Esperti Competenze
4 Novembre Nov 2017 1600 04 novembre 2017

Perché non ci fidiamo più di esperti e competenze

Non diamo ascolto all’autorità intellettuale. Siamo intrappolati nei social che potenziano i pregiudizi lasciandoci nell'ignoranza. Mentre alle élite manca autocritica. Il saggio di Nichols anticipato da pagina99.

  • NICO PITRELLI
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«Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli spiegatori e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell’imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini».

LETTURA CONSIGLIATA DAL PREMIER. Questo qui sopra è un estratto del libro The Death of Expertise (Oxford University Press, 2017): recensito tra gli altri dal New York Times, da The Conversation e Diplomatic Courier, il testo sarà disponibile in italiano nel 2018, la sua lettura è stata consigliata – tra gli altri – dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni all’ultimo Forum di Cernobbio. E, c’è da scommetterci, se ne parlerà anche in vista della campagna elettorale per le Politiche.

SI RIDUCE IL RUOLO DELL'EXPERTISE. Il saggio di Tom Nichols, professore di National Security Affairs all’Us Naval War College di Newport, Rhode Island, affronta un tema cruciale per la tenuta delle democrazie liberali: il rapporto tra esperti e cittadini. Sottotitolato The Camping Against Established Knowledge and Why It Matters, il volume indaga le principali forze in gioco impegnate nel ridurre il ruolo dell’expertise negli attuali processi di formazione dell’opinione pubblica.

Quando la democrazia è intesa come una richiesta indefinita di opinioni prive di fondamento, tutto diventa possibile, inclusa la fine stessa della democrazia

Tom Nichols

Forze che promuovono la credenza, se non la pretesa, che qualunque opinione sia ugualmente valida e ogni prospettiva sia degna di considerazione, con conseguenze imprevedibili, perché, come scrive Nichols, «quando la democrazia è intesa come una richiesta indefinita di opinioni prive di fondamento, tutto diventa possibile, inclusa la fine stessa della democrazia e del governo repubblicano».

SIAMO PROPENSI A SEGUIRE I SOCIAL. Il focus del libro è sugli Stati Uniti, ma il clima crescente di avversione nei confronti degli esperti è diffuso in molti altri Paesi, inclusa l'Italia. Da un’indagine dell’Osservatorio sui cambiamenti del consumo di informazione News Italia, condotta recentemente dal laboratorio di ricerca sulla comunicazione avanzata LaRica, realtà dell’Università di Urbino “Carlo Bo”, risulta per esempio che i nostri connazionali sono sempre più propensi a seguire le indicazioni che emergono nelle cerchie dei contatti sui social media rispetto ai pareri di leader competenti.

Il Paese dell'uomo della strada: Trump è la più plateale manifestazione

Bisogna poi considerare che la resistenza alle autorità intellettuali nella società statunitense ha radici antiche e profonde. Nichols sottolinea fin da subito come il mito romantico della saggezza dell’uomo comune e del buonsenso del genio autodidatta non sia mai tramontato nel suo Paese. Lo aveva già spiegato Alexis de Tocqueville quasi 200 anni fa nel classico La democrazia in America: la sfiducia nei confronti dell’autorità intellettuale è insita nella natura egualitaria della democrazia oltreoceano.

MEGAFONO PER I NUOVI "SPIEGATORI". Cosa è cambiato allora rispetto al passato? Primo, sostiene l’autore di The Death of Expertise, il fatto che i social media danno voce agli “spiegatori” come mai era accaduto finora. Secondo, non è tanto la riluttanza verso la conoscenza ufficiale a preoccupare, ma «l’emergenza di un’ostilità positiva nei confronti di tale conoscenza».

C'è una crescente fascia di popolazione propensa ad avere posizioni forti su qualunque argomento indipendentemente dalla conoscenza dell’argomento stesso

L’elemento nuovo è in altre parole una sfrontata celebrazione dell’ignoranza, che ha trovato in Donald Trump la sua più plateale manifestazione. L’ascesa del tycoon immobiliare alla Casa Bianca è stata segnata fin dall’inizio da posizioni marcatamente anti-scientifiche e dal disprezzo degli esperti che, durante un comizio elettorale nell’aprile del 2016 nella cittadina di La Crosse, nel Wisconsin, Trump non esitò a definire «terribili».

