caratterizzando la campagna elettorale sull'isola. Tutti i maggiori partiti si sono così buttati a capofitto nella competizione, ignorando però la grana che rappresenta governare una regione come la Sicilia.

CLIMA DA STADIO POCO INCORAGGIANTE. Una terra che galleggia sui debiti, ha il più alto numero di enti locali in bancarotta e presenta spese fuori controllo. Avrebbe quindi bisogno di governanti disposti a intavolare una politica “lacrime e sangue”, ma il clima da stadio che si è creato attorno alle elezioni non sembra promettere bene.

1. Il debito pubblico: una tragedia... greca

Sarà forse l'antichissimo gemellaggio che lega la "Trinacria" - uno degli antichi nomi della Sicilia - con la penisola ellenica dai tempi della Magna Grecia ad aver fatto sì che le due procedessero all'unisono, nella buona e nella cattiva sorte, anche sul fronte economico.

COME GLI AIUTI AVUTI DA ATENE. Il debito siciliano nel 2016 ha sfondato quota 8 miliardi e 35 milioni di euro. Per fare un paragone, l'ultima tranche di aiuti che l'Eurogruppo nel giugno 2017 ha versato a favore della Grecia (uno Stato con il doppio degli abitanti rispetto alla Sicilia) consisteva in un assegno di 8,5 miliardi.

ALLARMI CADUTI NEL VUOTO. Secondo la Corte dei conti, che da anni monitora attentamente il bilancio siciliano lanciando continui allarmi caduti nel vuoto, il debito della Regione è così suddiviso: «Mutui con la Cassa depositi e prestiti S.p.a. per 2.797 milioni di euro (52,43%), con la Banca europea degli investimenti per 284 milioni di euro (5,33%) e infine con il ministero dell’Economia e delle Finanze per 2.253 milioni di euro (42,24%). Il 92,54% del debito interamente a carico della Regione risulta a tasso fisso».

2. Trappola derivati: acquistati titoli tossici

Le allegre operazioni finanziarie siciliane non si sono fatte mancare nulla, nemmeno l'acquisto di titoli tossici. Rilevano infatti i magistrati contabili: «Nel solo anno 2016 la Regione ha sostenuto, in esecuzione di tali contratti, un esborso aggiuntivo, rispetto ai mutui originari, di oltre 37 milioni di euro, di cui 34 attribuibili a maggiori interessi: nel quinquennio 2012-2016 lo scambio netto, capitale e interessi, ascende a 159 milioni di euro negativi per la Regione».

ANDAMENTO CRESCENTE FINO AL 2023. Questi esborsi aggiuntivi per interessi, cui si sommano quelli per la maggiore quota capitale, «si potrebbero protrarre, secondo un andamento crescente, fino alla scadenza del debito (2021-2023)».

3. Bilancio 2016 approvato per un soffio: rilevate pesanti criticità

La magistratura rimprovera all'amministrazione la sprovvedutezza nell'eseguire simili operazioni finanziarie: «Nel corso degli anni interessati dalla presenza dei contratti “derivati”», scrivono i giudici, «la Regione non ha provveduto alla creazione di fondi dedicati alla copertura delle passività potenziali scaturenti dagli stessi».

POSSIBILI PERDITE MONSTRE. Anche per questo motivo, nel mese di giugno 2017, il procuratore generale d'appello della Corte dei conti, Pino Zingale aveva chiesto, per la prima volta nella storia, ai magistrati contabili di bocciare il rendiconto relativo al 2016, sostenendo che i derivati potrebbero comportare perdite per oltre 200 milioni di euro mentre nel fondo a tutela la Regione ne ha incamerati soltanto 20.

SPADA DI DAMOCLE SUL FUTURO. Il via libera della Corte dei Conti è comunque arrivato il 19 luglio successivo (questa la sintesi della relazione). Due le criticità rilevate dai giudici contabili, le probabili esposizioni sul fronte dei derivati e i debiti delle partecipate: «Non si evincono circostanziate analisi finanziarie che possano confermare la congruità dell'accantonamento per fronteggiare l’eventuale mark to market negativo dei contratti in questione che potrebbero presentare per il futuro notevoli rischi, anche se», ammettono ottimisticamente i magistrati, «gli stessi fino al 2016 non si sono avverati. Infine non risulta effettuato alcun accantonamento per perdite degli organismi partecipati».

4. Squilibrio tra dirigenti e dipendenti: uno ogni nove

Un altro annoso problema tutto siciliano riguarda la selva dei dipendenti pubblici. Benché negli ultimi anni il presidente della Regione, Rosario Crocetta, sia intervenuto per arginare il fenomeno, gli sforzi compiuti non sono sufficienti. Scrive infatti il dottor Zingale nella propria requisitoria: «Il rapporto tra dirigenti e restante personale regionale è rimasto invariato rispetto al 2015 e cioè 1 dirigente ogni 9 dipendenti: una proporzione del tutto irragionevole e abnorme, frutto, in larga parte, di scriteriate scelte politico/clientelari del passato, estranea a qualsivoglia sano principio di gestione sia in campo pubblico che privato. In Lombardia, per esempio, il rapporto è di circa 1/13, mentre nel Lazio è di circa 1/15». Eppure lo stesso Zingale rileva che i parchi archeologici sono al collasso proprio a causa della carenza di personale.

