Sicilia, Antimafia monitorerà le liste

Regionali, la Sicilia al voto

DIMAIO
6 Novembre Nov 2017 1225 06 novembre 2017

Di Maio dà buca a Renzi, cosa c'è dietro l'affronto

Il leader del M5s infierisce sul segretario Pd indebolito dalla sconfitta in Sicilia. Una delegittimazione da vecchia volpe. E dire che fu proprio l'ex premier a elevare il pentastellato a interlocutore privilegiato.

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Luigi Di Maio ritira il guanto di sfida raccolto da Matteo Renzi: non parteciperà al confronto tivù previsto per martedì sera. «Il Pd è politicamente defunto», ha spiegato il vicepresidente della Camera in un lungo post su Facebook. «Avevo chiesto il confronto con Renzi qualche giorno fa, quando lui era il candidato premier di quella parte politica. Il terremoto del voto in Sicilia ha completamente cambiato questa prospettiva. Mi confronterò con la persona che sarà indicata come candidato premier da quel partito o quella coalizione». Uno schiaffo per il segretario dem che paradossalmente viene preso in giro dai pentastellati proprio come accadde al suo predecessore rottamato Pier Luigi Bersani il quale, nonostante il tristemente famoso streaming del 2013, lo scorso marzo tentò di aprire nuovamente un dialogo col Movimento per fare, disse, fronte comune contro il populismo.

Lo streaming di Bersani con Lombardi e Crimi.

Con Renzi, il M5s ha ribaltato il tavolo, sfruttando a suo vantaggio un risultato importante ma non decisivo in Sicilia, dove i pentastellati si sono spesi in una ininterrotta campagna elettorale. Perché se è vero che il grande sconfitto delle urne è il Partito democratico (va però detto che rispetto al 2012 il Pd ha perso "solo" 7 mila voti) che nemmeno con i voti raccolti da Claudio Fava appoggiato dalla sinistra e da Mdp sarebbe arrivato secondo anche il Movimento pare destinato a essere primo partito, sì, ma eterno secondo rispetto alle «accozzaglie» di ogni colore. Relegato a un'altra legislatura di opposizione soft - l'ultima di Cancelleri arrivato al limite di due mandati - questa volta a Nello Musumeci e al suo centrodestra. Una non-vittoria che evidentemente Di Maio ha pensato, come da copione, di sfruttare a suo vantaggio delegittimando il segretario Pd già alle prese con tensioni interne con la minoranza del partito che fa capo ad Andrea Orlando e Michele Emiliano.

CALPESTATI 1 MILIONE E 276 MILA VOTI. Mentre nello stesso post Di Maio dichiara guerra all'«indifferenza che genera l'astensione» confermando la natura di un Movimento 5 stelle portavoce della volontà popolare (lo si è visto anche nelle prese di posizione nette e prese senza consultare la Rete nei referendum per l'autonomia in Veneto e Lombardia), disconoscendo Renzi come leader del secondo partito italiano, il M5s calpesta in cavalleria il voto di 1 milione, 275 mila e 91 elettori dem che - piaccia o meno - alle primarie dello scorso aprile hanno scelto l'ex premier come guida del Partito e come frontman alle elezioni. E fa sorridere al contempo che il colpo di grazia arrivi proprio da Di Maio, incoronato candidato premier grazie a 31 mila preferenze in una consultazione di fatto senza avversari.

Sono ancora in Sicilia, qui anche oggi splende il sole e vorrei fare alcune considerazioni sulle due votazioni di ieri....

