Università Milano
11 Novembre Nov 2017 1500 11 novembre 2017

Università e stipendi dei prof: cosa c'è nella legge di Bilancio 2018

Scatti salariali dei docenti di nuovo biennali, ma a partire dal 2020. Assunzione di 1.600 nuovi ricercatori. Borse di studio, no tax area e più soldi ai dottorandi. Il capitolo della Manovra dedicato all'istruzione.

  • Giulio Formenti
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Quanto spazio dedicato all'università e alla ricerca c'è nella legge di Bilancio? Per la precisione tre articoli di un capitolo della bozza che il governo ha trasmesso al Senato per l’avvio della discussione parlamentare. Ecco i contenuti.

1. Scatti salariali per i docenti universitari: tornano biennali dal 2020

Il primo articolo è dedicato agli scatti stipendiali dei docenti universitari, tema che ha infiammato il dibattito. Tutto è iniziato nel maggio 2010 quando l’allora governo Berlusconi decise, in risposta alla crisi del 2008, di bloccare per il triennio 2011-2013 l’aumento automatico degli stipendi con l’anzianità per diverse categorie del pubblico impiego, ossia: magistrati, avvocati e procuratori di Stato, militari e forze di polizia, diplomatici, vigili del fuoco e, naturalmente, docenti e ricercatori universitari.

I MAGISTRATI PRIMI A RIBELLARSI. I magistrati furono i primi a lamentarsi e nel 2012 riacquisirono gli scatti stipendiali tramite un ricorso alla Corte costituzionale, in virtù dello status considerato “speciale” della magistratura. Diversamente le altre categorie nel 2013 ottennero un pronunciamento sfavorevole della Corte.

LA MANNAIA DELLA LEGGE GELMINI. Nel frattempo la Legge Gelmini del 2010 nel riformare il sistema universitario aveva portato per i docenti gli scatti stipendiali da biennali a triennali (pur mantenendone il blocco per il periodo 2011-2013), inasprendo dunque ulteriormente il trattamento riservato. Nell’avvicendarsi dei governi Monti prima e Letta poi si creò un pasticcio di competenze tra dicasteri che portò al riconoscimento degli scatti anche per gli insegnanti. Poi, con l’arrivo di Renzi e la Legge di bilancio 2015, anche le forze di polizia riottennero gli aumenti.

I prof hanno inscenato uno sciopero degli appelli d’esame per richiedere la retroattiva rimozione del blocco degli scatti a partire dal 2015 e il riconoscimento degli “arretrati” non maturati

Nel 2017, dunque, alcuni docenti universitari hanno deciso di farsi sentire inscenando uno sciopero degli appelli d’esame, guidato dal “Movimento per la dignità della docenza”, con l’obiettivo di richiedere la retroattiva rimozione del blocco degli scatti a partire dal 2015 e il riconoscimento degli “arretrati” non maturati nel periodo del blocco 2011-14.

APERTURA DEL MINISTRO FEDELI. Allo sciopero hanno aderito circa il 20% dei docenti su base nazionale e il ministro Valeria Fedeli ha subito promesso un intervento importante. È dunque arrivato il momento per il riconoscimento degli scatti anche a ricercatori e professori universitari? Benché non sia un riconoscimento pieno delle richieste dei docenti, la bozza di Legge prevede che gli scatti stipendiali tornino a essere biennali a partire dal 2020 (cioè dal prossimo biennio).

UN INTERVENTO DA 150 MILIONI. Viene così abrogata parte della riforma Gelmini e i docenti potranno maturare più rapidamente le progressioni stipendiali, in qualche misura “recuperando” quanto perso in precedenza nel corso dei prossimi anni. A regime l'intervento costerà 150 milioni di euro. Si tratta ora di vedere se durante la discussione parlamentare non ci sarà qualche evoluzione ulteriore della proposta, in senso ulteriormente favorevole ai docenti.

