Martelli Riina
25 Novembre Nov 2017 1200 25 novembre 2017

Martelli su Riina: «Senza il mio 41 bis la mafia avrebbe vinto»

L'ex guardasigilli che introdusse il carcere duro nel '93 spiega a Roma InConTra: «Contro Cosa nostra serve anche la politica. Il boss morto? Nessuna emozione». E se il 74enne ex Psi tornasse in campo?

  • Marco Dipaola
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Secondo Claudio Martelli esiste una data cruciale nella lotta contro la mafia: il 15 gennaio del 1993. Quel giorno fu introdotto il 41 bis, il regime di carcere duro tanto odiato dai mafiosi, a partire da Salvatore Riina da Corleone, per tutti Totò u’ curtu per via del suo metro e 58, prima picciotto, poi killer, quindi capo e infine Capo dei capi. «Senza il 41 bis la mafia avrebbe vinto. Se oggi è molto più debole di ieri non è perché è morto Riina, ma perché a suo tempo la tanto vituperata Prima Repubblica si è impegnata davvero nella lotta alla mafia».

UNA STAGIONE CHIUSA NEL 1994. A una settimana dalla morte di Totò Riina, il suo nome aleggia tra media e pubblica opinione come se la sua scomparsa fosse solo apparente. Ed è per questo che Enrico Cisnetto a Roma InConTra, il suo talk, ha voluto il Guardasigilli di allora, promotore politico e autore formale di quella scelta che fu uno degli ultimi atti della stagione politica destinata a chiudersi definitivamente con le elezioni del 1994.

«LA MAFIA FECE UN PESSIMO AFFARE». Martelli, così, racconta quei giorni a Cisnetto: «Dopo la strage di Capaci, intervistato dalla Cnn, dichiarai che la mafia uccidendo Falcone aveva fatto il peggior affare della sua vita», ricorda l’ex leader socialista, «la nostra risposta immediata fu l’introduzione del 41 bis, il regime carcerario duro, perché un mafioso non può essere trattato come un comune delinquente e la mafia necessita di un rigore particolare, sia nei processi sia nella detenzione».

Claudio Martelli intervistato da Enrico Cisnetto durante "RomaInConTra".

E infatti il 41 bis ai mafiosi non è mai andato giù, abituati com’erano a comandare anche in carcere, tanto che la sua abolizione fu uno dei punti chiave del famoso “papello”, il documento oggetto della “trattativa” intavolata tra Stato e Cosa nostra per porre fine al periodo stragista.

«QUALCHE FALLA NELL'APPLICAZIONE». «Non fu trattativa, ma letteralmente un cedimento», è la sentenza di Martelli. «Giovanni Conso, il mio successore alla Giustizia, mi disse che lo Stato voleva mandare un segnale di disponibilità all’ala moderata di Cosa nostra comandata da Bernardo Provenzano. Una scelta inaccettabile». E a proposito del 41 bis, insiste l’ex delfino di Craxi con un tono di voce sempre più indignato, «la detenzione di Riina ha dimostrato che c’è ancora qualche falla nella sua applicazione, perché non è possibile che i segnali lanciati dai mafiosi (le minacce di Riina al pm Nino Di Matteo: "Ti farei diventare il primo tonno! Il tonno buono", ndr) escano dal carcere e arrivino, addirittura, ai telegiornali».

«EMOZIONI SOLO ALL'ARRESTO DI RIINA». Eh sì, perché il Capo dei capi, morto il 17 novembre 2017 a 87 anni, ha provato a mandare messaggi e ordini anche nei suoi 24 anni di carcere, venuti dopo altrettanti di latitanza. Martelli durante Roma InConTra confida: «Francamente non ho provato nessuna emozione quando son venuto a sapere della morte di Riina. L’emozione forte la provai il giorno del suo arresto, perché sentivo di aver compiuto il mio compito, mettendo in campo tutte le risorse dello Stato per fargliela pagare».

I ricordi volano a 25 anni fa, a quello che è forse il periodo più nero della recente storia italiana, quando un Paese intero era in guerra aperta con un contadino dalla licenza elementare, ma capo assoluto, che aveva il potere di vita o di morte su tutto e tutti. E quel potere lo ha usato con la ferocia che gli era propria, ordinando di sparare o mettere bombe, uccidendo senza distinzioni rivali mafiosi, politici, giornalisti, poliziotti, magistrati, uomini di Chiesa, e tutti i malcapitati che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato.

«ORA IL PRIMATO VA ALLA 'NDRANGHETA». «Cosa nostra in quegli anni fatturava migliaia di miliardi con narcotraffico ed estorsioni», continua Martelli, «e lo faceva attraverso il terrore e la violenza, facendo mille morti all’anno. Nell’ultimo anno sono solo due le morti accertate per la mafia siciliana, e il primato del potere economico-criminale è ormai passato in mano alla ‘ndrangheta calabrese».

Bettino Craxi e Claudio Martelli ai tempi del Psi al governo.

E alla domanda conclusiva di Cisnetto su come si combatte la mafia oggi l’ex ministro della Giustizia è definitivo: «Pensare di sconfiggerla solo con i magistrati e le forze di polizia è un errore. Ci vuole in campo il governo della Repubblica, a partire dal ministro dell'Interno e dal ministro della Giustizia, che devono mettere a disposizione degli inquirenti tutti gli strumenti necessari per debellare i fenomeni mafiosi. Come facemmo noi».

ORGOGLIO, NOSTALGIA E... RITORNO? Parole cariche di orgoglio, e forse un po’ di nostalgia, quelle di Martelli. Parole che sanno di primato della politica con la P maiuscola, di rigetto della subordinazione al potere giudiziario, troppo spesso autore di decisioni che la politica non ha più la forza e l’autorevolezza di prendere. E se fosse la premessa per un imminente ritorno? Claudio ha 74 anni, ma sembra un ragazzino...

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