Catalogna

Indipendenza della Catalogna

bilbao
11 Novembre Nov 2017 1200 11 novembre 2017

Catalogna, la crisi vista dai Paesi Baschi

I politici locali preferiscono non sbilanciarsi. Il Partito Nazionale ha ottenuto una vasta autonomia trattando con Rajoy. Ma la sinistra scende in piazza per Barcellona. Il viaggio di L43 nella regione.

  • Samuel Bregolin
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da Bilbao

Sabato 4 novembre, attorno alle 17, il cielo di Bilbao rimasto coperto fin dal mattino, scoppiava in un'improvvisa e fitta pioggia. Le migliaia di persone che si erano date appuntamento in piazza La Casilla rimanevano impassibili e nel più assoluto silenzio riparandosi sotto gli ombrelli. Nel rumore sordo dell'acqua che cadeva, iniziava la marcia. Così, sotto la pioggia, migliaia di baschi davano il loro sostegno alla Catalogna.

IL DO UT DES CON MADRID. «I Paesi Baschi non hanno nessun interesse a lasciare la Spagna», spiega a L43 Ignacio Zubiri, professore di Economia all'Università di Bilbao. «L'economia della regione è cresciuta del 2,9% nel secondo trimestre del 2017. In cambio del sostegno dato al bilancio nazionale, proposto dal governo di Mariano Rajoy, il Partito Nazionalista Basco ha ottenuto la costruzione della nuova linea di treni ad alta velocità a spese di Madrid. I Paesi Baschi sono fiscalmente indipendenti e gestiscono autonomamente le spese pubbliche, l'aver obbligato il governo centrale a impegnarsi nella nuova linea Ave è una vittoria economica e politica molto importante».

L'AUTONOMIA FISCALE. La regione gode di uno status unico nel suo genere, i cosiddetti derechos forales. Queste antiche leggi sulla proprietà della terra, risalenti a quando i Paesi Baschi erano indipendenti, permettono al governo locale di raccogliere in piena autonomia le tasse e di governare senza l'interferenza di Madrid. «In questa analisi non dobbiamo però dimenticare», aggiunge Zubiri, «che la società basca è stata duramente colpita dal terrorismo di Eta, che ha fatto 822 morti in 40 anni. Un passato recente che ha creato fratture molto forti. La società non vuole avere nuove tensioni».

Una manifestazione pro-Catalogna.

In questo momento, i politici baschi sfuggono alle domande sulla Catalogna, nessuno vuole sbilanciarsi su una questione così spinosa e incerta. Osservando l'attualità da Bilbao, niente lascia supporre che tra Madrid e Barcellona sia in corso la più importante disputa giuridica, politica ed economica dalla fine della guerra civile spagnola. Eppure i Paesi Baschi sono la regione spagnola che più dovrebbe essere interessata a questa storia.

LO STRAPPO DELLA SINISTRA. Fin dal lancio del referendum catalano nella primavera scorsa, i media baschi invece hanno analizzato quasi ossessivamente il processo d'indipendenza. Perché, in qualsiasi maniera questa storia vada a finire, la controversia diventerà un pesante precedente storico per ogni futuro processo. Malgrado le medesime ambizioni, Paesi Baschi e Catalogna vivono due contesti molto diversi. Alleato del governo di Mariano Rajoy, il Partito Nazionalista Basco oppone il suo veto all'uso dell'articolo 155 e chiede più dialogo tra le parti. Nel frattempo, il più importante partito dell'opposizione di sinistra, EH Bildu, ha convocato la manifestazione di sabato 4 novembre, la seconda a sostegno della Catalogna dall'inizio della crisi istituzionale. Secondo Arnaldo Otegi, coordinatore generale di HE Bildu, «Mariano Rajoy fa un uso personale della legge spagnola e approfitta della propria posizione politica per ottenere vantaggi per il suo partito. Non ha alcun diritto di destituire il governo catalano e ancora meno d'imprigionare i suoi rappresentanti politici».

«GUERRA CIVILE, FERITA APERTA». Una cosa è certa: i baschi sono unanimamente d'accordo contro l'applicazione di misure repressive e, vista la loro storia, non hanno certo bisogno di fare rumore per esprimere il loro dissenso. La fine della giornata, tra i bar del Casco Viejo che si riempiono per i tradizionali cañas e pintxos, è il momento migliore per capire cosa ne pensa chi vive a Bilbao. Raquel ha 38 anni e lavora per un'agenzia pubblicitaria. Secondo lei, «la guerra civile spagnola è una ferita aperta e mai rimarginata. I giovani che oggi difendono le leggi promulgate nel 1978 e d'ispirazione franchista non hanno vissuto in prima persona la dittatura». Il problema della Catalogna, aggiunge, «è stato trascurato a lungo dal governo centrale e ora che la situazione si è deteriorata non esistono cure miracolose».

Un corteo a Beasain, lo scorso ottobre.

L'idea generale di un conflitto tra Spagna e Catalogna è ormai diffusa. Nel resto del Paese, i primi boicottaggi ai prodotti di origine spagnola o catalana sono già iniziati. In alcuni casi i sostenitori di entrambe le parti hanno bloccato i propri contatti sui social network per pure ragioni ideologiche.

«UNA MODIFICA COSTITUZIONALE È NECESSARIA». «Questo conflitto può andare più lontano di quello che pensiamo», aggiunge Iñaki Sanchez, economista indipendente. «Una modifica della Costituzione del 1978 è necessaria, sono numerose les comunidades autonomas spagnole che stanno scomode dentro a questo testo. Ma ciò non significa che qualsiasi cambiamento andrà bene, il governo di Rajoy potrebbe tentare di dare una svolta centralizzatrice al Paese». Le giustificazioni di ordine pubblico non mancano. «L'uso dell'articolo 155», è il ragionamento, «dimostra che a Madrid sono pronti a prendere soluzioni drastiche. Il Partito Nazionalista Basco si ritrova intrappolato tra due fuochi, con la necessità di dialogare e l'obbligo di non dare la ragione completa a nessuno».

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