UNO STATALE OGNI CINQUE OCCUPATI. Secondo il Centro studi ImpresaLavoro, in Sicilia ogni 5 occupati 1 è stipendiato dalla pubblica amministrazione (19,95%). Dato che la porta tra le regioni con il più alto numero di dipendenti pubblici in rapporto ai lavoratori: il risultato peggiore spetta alla Calabria, con il 22,03%, tallonata dalla Valle d'Aosta, a quota 21,01. A superare la media nazionale soprattutto le regioni del Mezzogiorno: Sardegna (19,30%), Molise (18,06%), Campania (17,89%), Basilicata (17,87%) e Puglia (17,42%), seguite a distanza ravvicinata dal Friuli Venezia Giulia (16,62%), che registra uno dei valori più alti di tutto il Centro-Nord.

PEGGIO DI TUTTI GLI STANDARD EUROPEI. In coda alla classifica troviamo invece: Lombardia (9,44%), Veneto (10,80%), Emilia-Romagna (11,59%) e Piemonte (11,90%). Il Lazio è in parte giustificato dall'alto numero di sedi istituzionali presenti sul suo territorio. Comparando i dati con quelli dell'Eurostat (elaborazione in questo caso però relativa al 2015 e non al 2016), emerge che Valle d'Aosta, Calabria e Sicilia hanno un rapporto dipendenti pubblici/occupati di gran lunga superiore ai dati nazionali francesi, inglesi e spagnoli.

5. La vera sfida: rinunciare allo statuto speciale

Come peraltro aveva fatto notare la Cgia di Mestre, sul dato è possibile fare una considerazione: gli sperperi di denaro pubblico sono maggiori nelle regioni a statuto speciale. A guidare la classifica è infatti la Valle d’Aosta con 11.519 dipendenti, pari al 9,05% dei residenti (bambini e anziani inclusi), davanti al Trentino Alto Adige (7,40% dei residenti), Friuli Venezia Giulia (6,75%) e Sardegna (6,58%). In Sicilia, tra esternalizzazioni e spostamenti del personale è difficile fare un calcolo esatto. Lo ha fatto il Pg Zingale, secondo cui, in tutto, sono 18.075 (nel 2015 erano circa mille in più) e comportano un esborso pubblico pari a 629 milioni 171 mila euro solo nel 2016.

GESTIONE CHE FAVORISCE GLI SPRECHI. Anche per questo, la vera sfida per chi si candida a guidare la Sicilia dovrebbe essere quella di rinunciare alla posizione di privilegio garantita dallo statuto speciale - che, come si è visto, favorisce gli sprechi persino in Valle d'Aosta - nella speranza di dare un taglio netto con la mala gestione del passato.

6. Sanità “malata”: spesa sproporzionata rispetto al Pil regionale

Per quanto riguarda la “Spesa Consolidata” (nella quale vengono incluse oltre alle spese del bilancio statale, quelle realizzate nei territori di riferimento dagli enti locali, da Fondi alimentati con risorse nazionali e comunitarie, da Enti e organismi pubblici), stando ai dati della Ragioneria dello Stato, la Sicilia con i suoi 9.776 euro spesi per abitante si colloca 15esima nella graduatoria. Appare insomma virtuosa.

MALE ANCHE CALABRIA E SARDEGNA. La valutazione, però, cambia se raffrontiamo la spesa pubblica al Prodotto interno lordo regionale: in questo caso si posiziona tra le regioni con percentuale di spesa pubblica più elevata (56,55%) assieme a Calabria (66,15%) e Sardegna (59,9%). In Sicilia l'esborso per l’assistenza ospedaliera convenzionata nel 2016 è stato di circa 690 milioni di euro, cui aggiungere i 439 milioni di spesa convenzionata e il miliardo e mezzo di spesa farmaceutica. Cifre esose che pure collocano la sanità siciliana tra le malate d'Italia, secondo Demoskopika.

7. Il fardello del debito degli Enti locali: quanto pesa mantenere il personale

Con 25 Comuni sopra i 25 mila abitanti in dissesto economico e 30 di oltre 50 mila in pre-dissesto, la Sicilia è in cima a un'altra classifica tutt'altro che lusinghiera: quella per numero di enti locali in bancarotta (dati Ifel). Oltre il 40% della spesa corrente comunale è destinato, guarda caso, al mantenimento del personale. E ora le casse sono vuote.

EPPURE INCASSANO I 10/10 DI GETTITO. Questo nonostante le particolari tutele che discendono dal suo statuto: la Regione è infatti la sola tra quelle che godono di maggiore autonomia a incassare i 10/10 del gettito Irpef, mentre le altre “speciali” partecipano alle spese dello Stato per almeno 1/10 del gettito. E lo Stato finanzia comunque parte dei servizi erogati.

ALMENO IL 3% DI SPESA DA TAGLIARE. Non solo: dato il dissesto, Roma ha concesso all’isola che la compartecipazione agli introiti Irpef passi dai 500 milioni del 2016 a 1,7 miliardi nel 2018. In cambio, la Regione dovrà tagliare almeno il 3% di spesa corrente, a partire dal 2017. L'accordo non ha tenuto però conto che proprio nell'autunno 2017 si sarebbero svolte le elezioni: in periodi di campagna elettorale, infatti, è difficile procedere con grandi risparmi.

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