I 400 colpi

Bollettino Canone Rai
22 Novembre Nov 2017 0940 22 novembre 2017

La crisi della Rai sta anche nella mancanza di un vivaio

Dalle retrovie dovrebbero emergere autori in grado di reinventare scrittura televisiva e palinsesti, oggi governati dalla più trita ricerca del consenso. Se non lo fa la tivù pubblica, chi lo fa?

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Come diceva il ritornello di una vecchia canzone, era già tutto previsto. Si era capito da subito che tra la Rai e Milena Gabanelli si sarebbe arrivati alla rottura, e che l’inventrice di Report non avrebbe tardato a trovare altrove qualcuno che continuasse a valorizzarne il talento. La vicenda si presta a tante letture.

IL PROBLEMA È LA GOVERNANCE. Colpisce il masochismo della tivù pubblica nel perdere i suoi gioielli o nel rendere martiri banali intrattenitori, vedi il tribuno Giletti. Lo si spiega in gran parte con la bizzarra governance cui obbedisce l’azienda, società posseduta dal Tesoro i cui veri padroni sono i partiti, specie quelli che si trovano al governo. Ma su questo si sono già sprecati fiumi di inchiostro, nonché un florilegio di proposte per ovviare al vizio di fondo tutte regolarmente finite nel cimitero delle buone intenzioni.

Colpisce il masochismo della tivù pubblica nel perdere i suoi gioielli o nel rendere martiri banali intrattenitori, vedi il tribuno Giletti

C’è invece un altro aspetto che balza agli occhi, e che è parte importante dell’attuale crisi, ed è la mancanza di un vivaio. Ciò fa sì che la Rai sia costretta ad aggrapparsi a personaggi che una volta costituivano l’usato sicuro, ma che ora cominciano a dare segni di logoramento, prigionieri di una coazione a ripetere cui nemmeno più la peculiarità del format riesce a contenere.

SI PUNTA SEMPRE SULL'USATO SICURO. L’esempio lampante è quello di Fabio Fazio e del suo ecumenico e compiaciuto talk show dove i protagonisti sono tutti bravi, hanno scritto libri meravigliosi o girato film epocali. Lo spostamento del programma da Rai tre alla rete ammiraglia, fatto forse pensando che un pubblico più generalista e meno acculturato potesse coprire i segni del logoramento, si è trasformato in un boomerang finendo con l’evidenziare l’atipicità della trasmissione rispetto all’audience del canale.

È in questi frangenti che dalle retrovie dovrebbero emergere forze nuove, autori in grado di reiventarsi o di rimodulare scrittura televisiva, palinsesti non più governati dalla più trita e inefficace ricerca del consenso. Se non lo fa la Rai, che proprio per il suo statuto di televisione pubblica e pagata dai contribuenti dovrebbe essere nelle condizioni di sottrarsi alle mere logiche commerciali, chi lo fa? Lo fa Sky, ad esempio, ovvero quella che dovrebbe essere la più commerciale delle televisioni.

MANCANO VERE SPERIMENTAZIONI. Ed è infatti facendo zapping tra i canali del suo bouquet che si trovano le sperimentazioni più interessanti, i programmi linguisticamente più innovativi, il sentore di una autorialità coltivata come essenziale per assicurare il ricambio di generi e proposte. Basta prendere qualsiasi dei talent canori o culinari per capire come la scrittura, intesa come ritmo e montaggio, condizioni la sostanza. Basta vedere, ad esempio, come una telediva oggi trasversale come Benedetta Parodi, la regina dei fornelli, funziona quando deve accompagnare gli aspiranti pasticceri in cerca di gloria, mentre è palesemente fuori ruolo nel condurre con la sorella il varietà salotto della domenica. La persona è la stessa, ma è da testo e contesto che dipende la sua resa televisiva.

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