«MEGLIO CHE I POLITICI VADANO IN FERIE». In risposta alle critiche di dilettantismo riguardo alle sue proposte in politica estera, l’allora candidato repubblicano in quell’occasione dichiarò che «se il nostro presidente (Obama, ndr) e i nostri politici andassero in vacanza per 365 giorni all’anno e andassero al mare, la situazione in Medio Oriente sarebbe molto meglio di adesso». Non stupisce che tali affermazioni abbiano fatto breccia, almeno secondo Nichols, in una crescente fascia di popolazione propensa ad avere posizioni forti su qualunque argomento indipendentemente dalla conoscenza dell’argomento stesso.

Donald Trump.

ANSA

Le radici dell'ignoranza: più non sappiamo più siamo tranchant

A questo proposito lo studioso americano, profondo conoscitore del mondo russo, cita tra i vari aneddoti raccolti un sondaggio pubblicato nel 2014 dal Washington Post che chiedeva agli americani se fosse opportuno un intervento militare degli Stati Uniti in Ucraina dopo la crisi in Crimea.

BOMBE CONTRO UN PAESE SCONOSCIUTO. Nonostante solo un intervistato su sei fosse in grado di identificare correttamente il Paese su una cartina geografica, la maggior parte dei rispondenti aveva un’idea chiara di come procedere, con una propensione all’azione direttamente proporzionale all’incompetenza sulla complessa situazione geopolitica. Detto in altro modo, le persone che collocavano l’Ucraina in America Latina o in Australia erano quelle più entusiaste riguardo all’ipotesi di usare la forza nella penisola contesa tra Putin e il governo di Kiev.

L'ERA DI INTERNET HA ESASPERATO TUTTO. La diffusione di una visione fiera e virtuosa dell’ignoranza illustrata da queste storie non solo è un fatto nuovo ma è anche un ingrediente fondamentale per alimentare la sfiducia nei confronti dell’expertise necessaria alla crescita dei populismi a livello globale. Pur non avendo la profondità analitica di testi come L’assalto alla ragione di Al Gore (Feltrinelli, 2007), La Rivolta delle élite di Christopher Lasch, da poco riproposto da Neri Pozza in Italia, o di recenti volumi di stampo più accademico come Scienza e democrazia del filosofo della scienza italiano Pierluigi Barrotta (Carocci, 2016), il libro di Nichols è un’utile rassegna per capire come tutto ciò sia potuto accadere nell’era di internet.

Pregiudizi mentali: ignoriamo informazioni che ci contraddicono

L’elenco delle cause è lungo. In primo luogo, il saggista americano sottolinea il ruolo giocato dai pregiudizi mentali con cui giudichiamo i fatti, in particolare il bias di conferma, fenomeno cognitivo che ci spinge a ricercare, selezionare e interpretare informazioni che avvalorano le nostre convinzioni o ipotesi, e viceversa, a ignorare o sminuire quelle che le contraddicono.

TEORIE DEL COMPLOTTO A TUTTO GAS. La forma più estrema del bias di conferma è rappresentato dalle teorie cospirazioniste, che nella politica americana contemporanea abbondano, sottolinea Nichols. Basti pensare alla credenza che Barack Obama sia nato in Africa e in segreto sia musulmano o alla diceria secondo cui il presidente Bush abbia fatto parte del piano per attaccare gli Stati Uniti negli attentati dell’11 settembre. L’autoinganno che ci muove a interpretare prove e fatti in modo che siano favorevoli alle nostre aspettative riguarda tutti, indipendentemente da livello culturale, titolo di studio, status sociale o dalle credenze politico-religiose.

CONSERVATORI UGUALI AI PROGRESSISTI. Uno studio pubblicato nel 2015 su The Annals of the American Academy of Political and Social Science ha mostrato che le persone di orientamento progressista reagiscono allo stesso modo di quelle di orientamento conservatore quando vengono esposte a notizie scientifiche che ne mettono in discussione la visione del mondo: si fidano meno della scienza invece che dubitare delle proprie convinzioni.

Barack Obama e George W. Bush.

Tali reazioni sono coerenti con i più recenti risultati delle ricerche svolte nell’ambito delle scienze sociali computazionali applicate alle dinamiche comunicative sui social media. Si considerino a tal proposito gli studi di Walter Quattrociocchi e del suo gruppo del Laboratory of Computational Social Science all’Imt di Lucca che hanno rilevato secondo diverse prospettive quanto la Rete amplifichi la tendenza a circondarsi di persone che la pensano come noi e quanto siamo poco disponibili a considerare visioni del mondo diverse dalle nostre. I social si rivelano uno straordinario amplificatore del pregiudizio di conferma e portano alla formazione di camere di risonanza fortemente polarizzate che comunicano pochissimo tra di loro, le ormai famose echo-chamber.

