October Revolution
BASSA MAREA
5 Novembre Nov 2017 1400 05 novembre 2017

Il rosso della Rivoluzione d'Ottobre fu un tramonto non un'alba

Il regime di Lenin e poi Stalin negli anni fece quasi 20 milioni di vittime. Un secolo dopo i "giorni che sconvolsero il mondo" sono ricordati solo da qualche mostra. Mentre l'ideale bolscevico è finito sepolto.

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Un secolo fa l’avvenimento fu grandioso e colpì i sentimenti e l’immaginazione di centinaia di milioni di uomini e donne. Erano I dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed. Promettevano la fine dei massacri della Prima guerra mondiale e un mondo nuovo. Un uomo nuovo. Oggi la Rivoluzione comunista dell’Ottobre russo viene a malapena ricordata. In Russia c’è solo qualche convegno, poche mostre, una a Mosca e due a Pietroburgo, dove il 7-8 novembre (il 25-26 ottobre per il calendario Giuliano allora usato in Russia) di un secolo fa il colpo di mano bolscevico conquistò il potere togliendolo ai socialdemocratici. La Repubblica era stata dichiarata il 14 settembre.

LA BEATIFICAZIONE DI NICOLA II. Due mostre, iconografiche per lo più, sono anche a Londra. In Italia Rifondazione Comunista, quel che ne resta, ha fatto un convegno a fine settembre, con Aldo Tortorella e Mario Tronti ospiti, e testimonial dei vecchi tempi. E di qualche rilievo in Russia c’è solo un sito web ben fatto, Project 1917, creato dallo scrittore Mikhail Zygar, che ripercorre gli eventi del 1917. «Ma niente di quell’anno può essere usato oggi dalla propaganda», ha detto Zygar, tantomeno Lenin. Lo zar Nicola II, eliminato con tutta la famiglia dai bolscevichi nel luglio 1918 con l’assenso di Lenin, nel 2000 è stato beatificato, con una formula usata dalla Chiesa ortodossa russa per le vittime morte non per la fede, ma con fede.

L'ALLERGIA DI PUTIN PER LE RIVOLUZIONI. Il presidente Vladimir Putin ha definito la fine dei sogni del 1917 «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo». Parlando il 20 ottobre scorso a Sochi, Putin si poneva una domanda: «Non sarebbe stato possibile seguire un percorso evolutivo invece che rivoluzionario? Non avremmo potuto evolvere con riforme graduali e forti invece che sopportare il costo della distruzione del nostro Stato e spietatamente distruggendo milioni di vite umane?». Lo zar Putin non ama l’idea delle rivoluzioni.

Stalin e Lenin in una foto del 1919.

Dopo il 1905 la strada socialdemocratica era stata aperta in Russia. Ma come osservava già molti anni fa Boris Souvarine, il rivoluzionario franco-ucraino diventato dal 1924 un accusatore di Stalin (era rientrato in Francia e per questo sopravvisse fino al 1984), «è stata l’interminabile guerra a spiegare l’ascesa dei bolscevichi al potere in Russia e l’ascendente del comunismo sui movimenti sociali nel mondo».

IL PUGNO DI FERRO LENINISTA. Lenin, partendo da Marx, aveva già affinato con il concetto del partito come «avanguardia» la formula matematica del Nuovo Mondo di uguali: proprietà pubblica dei mezzi di produzione e dittatura del proletariato. Da Pietroburgo ebbe l’occasione di mettere la teoria in pratica. Furono anni durissimi, zaristi e antibolscevichi combatterono a lungo nell’enorme Russia, aiutati svogliatamente dall’Occidente. In linea con la prima decisione presa il 9 novembre 2017 di abolire la stampa “borghese”, cioè la libertà di stampa, Lenin governò con il pugno di ferro, creò la Čeka, la polizia segreta, aprì i primi gulag spesso usando monasteri ortodossi dalle spesse mura, fece fucilare migliaia di nemici della rivoluzione, ma già ammalato e ormai aggirato e raggirato protestò anche per vari massacri di folla “controrivoluzionaria” vera o presunta ordinati da Stalin e altri. C’è una “decenza” anche nell’omicidio.

QUASI 20 MILIONI DI VITTIME. Con Stalin si arrivò allo sterminio di massa per deportazione e fame di milioni i kulaki (contadini proprietari) e ucraini; più 682 mila persone vennero uccise negli anni culminanti tra il 1937 e il 1938, in media 1000 al giorno, spesso con il colpo alla nuca. In parte notevole erano comunisti. Si decimarono così i vertici del partito, dell’amministrazione e delle forze armate, che perdevano circa il 50% dei loro quadri superiori. In più ci sono i milioni o quasi mandati in Siberia e altrove, spesso a morire nel nulla sprovvisti di tutto. Furono gli anni di Jagoda, Ezov e Beria, commissari del popolo alla sicurezza interna dal '34 al '53 (quello di Ezov tra il '37 e il '38 fu il periodo peggiore, se si può dire). Lo storico anglo-americano Robert Conquest calcolava nel 1968 (Il Grande Terrore) in 15 milioni le vittime del comunismo sovietico, il grosso sotto Stalin. Gli archivi aperti dopo il 1991 portano il numero, secondo vari storici, più vicino ai 20 milioni. Per Conquest tra il '37 e il '38 sarebbero stati eliminati fino a 1,7 milioni di uomini, essendo i 682 mila il numero ufficiale e documentato, altamente riduttivo.

