DIPIETRO
11 Novembre Nov 2017 0800 11 novembre 2017

Di Pietro a RomaIncontra: «Mi candiderei col Pd ma deve allearsi con Mdp»

L'ex ministro non esclude un suo ritorno in politica. E ammette la sua nostalgia per l'Ulivo. Sul M5s invita a «non confondere tra Gianroberto e tutto il resto». E Di Maio? «Amareggiato dalla sua arroganza».

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«Mi sento un uomo molto solo». È la confessione che non ti aspetti, intima, personale, riservata, quasi angosciata, di un uomo che ha conosciuto molta gente e vissuto molte vite, come poliziotto, magistrato, avvocato, politico e ministro. E che è stato tra coloro che hanno assetato il colpo mortale di Mani Pulite alla Prima Repubblica diventando protagonista della Seconda. Parliamo di Antonio Di Pietro, per tutti Tonino da Montenero di Bisaccia. Quello del "dipietrese", dei congiuntivi che fanno cilecca e del che c’azzecca.

«RINCORRERE IL LAVORO MI HA TOLTO ANZICHÉ DATO». Intervistato da Enrico Cisnetto per Roma InConTra, sembra un altro. Il personaggio, dopo 30 anni sul proscenio della vita pubblica, è noto. La persona, invece, appare davvero inedita. E svela un’anima riflessiva, tenera, quasi ferita. E pronta a fare autocritica. «Non importa che non abbia più il potere di una volta», dice Di Pietro con il viso di chi è arrivato alla verità ultima, definitiva, «perché oggi sono cosciente che aver per tanto, troppo, tempo rincorso sempre e solo il lavoro, l’attività, le cose da fare, mi ha tolto, anziché dato. Il primo novembre sono stato a trovare i miei genitori al cimitero, che mi hanno detto di pensare un po’ di più a me stesso. Ho deciso di ascoltarli».

Evidentemente, questa confessione fa scopa con il recente mea culpa dell’ex magistrato. Pochi giorni fa l’annuncio del pentimento per aver fatto politica sulla paura, criminalizzando l’avversario, giocando a fare l’opposizione anche quando era al governo, ma soprattutto creando uno dei tanti partiti personali degli ultimi 20 anni. «E gli effetti si vedono. L’astensione in Sicilia e a Ostia è anche il prodotto dei tanti personalismi della Seconda Repubblica. Ormai la gente è stufa», ammette, rincarando la dose di autocritica. Anche se, nel fare i conti con la vita, certe convinzioni tornano sempre. Come quella di aver fatto una rivoluzione buona con Mani Pulite: «Quell’inchiesta la rifarei cento e cento volte, senza cambiare nulla».

L'ESERCITO DI DIPIETRINI. Tuttavia, a 67 appena compiuti cambia la prospettiva. Tanto che anche sul 1992 arriva una nuova confessione: «L’unica cosa che maledico è aver, seppure involontariamente, si capisce, aver prodotto tanti dipietrini», dice l’ex ministro. No, non seguaci del dipietrese o gente incapace di coniugare i verbi, ma gente che usa male il potere giudiziario. «Noi di fronte a un omicidio cercavamo l’assassino, mentre oggi si fanno inchieste esplorative per cercare il morto», spiega Di Pietro, «che poi finiscono tutte a tarallucci e vino, ma intanto distruggono la credibilità dei personaggi coinvolti». Chi siano i dipietrini, Tonino non lo dice, come non dice chi siano quelli più ipocriti del senatore Razzi. «Lui si fa i cazzi suoi, ma come tutti gli altri, solo che lo dice, è più sfacciato ma anche più sincero, mentre chi lo critica e dileggia di solito è ipocrita».

NOSTALGIA DELL'ULIVO. L’autocritica, comunque, arriva fino a un certo punto, quasi che Di Pietro voglia lasciare spazio per un clamoroso, anche se magari ultimo, ritorno sulla scena politica. Tanto che, a domanda, non esclude. «Di candidarmi in Molise come governatore regionale me l’ha chiesto ognuno, senza eccezione alcuna, ma ognuno ha pure detto che non doveva starci questo o quell’altro. E allora, se già io divido, che ci vado a fare?», rivela. Ma, pur declinando l’invito per un impegno in terra natia, Di Pietro non scarta una candidatura per il parlamento. Con chi? Ma con il Pd, «che però deve allearsi con Mdp». Insomma, il sogno rimpianto è sempre quello del ritorno dell’Ulivo. «Io mi sento ulivista», dice scaldando la voce.

Antonio Di Pietro intervistato da Enrico Cisnetto.

E Grillo? «Certo, ci sarebbero anche gli amici 5 stelle, ma il loro statuto vieta di candidare chi ha già fatto il politico altrove». Poi riflette: «Ma spesso gli statuti funzionano a uso e consumo». Si capisce, sentendolo parlare, che il suo rapporto con i pentastellati è ambiguo, quasi un vorrei ma non posso, l'amore-odio che c’è in tutte le relazioni complicate. Tonino, riferendosi al mancato confronto televisivo con Renzi, si dice «amareggiato dall’arroganza di Di Maio» e chiede ai pentastellati di «non ripetere gli stessi errori» che ha fatto lui. Lui, che della Casaleggio Associati si è servito ben prima di Grillo, tiene a «non confondere tra Gianroberto e tutto il resto». «Anzi, oggi», sussurra Tonino con timore, «non vorrei che l’informazione decidesse di informare solo su quello che decidono loro».

«PER SFOGO GUIDO IL TRATTORE». L’ora delle confessioni sulla poltrona del palco di Palazzo Santa Chiara sta per chiudersi. Non prima di un’ultima disillusione. Perché «adesso torno a fare l’agricoltore, ma solo come hobby, che se dovessi fare il contadino per davvero come i miei genitori, non ce la farei a campare. C’è chi per sfogo va sulla neve, chi fa sci nautico, io guido il trattore». E lui, un tempo l’uomo più amato e temuto d’Italia, a vederlo lì da solo, senza claque, senza scorta, a due passi dal parlamento e dietro il Pantheon tempio tutti gli Dei, sembra non essere mai stato così lontano. Dagli intrighi, dalle battaglie, dagli scontri. Fisicamente e mentalmente. Prima di scendere dal palco, Cisnetto gli annuncia che l’ospite successivo sarà Minzolini. «Ci siamo scontrati mille volte con lui, in politica, in tivù e nei tribunali, ora gli stringo la mano, ma dietro le quinte». Ed esce di scena. Sipario.

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