LOGICHE DI MARKETING ALL'UNIVERSITÀ. Nichols mette poi sotto accusa l’attuale sistema dell’istruzione superiore americano, reo di essere complice dell’indebolimento della relazione tra esperti e cittadini. Lo studioso ce l’ha in particolare con la tendenza a considerare gli studenti sempre più come clienti e non come persone a cui fornire gli strumenti per comprendere la realtà nel senso più ampio possibile. Tale orientamento è il risultato di politiche di privatizzazione dell’università finalizzate ad accaparrarsi più fondi e allievi possibili secondo logiche di marketing e a scapito di una visione non utilitaristica della conoscenza.

Non può mancare nella lista il cosiddetto effetto Google, l'illusione di diventare esperti di qualunque argomento con veloci e superficiali ricerche su internet

L’accademico dell’Us Naval War College cita come esempio dell’attuale deriva mercantilistica dei sistemi accademici l’eccessivo rilievo attribuito alle valutazioni degli studenti nei confronti dei professori. Un’attenzione che a suo modo di vedere alimenta l’idea di poter giudicare chi ne sa più di noi senza troppe remore. L’approccio orientato al consumatore legittima inoltre il ricorso alle emozioni quale ultima e incontestabile diga argomentativa contro l’evidenza dei fatti e la complessità delle situazioni. Ma l’università non può essere ridotta semplicemente a business e gli studenti non hanno sempre ragione, avverte Nichols.

IL GIORNALISMO PIEGATO AL CLICKBAITING. Non può poi mancare nella lista il cosiddetto effetto Google, l’illusione di diventare esperti di qualunque argomento con veloci e superficiali ricerche su internet. Fenomeno a cui è legato il declino del giornalismo tradizionale, messo in crisi da una concorrenza online basata su modelli di business che rendono sempre più raro il lento e costoso lavoro investigativo dell’informazione di qualità e favoriscono, viceversa, clickbaiting e diffusione di fake news al solo scopo di generare rendite pubblicitarie più elevate.

Il giornalismo tradizionale e di inchiesta è messo in crisi da nuovi modelli di business.

L'ora dell'autocritica: anche le classi dirigenti devono farsi delle domande

Ma la parte forse più originale del libro è quella in cui vengono individuate le responsabilità degli stessi esperti nell’erosione della fiducia. Sul banco degli imputati non ci sono dunque solo “la società” o “i cittadini”, ma gli errori, le frodi, l’arroganza, il cinismo, la perdita di contatto con la realtà da parte delle élite politiche, accademiche, intellettuali. L’autocritica, e una seria riflessione per autoriformarsi, è indispensabile, ammonisce Nichols, per spiegare per esempio come mai nel 1964 la fiducia degli americani nei confronti del governo raggiungeva un picco del 77%, mentre nel 2015 si attestava al 19.

CONTRASTARE SCIENTIFICAMENTE IL FENOMENO. Cosa possono fare allora gli esperti per cercare di evitare la secessio plebis? L’autore di The Death of Expertise offre diversi suggerimenti: quello principale è contrastare scientificamente il pregiudizio di conferma, problema che riguarda tutti ma che ha effetti pesanti sulla credibilità istituzionale quando a esserne vittima sono manager, accademici, ricercatori, agenti della comunicazione, tecnocrati.

DUE ESITI FINALI: POPULISMO O TECNOCRAZIA. Secondo il saggista americano tutti i fattori descritti creano complessivamente un vortice di irrazionalità che indebolisce una delle basi su cui si fonda la democrazia: la fiducia nei confronti del sapere certificato. Quando questo accade, conclude Nichols, non solo diventa impraticabile il funzionamento di società complesse, ma la democrazia stessa entra in una spirale mortale che porta o al populismo o alla tecnocrazia, gli esiti autoritari del collasso del rapporto tra esperti e non-esperti.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99, "la fabbrica del freddo", in edicola e in edizione digitale dal 3 al 9 novembre 2017.

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Geplaatst door Pagina99 op donderdag 2 november 2017
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