Geplaatst door Luigi Di Maio op maandag 6 november 2017

Renzi non getta la spugna, ovviamente e su Twitter rilancia la sfida. «Di Maio: hai scelto la data, la tivù, il conduttore. E adesso scappi? Un leader non fugge. Ci vediamo domani da Floris a La7, ore 21.30». Ma nel frattempo i vertici del Movimento hanno già fatto la loro seconda mossa optando al posto del faccia a faccia in diretta per una comoda intervista preconfezionata e senza contradittorio di Alessandro Di Battista. Per di più con una settimana di differita. Un «confronto indiretto», l'hanno definito. Mentre il leader M5s sarà ospite di Fabio Fazio il 12 novembre su RaiUno. Una mossa astuta, non c'è dubbio. Considerando anche che tutte le pentastar lanciate in televisione non sono avvezze a confronti diretti e in diretta. Molto meglio la poltroncina di Che Tempo che fa.

L'INVESTITURA RENZIANA DI DI MAIO. Riavvolgendo il nastro, però, non si può non notare come Di Maio negandosi al faccia a faccia dimostri ben poca riconoscenza nei confronti di colui che per primo ha poggiato la spada sulla sua spalla elevandolo a interlocutore privilegiato: Matteo Renzi. Una investitura politica non certo gratuita, ma volta da un lato a spaccare il Movimento accarezzando l'ambizione del campano dall'altro a neutralizzare la vecchia guardia del Pd.

I pizzini tra Renzi e Di Maio.

Dopo averlo corteggiato per mezzo di Roberto Giachetti - secondo la ricostruzione fatta da Supernova, com'è stato ucciso il Movimento 5 stelle scritto da Marco Canestrari e Nicola Biondo -, nel 2013 fu proprio il deputato dem a dare il la al collega vicepresidente della Camera per votare insieme, Pd e M5s, l'abolizione dei viaggi pagati per i parlamentari - Renzi ormai diventato presidente del Consiglio individuò il suo diretto competitor in Di Maio, ormai lanciato nell'empireo pentastellato. E lo fece con una serie di pizzini recapitati sul suo banco della Camera il 25 febbraio 2015.

L'INVESTITURA ESTERNA. Come si chiede Biondo nel libro, perché Renzi si rivolse proprio a Di Maio, visto che almeno sulla carta Il Movimento non aveva leader? La mossa dell'allora premier creò «un alone di investitura», almeno sul piano mediatico. «I pizzini Renzi-Di Maio, e ancora prima il voto sulla mozione Giachetti, è un gioco win-win», sottilinea Biondo. «Ognuno può avere il suo tornaconto. Renzi, una stabilizzazione del MoVimento e un interlocutore meno instabile di Grillo e Casaleggio. Di Maio, l’esser sempre più accreditato (dall’esterno, prima ancora che dall’interno) come il leader in ascesa del MoVimento». Com'è finita? Di Maio scelse di pubblicare i messaggi autografi sul suo profilo Fb, prima ancora che sul Blog. Poco dopo, ricorda l'ex capo comunicazione M5s alla Camera, la quadra trovata tra M5s e Pd tra il dicembre 2014 e l'agosto 2015 per le nomine del Consiglio superiore della magistratura, della Consulta e della Rai fino al sì all'Italicum - parentesi durante la quale da «ebetino» Renzi, dopo il 41% alle Europee, divenne «abilitato a governare» - si ruppe. E il segretario Pd che probabilmente pensava di avere gioco facile nel fagocitare il rampante leaderino, è finito a sua volta preda.

COAZIONE A RIPETERE. La storia si ripete dalle parti del Nazareno. Una coazione a ripetere. Come Bersani, anche Renzi per altre vie aveva cercato di spaccare il Movimento 5 stelle. E come l'ex segretario rottamato (e scissionista), anche il rottamatore pare avere fallito la sua missione. Ora Renzi è lontanissimo da quel 41%. Nonostante i vertici del Pd abbiano insistito sul valore locale delle elezioni siciliane e l'ex premier non si sia certo consumato per sostenere il suo candidato Fabrizio Micari la débâcle sull'Isola brucia e minaccia di essere un detonatore negli equilibri del Nazareno. E proprio in questo momento, come un vecchio politico navigato, Di Maio ha deciso di non "ricambiare la cortesia", anzi di infierire, cercando di capitalizzare la non vittoria elettorale.

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