Catalogna

Indipendenza della Catalogna

Podemos
7 Novembre Nov 2017 1100 07 novembre 2017

Perché la crisi della Catalogna è anche una crisi di Podemos

Il partito di Iglesias, erede degli Indignados, propose la riforma costituzionale nel 2015. Rimanendo inascoltato. Poi ha sostenuto il negoziato. Ma lo spazio per chi cerca ponti non c'è più. E il consenso cala.

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da Bruxelles

Era il dicembre del 2015: la Spagna si confrontava con una Tangentopoli incompiuta, due nuovi partiti si erano affacciati sulla scena e per la prima volta non si trovava una maggioranza politica. La sua storia democratica si era spezzata: un prima e un dopo che in Italia avremmo chiamato rapidamente Seconda Repubblica, ma che si è tradotto in sospensione, una battuta di arresto nel normale correre degli eventi.

PRIMO PARTITO NELLA REGIONE. Eppure in quell’impasse alla quale in Italia si guardava solo per discutere dei nostri affari interni - sempre e comunque legge elettorale - c’era già ben presente la crisi catalana. Podemos, il partito di Pablo Iglesias erede degli Indignados, era arrivato terzo alle elezioni politiche sull’onda della crisi di reputazione delle altre formazioni politiche, ma anche dei risultati ottenuti nella regione autonomista: primo partito con oltre il 24% dei consensi.

PROGETTO DI RIFORMA NEL VUOTO. Appena due mesi prima la Catalogna aveva eletto una maggioranza nettamente indipendentista e la sera del voto gli ex Indignados proposero una legislatura costituente per fare della Spagna uno Stato pluri nazionale. Il progetto ambiva a superare la bocciatura da parte della Corte costituzionale dello statuto autonomista negoziato nel 2006 con Madrid, ma non fu sposato da nessuno.

LE POSIZIONI SI SONO POLARIZZATE. E a due anni di distanza Podemos, lungi dal risolverla, è stato trascinato in quella stessa crisi: il suo leader regionale, Albano Dante Fachin, ha abbandonato le mezze misure votando la dichiarazione unilaterale del governo di Puigdemont, e si è dimesso dopo essere stato sconfessato direttamente da Iglesias. Le posizioni si sono polarizzate, le elezioni si presentano come un plebiscito sull'indipendenza: sì o no, a favore o contro. E il braccio catalano del partito è stato di fatto preso in mano da Madrid, mentre gli avversari politici criticano la volontà di non schierarsi da una parte e dall'altra del nuovo muro.

Le posizioni iniziali sono state tirate come un elastico dall’avvitarsi della crisi, in un avvicinamento progressivo con gli indipendentisti che però non ha mai superato la linea rossa. Ad aprile la nuova piattaforma Catalogna en Comu, guidata dalla sindaca di Barcellona, Ada Colau, ma a cui guardavano anche Podemos e Esquierda Unida, ha cancellato dal suo programma l'idea di fare della Catalogna una repubblica che condivide la sovranità con lo Stato multinazionale spagnolo.

UNA SOLUZIONE DI MEZZO. Nella versione finale è rimasta la Repubblica catalana ed è scomparsa la Spagna. Eppure per mesi la prima cittadina del capoluogo di regione ha cercato di tenere insieme il diritto dei catalani ad esprimersi in un referendum e la possibilità di dire no all’indipendenza. Né con lo Stato spagnolo, né con gli indipendentisti. Né con l’imposizione dell’articolo 155, cioè il commissariamento delle istituzioni catalane, né con le dichiarazioni unilaterali.

APPELLI ALLA MEDIAZIONE CADUTI. Ma la verità, amarissima, è che oggi non è possibile non schierarsi. Non essere partigiani. La politica spagnola non accetta più i ponti, vuole le fazioni. E questo ha portato al cortocircuito. Cercando di restare coerente con i presupposti iniziali, Colau ha appoggiato il referendum spiegando però che quei risultati «non possono essere un voto per proclamare l'indipendenza, ma costituiscono la possibilità di aprire un dialogo e una mediazione internazionale». Poi quando tutti gli appelli alla mediazione sono caduti nel vuoto, ha riconosciuto ufficialmente il governo di Puigdemont proclamato da Bruxelles.

Il leader regionale di Podemos, Albano Dante Fachin, interviene al parlamento catalano. (Getty)

A Podemos è andata peggio. Il giorno della dichiarazione di indipendenza tre deputati di Podem, il suo ramo regionale, hanno votato a favore, compreso il leader Fachin. L'uomo è finito subito desautorato dalla direzione nazionale: «Ha deciso che non è segretario generale di Podem, ma un politico catalano con la propria agenda». I contraccolpi sono stati numerosi. Il primo è arrivato da una voce importante: Carolina Bescansa, una dei tre co fondatori del partito, galiziana di orgine e madrilena di adozione, ha richiamato i dirigenti a guardare all'intero Paese: «Vorrei che Podemos parli più alla Spagna e agli spagnoli e non solo agli indipendentisti». E ha ottenuto, a sua volta, le critiche della portavoce nazionale per aver reso pubblico il dissenso interno.

SOSTIENI LA LINEA NAZIONALE? Il secondo contraccolpo è arrivato con la scelta, decisa dalla direzione di Madrid, di indire una consultazione per stabilire con chi allearsi alle elezioni regionali del 21 dicembre. Anzi, la domanda è: «Sostieni che Podem si presenti alle elezioni del 21 dicembre in Catalogna in coalizione con Catalunya en Comu e le forze politiche sorelle che non appoggiano né la dichiarazione di indipendenza nè l'applicazione dell'articolo 155 [...]? ». Come dire: sostieni la linea del partito nazionale?

Pablo Iglesias. (Getty)

Nel frattempo le pressioni sono arrivate da ogni direzione. Puigdemont spinge per una lista comune delle forze indipendentiste, le forze unioniste stanno valutando un'opzione simile e contraria, il quotidiano El Pais vicino al partito socialista e nettamente contrario all'indipendenza ha attaccato duramente Podemos, definendolo ambiguo, capace di flirtare con gli indipendentisti, ma incapace di rappresentare veramente qualcuno.

IL PARTITO STA PERDENDO VOTI. E poi ci sono i sondaggi. L'ultimo pubblicato da El Espanol e realizzato dalla società Sociometrica dice che il partito di Podemos a causa della sua posizione sulla Catalogna sta perdendo voti, presumibilmente nel resto della Spagna. Ma più preoccupanti, e non solo per il partito di Iglesias, sono i risultati di una ricerca opinione di Gad3: solo il 21% dei catalani, ha spiegato La Vanguardia il 6 novembre, crede ormai nella possibilità di un negoziato tra la Generalitat e Madrid. E se le possibilità di dialogare hanno perso terreno e non sono più considerate realistiche, a pagare sono coloro che quella possibilità hanno sempre sostenuto.

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