2. Assunzioni di nuovi ricercatori: previsti 1.600 ingressi

Un’altra delle promesse del ministro Fedeli e delle richieste del mondo accademico era l’apertura di una nuova fase di reclutamento. Qui la bozza di Legge di bilancio prevede l'assuzione di 1.600 nuovi ricercatori di cui circa 1.300 nell’università e 300 negli enti di ricerca, quali per esempio il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Dal cosiddetto “blocco del turn-over” della legge Gelmini, che aveva previsto anche un taglio del 20% del personale e quindi anche del reclutamento, questa è una boccata d’ossigeno (la seconda dopo la Legge di bilancio 2016, che aveva previsto 1000 ricercatori) per i giovani che vogliono intraprendere la carriera accademica.

CORPO INFERIORE ALLE ASPETTATIVE. Il nodo principale resta il numero complessivo di ricercatori, che per effetto del blocco della Legge Gelmini negli anni è divenuto comunque molto inferiore rispetto alle aspettative del mondo universitario. Il costo a regime è di 76,5 milioni di euro per le assunzioni in università e di 13,5 per gli enti di ricerca.

GIÀ ANNUNCIATE MANIFESTAZIONI. Chi si sente più penalizzato sono gli enti di ricerca, i quali lamentavano un fabbisogno di oltre 4 mila unità per far fronte al precariato storico. Questi ultimi sperano allora in un aumento considerevole dei fondi a disposizione durante la discussione parlamentare e hanno già annunciato manifestazioni.

3. Diritto allo studio e paga dei dottorandi: si cambia

L’ultimo articolo è dedicato agli studenti. La legge di bilancio del 2016 era già intervenuta in maniera considerevole, da un lato riformando la tassazione studentesca in favore dei redditi medio-bassi e dall’altro con un incremento delle risorse a favore del diritto allo studio. Il primo intervento, la cosiddetta “no tax area”, aveva esteso le esenzioni totali a 13 mila euro, e graduato le tasse fino 35 mila euro.

BORSE PER 50 MILIONI DI EURO. In questo modo uno studente con un reddito famigliare Isee di 15 mila euro paga 140 euro di tasse, mentre uno con un reddito di 30 mila paga 1.190 euro l’anno. Costo dell’operazione per la “no tax area”: 105 milioni di euro. Si è inoltre intervenuti con un rifinanziamento delle borse di studio per 50 milioni di euro (che in virtù del cofinanziamento regionale portano a un aumento di spesa di oltre il 40%).

INVESTIMENTI NON SUFFICIENTI. L’Italia è stata storicamente deficitaria negli investimenti per il diritto allo studio e gli anni della crisi con i conseguenti tagli hanno aggravato la situazione. Le parti coinvolte, studenti in primis, stimano una necessità tra i 100 e i 150 milioni di euro per poter coprire il reale fabbisogno, mentre a oggi la nuova bozza ne stanzia solo 10. Anche a detta del corpo docente in mobilitazione il diritto allo studio deve essere una delle priorità d’intervento.

I dottorandi italiani per la prima volta si vedono riconosciuto un aumento dello “stipendio” (che era bloccato da 10 anni) valutabile intorno ai 75 euro netti mensili

Più rosea invece la situazione dei dottorandi italiani, i ricercatori al primo gradino dell’accademia, che per la prima volta si vedono riconosciuto, già a partire dalla bozza di legge, un aumento dello “stipendio” (che era bloccato da 10 anni) valutabile intorno ai 75 euro netti mensili, per un costo totale strutturale di 15 milioni di euro.

CHIESTO UN INCREMENTO DI 150 EURO. Su questa voce la richiesta ulteriore è più modesta: con 15 milioni di euro si potrebbe già garantire un aumento di 150 euro che consentirebbe ai dottorandi di raggiungere il cosiddetto minimale contributivo Inps, ossia la soglia per cui si è lavorato per un intero anno, a fini previdenziali. Con lo stipendio attuale infatti, essendo esso sotto il minimale, il dottorando medio italiano a fini pensionistici è come se lavorasse 10,5 mesi.

ORA LA PAROLA VA AL PARLAMENTO. Il puzzle ora è quello delle risorse. Sul piatto ci sono circa 200 milioni di euro “svincolati”, da cui si può pensare di attingere. L’alternativa è quella di andare colpire alcune voci specifiche, magari legate a provvedimenti precedenti che in ultima analisi in questa legislatura non hanno trovato attuazione. Qui la risposta ora spetta al parlamento.

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