Sicilia, Antimafia monitorerà le liste

Regionali, la Sicilia al voto

Elezioni Sicilia
5 Novembre Nov 2017 2224 05 novembre 2017

Elezioni Sicilia, exit poll: gli equilibri dei partiti dopo il voto

Il candidato di centrodestra Musumeci in vantaggio sul pentastellato Cancelleri. Berlusconi brinda e sogna un altro 2013. Ma deve vedersela con l'alleato Salvini. Micari del Pd solo terzo. L'analisi.

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Il risultato delle Regionali siciliane è virtuale fino alle 8 di lunedì mattina, quando comincia lo spoglio, ma la posta in gioco a livello regionale e anche nazionale è reale. E altissima per tutti i partiti che puntano a vincere tra pochi mesi la corsa per Palazzo Chigi. Secondo gli exit poll (qui il live) il candidato di centrodestra Nello Musumeci, fortemente voluto da Matteo Salvini e Giorgia Meloni e accettato da Silvio Berlusconi, vincerebbe con una forbice tra il 35 e il 40%, seguito dal 5 stelle Giancarlo Cancelleri con il 33-38%. Chiarissima e pesante è la sconfitta di Fabrizio Micari, candidato del Pd e di Ap, che si attesterebbe tra il 16 e il 20% mentre la neonata sinistra unita si conta per la prima volta con Claudio Fava e raggiunge un risultato tra il 6 e l'11%.

BERLUSCONI LOTTA PER LA LEADERSHIP. Dagli exit poll emergono due dati: il primo è la pesante eredità lasciata da Rosario Crocetta che ha penalizzato Micari. Il secondo è che il centrodestra pare essere tornato alla guida dell'isola, tra arancini (al maschile, alla catanese) e abbracci più o meno sinceri. Ora Berlusconi, sebbene in un primo momento non avesse appoggiato apertamente Musumeci, può rivendicare il ruolo di guida della coalizione. Ma non sarà una strada in discesa visto che né Salvini né Meloni sono pronti ad accettare la linea del Cav senza replica. «Il leader sarà quello che prenderà più voti», continuano a ripetere tutti e la sfida è già iniziata. L'obiettivo del Cavaliere è riportare in auge il suo partito con una massiccia presenza in campagna elettorale replicando quanto avvenne nel 2013. Essere il partito più votato nel centrodestra gli garantirebbe la possibilità di esprimere il proprio candidato premier ma soprattutto poter far 'pesare' i suo voti in caso di stallo e di fronte all'ipotesi di un governo di larghe intese. Idea che non può essere accettata da Salvini.

I PIANI DI SALVINI. Il leader della Lega, dal canto suo, è convinto che sarà il suo partito ad avere più voti e in questo senso è stato avviato il progetto di far uscire il Carroccio dal recinto delle regioni del Nord. Non a caso Salvini ha trascorso l'ultima settimana di campagna elettorale battendo al tappeto la Sicilia. I suoi progetti poi sono antitetici rispetto a quelli del Cavaliere. Per l'ex capo del governo il nemico da battere è il M5s, mentre il segretario della Lega non esclude di poter avviare in futuro un dialogo con i pentastellati. Che per il momento hanno rispedito l'invito al mittente.

M5s a pochi punti da Musumeci: Grillo e Casaleggio blindano Di Maio

Cancelleri, Di Battista e Di Maio.

Se il centrodestra brinda, il Movimento 5 stelle si considera comunque soddisfatto. Penalizzati forse dall'alta astensione (ha votato il 46,76% degli aventi diritto, contro il 47,41% del 2012) anche per i pentastellati la posta in gioco è altissima. La Sicilia è infatti vista come un trampolino di lancio per Palazzo Chigi. Non a caso Luigi Di Maio è sempre stato in prima linea in campagna elettorale, giocandosi il tutto per tutto. Non solo. Il successo del Movimento permetterebbe al candidato premier di mettere a tacere gli "ortodossi", o almeno quello che ne è rimasto. Dimostrando che la sua linea è quella vincente. Non a caso, per soffocare eventuali malumori interni sul nascere, Beppe Grillo e Davide Casaleggio già nelle prossime ore blinderanno Di Maio chiedendo la massima compattezza nella campagna per le Politiche.

CORRAO: «SOLI CONTRO LE ACCOZZAGLIE». Per questo al di là della prudenza d'obbligo, il Movimento 5 stelle ha già dettato la propria linea: «Comunque vada noi siamo i vincitori morali di questa tornata elettorale», è il commento dei vertici, «abbiamo combattuto da soli». Mentre da Palermo, l'europarlamentare Ignazio Corrao rilancia: «È un risultato fantastico, eravamo soli contro le accozzaglie». Del resto, c'è da esorcizzare la delusione per un probabile secondo posto dignitoso ma inutile. Una posizione che, in chiave nazionale e con il Movimento che mai abdicherà alle alleanze, condanna i 5 stelle a finire eterni secondi.

Micari grande sconfitto: Renzi cerca di evitare il redde rationem del Pd

Fabrizio Micari.

Non è una buona serata, invece, per il rettore Micari e la sua «sfida gentile». Scelto da Matteo Renzi accogliendo la proposta di Leoluca Orlando e con l'ok strappato ad Angelino Alfano (non pervenuto nella sua Sicilia), Micari non ha però convinto l'elettorato siciliano, anche perché penalizzato dalla gestione Crocetta. La rottura con la sinistra di Claudio Fava danneggia, ma non in modo determinante, il centrosinistra prefigurando una divisione tra i dem e egli ex Mdp difficilmente sanabile a livello nazionale.

RENZI ALL'ANGOLO. Stando agli exit poll non delude solo il risultato del candidato governatore, ma anche quello del Pd che sarebbe in calo rispetto alla percentuale del 13,4% ottenuta di 5 anni fa con una forchetta tra l'8 e il 12%. Un risultato che rischia di aprire una resa dei conti interna al partito a pochi mesi dalle politiche, con la minoranza di Andrea Orlando che chiede una maggiore collegialità nelle decisioni e arriva a mettere in discussione il ruolo di Renzi come candidato premier. La débâcle che non aiuta nemmeno la stabilità del governo Gentiloni alla vigilia dell'iter alle Camere della manovra. L'unica consolazione, magra, di Renzi è di non essere arrivato quarto dopo i 'Cento Passi' di Claudio Fava, che ha aggregato i bersaniani con la sinistra di Nicola Fratoianni raggiungendo al momento il 7%.

Matteo Renzi.

Per evitare il redde rationem interno, Renzi con i suoi ha già ammesso il "disastro annunciato" e convocato per il 13 novembre una direzione con l'obiettivo di cercare un dialogo (qui l'editoriale di Peppino Caldarola). Insomma, alla «sfida gentile» del rettore non credeva di fatto più nessuno. «Ma dove è la novità?», si difendono i renziani, «la scorsa volta si è vinto con il 13% del Pd, con l'11 dell'Udc e il 6 della sinistra di Crocetta e perché la destra era divisa». Una lettura che sembra un po' assolutoria ma è in realtà mirata a sostenere che «siamo in partita se c'è una coalizione». E soprattutto a evitare lo scontro interno e a convincere Dario Franceschini, Orlando e Michele Emiliano a non andare all'attacco del segretario condannando il Pd a sconfitta certa alle elezioni del 2018 a favore del centrodestra o del M5s.

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