LA LEZIONE DEL DOTTOR ZIVAGO. «Era la malattia del secolo, la follia rivoluzionaria dell’epoca», si legge nel Dottor Živago, che non è solo la storia del grande amore fra Jurij Andréevič e Lara, ma soprattutto un affresco della madre Russia in anni terribili aperti dai sogni e chiusi dalla tragedia. Jurij muore col cuore infranto di fronte a tanto dolore collettivo. Lara sparisce, arrestata non si sa perché. «Per nascondere il fallimento bisognava con tutti i mezzi dell’intimidazione fare in modo che la gente disimparasse a giudicare e a pensare…», dicono due grandi amici di Jurij, sopravvissuti, riflettendo anni dopo.

Boris Pasternak, autore del Dottor Zivago.

Chi vedeva e sapeva giudicare, il francese Pierre Pascal è un caso fra i migliori, capì, mentre Lenin era ancora vivo ma ammalato, come si mettevano le cose. Innamorato della Russia, dei russi soprattutto, e della loro Rivoluzione, slavista e futuro docente in Francia, Pascal si trovava a Pietroburgo con la missione militare francese presso il comando russo dal 1916. Restò dopo la fine della guerra, sempre al fianco dei rivoluzionari, divenne stretto collaboratore del ministro degli Esteri Georgij Vasil'evič Čičerin, cognato (sposarono due sorelle russe) di Victor Serge, e lasciò la Russia nel 1933, salvandosi. Osservatore privilegiato inserito nel sistema, già nel 1923 Pascal annotava come ormai «politicume, menzogne, ambizioni, tirannia» avevano preso il sopravvento.

LA LETTERA MAI CONSEGNATA DI GRAMSCI. Tre anni dopo Antonio Gramsci, attraverso Togliatti che rappresentava a Mosca i comunisti italiani, scrisse una lettera accorata ai vertici del Pcus impegnati nella lotta di successione a Lenin: «Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra…». Togliatti non consegnò mai quella lettera. Si stava spostando su Stalin. E scrisse a Gramsci di non essere precipitoso. Gramsci vedeva danni irreparabili. «Questo tuo modo di ragionare», rispondeva a Togliatti, «perciò mi ha fatto una impressione penosissima».

IL MITO BOLSCEVICO IN ITALIA. Con gli Anni 30 la natura di quello che era diventata la Rivoluzione russa cominciò a mostrarsi ma gli entusiasmi, le illusioni e le speranze in un Nuovo Mondo erano ancora forti e la lotta contro l’invasione nazista rilanciò gli ottimismi, turbati nel '39 dall’alleanza con Berlino. L’Italia era stata in parte isolata per 20 anni dal fascismo, e il regime aveva inoltre fatto dell’antibolscevismo una dottrina di Stato, rendendolo poco credibile. Il mito sovietico sarà quindi in Italia, dal '45 a tutti gli Anni 50 e oltre, fortissimo nella sinistra. Trovavano poco spazio in Italia, a sinistra, tesi come quelle di George Orwell, convinto che «la distruzione del mito sovietico è essenziale se vogliamo far rivivere il movimento socialista» e che «la disponibilità a criticare la Russia e Stalin è la prova dell’onestà intellettuale».

IL ROSSO ERA TRAMONTO, NON ALBA. L’Unità arrivò a scrivere che l’operaio russo poteva acquistare lo scooter con una frazione delle ore/lavoro necessarie all’operaio italiano. Peccato che in Urss non esistessero scooter, e molte altre cose. Poi, pian piano, il mito scemò. «Il problema vitale si porrà domani», aveva scritto già nel 1932 Carlo Rosselli, «quando l’industria russa, avendo raggiunto il livello di sviluppo e di produttività dell’Occidente, dovrà dare la dimostrazione delle sue originali capacità, della sua superiorità sul meccanismo capitalistico di produzione». Quel momento non è mai arrivato. Alla fine del comunismo la Russia, ricordava lo storico Piero Melograni, aveva nel mondo un peso economico relativo inferiore a quello della Russia zarista del 1913, nonostante gli Sputnik. «Vedevamo rosso», ha detto tre anni fa Mario Tronti, ideologo dell’operaismo italiano, ritornando anche al mito sovietico nell’Italia di 60 anni fa, «ma non era il rosso dell’alba, bensì quello del tramonto».

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