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24 Novembre Nov 2017 0800 24 novembre 2017

Renzi-Marchionne, la fine di un'intesa

Le affinità tra l'ex premier e l'ad Fca sembrano essersi esaurite. Anche perché non convengono. Matteo è tallonato a sinistra  e un selfie col "padrone" non gli gioverebbe. Il manager si è riavvicinato a Silvio. E con la politica negli Usa non vuole rischiare.

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L’unica volta che si era spinto nel basso Lazio, nel novembre 2016, Matteo Renzi aveva utilizzato lo stabilimento all’avanguardia Fca di Cassino per fare campagna elettorale per il referendum costituzionale. Mercoledì, invece, nel suo tour ferroviario–elettorale da quelle parti, a Minturno il segretario del Pd ha tuonato davanti a un gruppo di interinali non confermati da Torino: «Sono fiducioso che Marchionne e Fca manterranno gli impegni presi. La questione occupazionale è enorme, noi siamo al fianco di chi chiede a Fca di rispettare gli impegni che ha preso». Parole non lontane, seppure più moderate, da quelle che pronuncia appena può Susanna Camusso.

LA FINE DI UN AMORE. C’era una volta il grande amore tra il più giovane presidente del Consiglio italiano e il manager dal maglioncino di cashmere. Sembra un secolo fa, ma è passato appena poco più di un anno da quando Renzi riconosceva a Marchionne di «aver fatto più di tanti sindacalisti». E Marchionne assicurava: «In Italia voterei per Renzi». Invece i rapporti tra i due si sarebbero raffreddati, quasi al livello del 2012, quando l’allora sindaco di Firenze cinguettava con Maurizio Landini e criticava l’ad di FiatChrysler per il fallimento del piano Fabbrica Italia - «Non l’ho mai immaginato come un modello di economia di sviluppo» - e l’altro gli replicava: «Sei la brutta copia di Obama».

LE DOTI DELLO STATISTA. Solo il 13 novembre, parlando di Renzi, Marchionne aveva dichiarato: «Se guardiamo ai risultati delle varie elezioni, dopo quelle europee, ha dimostrato che c'era una difficoltà di comprensione tra lui e il Paese». Certo, gli ha riconosciuto «coraggio». Ma «per fare lo statista», ha sottolineato, «dalle buone intenzioni si deve passare ai fatti e uno statista si sa circondare di persone più brave di lui, sa fare squadra». Detto questo, il manager non ha chiuso proprio la porta: «Se guardo dove è oggi il Pd dovrei essere pessimista, ma in giro non vedo alternative, Renzi è giovane e coraggioso, spero che capisca dai propri errori quelli da evita re in futuro».

Si sa che Torino è storicamente filogovernativa e Renzi di possibilità di tornare a Palazzo Chigi ne ha poche. Da ambienti vicini a Fca fanno notare che Marchionne, pur avendo rifiutato le lusinghe e le proposte di essere il premier indicato da Forza Italia, si sarebbe molto riavvicinato a Silvio Berlusconi. Il quale, proprio all’inizio dell'avventura del manager italo-canadese a Torino, avrebbe provato a nazionalizzare la Fiat attraverso Sviluppo Italia. Il centrodestra italiano, dopo tutto l’appoggio dato all'ad di Fca nelle sue battaglie contro la Fiom e per una maggiore flessibilità contrattuale, si era sentito un po’ tradito da lui. Sempre da Torino fanno capire che speravano che Renzi riuscisse a convincere i suoi ad andare verso un accordo di grande coalizione per garantire la piena stabilità del Paese.

POLITICA? NO, GRAZIE. Da notare, poi, che la Fca non ha grandi interessi in Italia: le vendite in Europa stanno risalendo, anche se una rottamazione, mai chiesta ufficialmente, con il parco auto obsoleto che abbiamo, non farebbe male. Più in generale, Marchionne preferirebbe tenersi lontano dalla politica, vuoi perché in America i nuovi leader alla Casa Bianca non gli perdonerebbero i rapporti privilegiati con Barak Obama, vuoi perché non vuole prestare il fianco alla parte più sciovinista degli Usa, in una fase nella quale il futuro partner forte di Auburn Hills potrebbe anche essere cinese.

Dal canto suo anche Matteo Renzi considererebbe l’alleanza con Marchionne meno strategica di un tempo. Con Pietro Grasso, Giuliano Pisapia e Pier Luigi Bersani che vogliono rodergli consensi a sinistra, perché farsi vedere con il padrone dei padroni?

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