Brexit
10 Novembre Nov 2017 1400 10 novembre 2017

Brexit, gli interessi di 5 Stati chiave pro o contro Londra

L'Italia vuole il Regno Unito nell'Ue per l'export. Così come la Germania. Agli Usa serve una porta verso l’Europa. E l'Irlanda del Nord tifa Remain. Solo la Francia spinge per l'uscita: le partite extra Gb sul tavolo.

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L’autorevole Times di Londra ha scritto che il governo May, nel caos del quale è preda, sarebbe valutando tutte le ipotesi disponibili per chiudere il dossier Brexit: un’uscita dall'Unione europea senza condizioni fino a un’inversione a U sulla volontà di abbandonare il Vecchio Continente.

RISARCIMENTO DA 60 MILIARDI. Intanto a Bruxelles gli sherpa delle due parti litigano sul “risarcimento” che il Regno Unito dovrebbe riconoscere come penale per andarsene dal club europeo. Si discute su una cifra non inferiore ai 60 miliardi di euro. Eppure, intorno alle questioni sull’asse Londra–Bruxelles, ci sono una serie di interessi degli Stati membri (e non solo) che potrebbero incidere in un modo e nell’altro nelle trattative sulla Brexit. Eccoli.

1. Italia: se il Regno Unito esce danni potenziali all'export per 4,5 miliardi

L'8 novembre 2017 ministro degli Esteri sloveno Karl Erjavec, in visita dal suo omologo italiano Angelino Alfano, ha annunciato che il suo Paese appoggerà le ambizioni di Milano di ospitare l’Ema, l’agenzia europea del farmaco che oggi ha sede a Londra. Concorrente principale in questa battaglia è Bratislava. Ma il governo italiano, forse, preferirebbe perdere quest’opportunità e tenere la Gran Bretagna all’interno dell'Ue.

ALLARME DEL MINISTRO CALENDA. Il perché l’ha spiegato il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda. Il quale, dopo aver ricordato che «costruire un'Europa realmente unita con il Regno Unito dentro era una pia illusione», ha subito aggiunto che «il danno potenziale per il nostro export di beni ammonta tra i 350-370 milioni di euro o fino a 4,5 miliardi se ci sarà una rottura profonda».

In questi anni la Gran Bretagna è stata il nostro migliore alleato nel chiedere liberalizzazioni al mercato interno europeo o tagli alla macchina burocratica comunitaria

Il grosso riguarda prodotti agroalimentari, che con il ritorno dei dazi Oltrematica diventerebbero troppo costosi per i consumatori di Sua Maestà. Uno studio commissionato dal parlamento europeo e presentato in commissione Agricoltura ha calcolato il danno per l'Italia in almeno 2,6 miliardi di euro.

E A LONDRA VIVONO 600 MILA ITALIANI. Non a caso il nostro Paese si è sempre distinto al tavolo delle trattative per una “Soft Brexit”. Anche perché in questi anni la Gran Bretagna è stata il nostro migliore alleato nel chiedere liberalizzazioni al mercato interno europeo o tagli alla macchina burocratica comunitaria, che per motivi diversi spaventano Francia e Germania. Senza contare che a Londra vivono 600 mila italiani.

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda e il premier Paolo Gentiloni. (Ansa)

2. Germania: un interscambio da 100 miliardi che va salvaguardato

Se fosse per Angela Merkel la Brexit sarebbe soltanto un brutto sogno. Persino un rigorista dal cuore di acciaio come l’ex ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha dichiarato che «se la Gran Bretagna dovesse cambiare idea, le porte sarebbero aperte per un loro rientro nell'Unione Europea». Anche perché l’interscambio tra i due Paesi vale circa 100 miliardi.

FALCHI TRA I BANCHIERI TEDESCHI. Così la cancelliera si appresta a chiedere una proroga nelle trattative a un tavolo che va sempre di più per il “No deal”. Ma la leader della Cdu deve fare i conti con i potenti banchieri di casa e della Bundesbank, che sperano di approfittare del depotenziamento della city londinese e sono preoccupati che molti soldi tedeschi portati Oltremanica restino lì.

