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15 Novembre Nov 2017 0911 15 novembre 2017

Schiavismo in Libia, perché la sinistra non può far finta di nulla

La politica dei respingimenti di Minniti tradisce i suoi ideali e i suoi principi fondativi: l’accoglienza, il rispetto della persona, la solidarietà e la mano tesa verso i dannati della terra.

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Migranti neri schierati davanti a una piccola folla di compratori che se li contendono all’asta come schiavi. Il video della Cnn rammenta insieme la banalità del male e la sua immanenza che una cultura che si pensa sempre più diffusa dei diritti civili e del rispetto della persona non riesce a esorcizzare. Succede in Libia, ai confini dell’Europa, sopravvenienza di un retaggio tribale che considera normale sottoporre gli esseri umani a mercimonio.

I RISULTATI DELLA POLITICA DEI RESPINGIMENTI. Sono immagini che mettono in crisi certezze, convinzioni e convenzioni, politiche di contenimento dei flussi migratori e loro interpreti, la cui percezione nell’opinione pubblica può risultare improvvisamente stravolta. Capita così che proprio grazie al servizio dell’emittente americana il nostro ministro degli Interni passi da eroe che ha fermato i barbari alle porte a involontario carnefice della loro sorte. Sono immagini che svelano con crudezza ciò che non vediamo della politica dei respingimenti, ciò che capita a coloro ai quali impediamo di partire e il cui destino una convenienza ipocrita ci ha portato a rimuovere.

Non è una scelta manichea tra bene e male, è chiaro che la questione è complessa, che ogni decisione porta con sé i suoi effetti collaterali, e dipende dal punto di vista. Quello di Minniti è che l’ingestibilità (almeno così ci è stato detto) di flussi crescenti e socialmente esplosivi ha consigliato l’accordo con la guardia costiera libica e i paletti regolatori sul lavoro delle Ong. Quello dell’Onu che la chiusura degli europei semina povertà e morte tra la moltitudine dei reietti trattati come bestie con un accanimento che è quasi punitivo della loro aspirazione a una vita migliore.

IMMAGINI COME UN PUGNO NELLO STOMACO. Il risultato è che queste immagini rubate (per la verità, anche se non aveva raccontato di una compravendita di uomini, i servizi di Francesca Mannocchi ci avevano già dato contezza del drammatico contesto dei centri di detenzione libici) arrivano come un pugno allo stomaco e riversano il loro dirompente effetto nel dibattito politico. Con conseguenze però che non sono uguali per tutti: la destra vi risulta impermeabile, non basta il disvelamento della violenza più orribile a scalfire la sua ideologia xenofoba, a far cambiare idea a chi i migranti, se riescono a imbarcarsi, li vorrebbe tutti cadaveri in fondo al mare. La sinistra ne esce devastata, perché non c’è realpolitik che tenga di fronte a fenomeni che ne interpellano valori e cultura. L’accoglienza, il rispetto della persona, la solidarietà e la mano tesa verso i dannati della terra sono suoi principi fondativi e identitari. Per questo la sinistra, e per fortuna aggiungiamo noi, di fronte a certe immagini non può girarsi dall’altra parte, pena il tradimento o l’abiura di sé.

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