I 400 colpi

Berlusconi Musumeci
7 Novembre Nov 2017 0911 07 novembre 2017

Elezioni in Sicilia, perché Berlusconi è ancora vincente

Il Cavaliere è la televisione, la famiglia, le barzellette e la gnocca. Sin dal suo apparire, non si è mai sognato di cambiare nulla. E questo è il segreto della sua longevità politica.

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Ci sono altri modi per spiegare, oltre il suo vitalismo e la celia del «tecnicamente immortale» che ogni volta accompagna le sue resurrezioni, lo strabordate successo di Silvio Berlusconi in Sicilia, preludio di quel tra pochi mesi potrebbe ripetere su un palcoscenico più ampio? Si potrebbe provare a farlo procedendo per antitesi, magari all’unico che al suo apparire sulla scena politica sembrava poterne emulare le gesta, almeno nella rapidità con cui, come il Cavaliere nel 1994, era arrivato al potere, ovvero Matteo Renzi, frettolosamente indicato all’inizio come il suo erede, ipotesi che lo stesso leader di Forza Italia ha per un certo periodo alimentato, magari non direttamente ma per interposta persona, lasciando a figure a lui vicinissime – Confalonieri, il figlio Piersilvio – tessere gli elogi del giovin toscano.

Il Paese di cui è diventato uno degli uomini più ricchi gli va bene così com’è, è la sua terra promessa che ne ha assecondato l’irresistibile ascesa da impresario edile brianzolo a tycoon a capo di un formidabile impero mediatico

Proviamo quindi a buttare lì qualche vistosa differenza. La prima: Berlusconi è la televisione, Renzi i social network, Twitter e Facebook. Il primo ritiene che il potere persuasivo del piccolo schermo, nella sua versione rigorosamente generalista da sempre incarnata dalle reti Mediaset, sia tutt’altro che in declino. Ritiene anche che la contrapposizione tra un presente di magnifiche sorti e progressive e un passato da cui liberarsi in fretta non abbia alcun senso. Che la storia non proceda per rotture violente ma sia un continuum che tutto tiene. Per questo la parola rottamazione, roboante cavallo di battaglia del suo rivale, gli fa orrore. Un po’ perché, vista l’età, si sente direttamente chiamato in causa. Un po’ perché è realmente convinto che procedere per scatti e rotture violente non sia una strategia vincente.

UNO BARZELLETTIERE, L'ALTRO STORYTELLER. Silvio è la barzelletta, la battuta sessista, la reiterazione dello stereotipo. Renzi lo storytelling, il propugnatore di un nuovo linguaggio che corrobori la sua pretesa di modernità, la sua abiura alle parole e ai fraseggi della vecchia politica. Berlusconi è l’Arcitaliano, Renzi almeno all’inizio si è accreditato come l’Antitaliano. Silvio è la mamma, il papà premuroso, la famiglia, le zie suore, la domenica nei centri commerciali e la gnocca. Matteo il padre forse vorrebbe psicanaliticamente ucciderlo, magari anche per i guai che gli ha combinato nella vicenda Consip.

Renzi è la domenica televisiva delle meste sorelline Parodi, del politicamente corretto. Il Cavaliere quella trash di Barbara d’Urso, dei grandi fratelli e delle isole dei famosi. Renzi è gattopardesco, suona la gran cassa del cambiare tutto ma poi non ha la forza e forse la cultura per cambiare niente, e si trincera dietro il protettivo muro dei suoi accoliti. Berlusconi, sin dal suo apparire, non si è mai sognato di cambiare nulla. Il Paese di cui è diventato uno degli uomini più ricchi gli va bene così com’è, è la sua terra promessa che ne ha assecondato l’irresistibile ascesa da impresario edile brianzolo a tycoon a capo di un formidabile impero mediatico. Da sempre Silvio ripropone se stesso, immutabile, maniacalmente fedele agli stereotipi che compongono la sua storia di italiano. La riproposizione dell’identico è il segreto della sua longevità politica.

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