NIENTE SCONTI PER I BRITANNICI. Non a caso Andreas Dombret, responsabile per la supervisione bancaria nella vigilanza germanica, ha tuonato nei mesi scorsi: «Non accetteremo gusci vuoti o buche delle lettere nelle quali le attività continuano a essere portate avanti a Londra». Come dire, le istituzioni finanziarie britanniche devono essere totalmente private della licenza per operare nel Vecchio Continente.

L'ex ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble e la cancelliera Angela Merkel.

3. Francia: Parigi punta a sostituire Londra come nuova piazza finanziaria europea

L’Eliseo è in questa fase il membro Ue più duro al tavolo della Brexit. Lo dimostra l’imbarazzo del capodelegazione Ue, Michel Barnier, impegnato a dover mediare anche con i desiderata di casa propria. Emmanuel Macron ha fatto sapere che «nessun accordo è meglio di un cattivo accordo». Perché Parigi, neanche troppo velatamente, punta a sostituire Londra sia come nuova piazza finanziaria europea (e non solo perché punta come Francoforte a ospitare l’Eba, l'Autorità bancaria europea con sede a Londra) sia come centro propulsore del nuovo esercito europeo, vista la storica potenza della sua industria della Difesa.

PROPOSTI SGRAVI ALLE BANCHE. Qualche mese fa il Daily Mail pubblicò un rapporto, mai smentito, del rappresentante della City presso l’Unione europea, Jeremy Browne, nel quale denunciava che i vertici istituzionali francesi stavano incontrando i massimi banchieri europei per spingerli a trasferirsi sotto la Torre Eiffel. In cambio il governo avrebbe anche concesso sgravi fiscali agli istituti.

FIBRA OTTICA SENZA L'INGHILTERRA. In quest’ottica un “Hard Brexit” o un “No deal” velocizzerebbe soltanto il processo. Se non bastasse, Parigi è tra i fautori per costruire un cavo sottomarino in fibra ottica lungo 6 mila chilometri, che passi nel braccio di mare tra Normandia ed Eire per il trasferimento di energia elettrica. E per bypassare l’Inghilterra.

Il presidente francese Emmanuel Macron.

ANSA

4. Stati Uniti: vogliono mantenere la loro porta verso l’Europa politica e finanziaria

Ufficialmente Donald Trump ha sempre plaudito al passo della Brexit per rompere i ponti con un’Unione europea burocratica e filotedesca. In realtà l’uscita dall'Ue dello storico alleato ha sempre spaventato gli americani. Per il semplice fatto che Londra era la loro porta verso l’Europa: politica e finanziaria.

DOWNING STREET DA SEMPRE IMPORTANTE. Lo dimostra il peso che ha avuto Downing Street per spingere Bruxelles a comminare sanzioni alla Russia (nonostante i dubbi tedeschi) o impegnarsi nell’approvazione del trattato di libero scambio transatlantico (Ttip), morto prima dello sbarco di The Donald alla Casa Bianca. In quest’ottica non deve sorprendere che, come ha svelato il Financial Times, i colossi di Wall Street (Jp Morgan e Goldman Sachs da un lato) stiano lavorando con il segretario al Commercio Wilbur Ross su un piano su come lasciare Londra prima della data fatidica del 31 marzo 2019.

Il presidente Usa Donald Trump e la premier britannica Theresa May.

5. Irlanda del Nord: pronti alla secessione in caso di "No deal"

Non c’è soltanto la Scozia a chiedere di restare nell'Unione per abbandonare definitivamente la Gran Bretagna. L’Irlanda del Nord, in questa fase senza governo, avrebbero fatto sapere che in caso di “No deal” saranno pronti ad avviare tutte le pratiche per la secessione.

RIUNIFICAZIONE CON L'EIRE? La notizia ha riunito i nazionalisti e riaperto il dibattito su un processo di riunificazione con l’Eire. La cosa non piace al fronte unionista, che alla Camera dei Comuni appoggia invece il governo May. E senza i loro voti sarebbe più facile tornare a Londra alle elezioni.

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