Renzi, Mdp più vicini di avversari
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30 Novembre Nov 2017 1218 30 novembre 2017

Renzi e quell'ostentazione di fiducia che non ha ragion d'essere

L'ottimismo a colpi di statistiche è aleatorio. Sbandierare il «milione di posti di lavoro» o la «crescita stabile del Paese» non serve se questa retorica non poggia su basi solide. E non è il caso italiano.

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La nuova frontiera del patriottismo tricolore ricalca sempre più la propaganda del Regime contro il disfattismo: «Dobbiamo smetterla di lamentarci» ammonisce Renzi tra una stazione ferroviaria e l'altra. Applausi, «Bravo! Bene!» di circostanza, di petroliniana memoria. Ma l'ottimismo a colpi di statistiche di Trilussa è labile e aleatorio, non basta sbandierare il «milione di posti di lavoro» o la «crescita stabile del Paese» o, peggio mi sento, una riduzione delle tasse che ha dell'onirico: i feedback non sono quelli attesi, il polso pulsa in modo difforme, la pancia pure. Poi si può sempre disquisire di povertà percepita, psicologica, il che in definitiva equivale a dire infondata, vittimistica; ma i miseri non sono solo i ricchi che piangono perché non possono spendere il Natale a New York o debbono aspettare per il nuovo Galaxy da mille euro, esiste una fatica reale, densa, diffusa, che ai politici ferroviari probabilmente sfugge. Renzi vuol dire fiducia, ma quale fiducia si respira in Italia?

UNA CAMPAGNA DEMENZIALE. Dai dati freschi freschi dell'Istat si evince che a novembre l’indice delle aspettative dei consumatori torna a scendere passando da 116,0 a 114,3; analogamente cala (di poco) l’indice composito del clima di fiducia delle imprese, da 109,1 a 108,8. L'analisi settoriale vede una situazione articolata, con stabilità nel settore manifatturiero (da 110,9 a 110,8), crescita nelle costruzioni e nei servizi (rispettivamente da 130,3 a 132,1 e da 107,7 a 108,2), mentre il commercio al dettaglio accusa una nuova flessione (da 113,2 a 110,0). Come si legge? Si legge che, a dispetto della crescita, reale benché striminzita (ultimi in Europa), quello che preoccupa non è tanto un oggi che arriva da troppi ieri stentati, quanto un domani del qual non v'è certezza. Qui gli indicatori sono lugubri quando non grotteschi. La campagna elettorale è più demenziale che mai, la sinistra, rissosa come da miglior tradizione nel suo seno, litiga coi grillini che litigano con Berlusconi il quale si scazza per questioni notarili con Salvini (cioè non si fidano l'uno dell'altro) il quale forse ha ganci coi grillini il che non sta bene agli alleati di Fratelli d'Italia che ad Ostia non digeriscono l'affermazione grillina e vai col tango.

PATRIOTTISMO DI FACCIATA. Se tutti si scannano con tutti, i casi sono due: o questo è un Paese con una politica manicomiale, oppure le previsioni non incitano a pensare positivo, alla faccia del patriottismo di facciata (le chiavi di lettura sono probabilmente valide entrambe). La stessa fobia delle fake news sembra essenzialmente tradire una sorta di incertezza, di paura su tutto ciò che si dice e si fa, da parte di chiunque verso chiunque. E quando regna questa diffidenza, vuol dire che il popolo sovrano, e in esso la politica che lo manipola, è confuso, disorientato, spaventato. Gli è che una fiducia non si costruisce a proclami o a tour ferroviari, e neanche nelle piazze. Il caso cinese è quello più lampante. Chi si fosse avventurato nella Cina di 20 anni fa (chi scrive ha ricordi di prima mano) avrebbe constatato l'effervescenza di un subcontinente che non era certo quello di oggi: stava “semplicemente” scaldando i motori, allacciando tutte le cinture di sicurezza. Ma, da Canton a Pechino, dalle rispettive, desolate campagne fino ad Hong Kong che proprio in quei giorni tornava (formalmente) alla madrepatria, non trovavi yuppie, manager, commerciante, trafficante, puttana che non ti recitasse la stessa identica formula: stiamo partendo, stiamo diventando grandi, farete i conti con noi, il futuro è nostro.

Il disfattismo che i politici additano al popolo non tanto sovrano sarà anche una lunga e non encomiabile tradizione, sta di fatto che c'è e non si cancella coi bagni di folla

Come siano andate le cose è fin troppo noto: ha avuto ragione il subcontinente, il regime autoritario-capitalista, e, in esso, hanno avuto ragione lo yuppie, la puttana, l'autista di risciò, la guida turistica, il commerciante, il bottegaio, il lift dell'ascensore dell'albergo. La Cina è diventata la seconda potenza globale, il presidente Xi Jinping ha detto chiaro e tondo che per il 2035 il primato assoluto sarà cosa fatta, e tutti gli credono. Comunque la si voglia vedere, è una vittoria del partito, del regime, del sistema ma anche di ciascun cinese che ci ha creduto (e che pure ha ancora mezzo miliardo di connazionali infognati nella povertà assoluta delle campagne). In Italia, il disfattismo che i politici additano al popolo non tanto sovrano sarà anche una lunga e non encomiabile tradizione, sta di fatto che c'è e non si cancella coi bagni di folla. E se nessuno si sente di azzardare, entro i prossimi anni farete i conti con noi, forse qualche ragione per non cadere nel ridicolo dello sciovinismo sussiste.

L'INCOGNITA SOCIALE. C'è timore anche per l'incognita sociale, migratoria. Il World Economic Forum ha appena rilasciato un report che in definitiva conferma ciò che ci si aspetta (o si teme): l'Africa sarà ovunque, il suo "crescete e moltiplicatevi" invaderà piaccia o non piaccia il mondo e in specie l'Europa, continente in declino, e in esso i Paesi deboli come l'Italia, dove, tra parentesi, non si riesce più a figliare per molte ragioni, anche economiche, non tutte economiche (le donne in età riproduttiva, secondo il rapporto Istat appena diffuso, sono sempre meno numerose e mostrano una propensione decrescente ad avere figli, vale a dire privilegiano altre priorità; lo stesso, soprendentemente, sta avvenendo nei nuclei familiari migranti, segno che anche questi ultimi avvertono un clima che sconsiglia l'investimento familiare). L'Europa entro 30-35 anni sarà trasfigurata e bisognerà farsene una ragione. Non tutti ci riescono, non tutti la prendono con serenità o fatalità, le tensioni, meditate o irrazionali, si respirano e, ancora una volta, il coraggio dell'ottimismo tradisce i politici che attribuiscono agli elettori il disfattismo.

QUESTIONE DI ATTITUDINE. Il presidente francese Emmanuel Macron è andato in Burkina Faso a dire: «Non posso e non voglio occuparmi io della vostra elettricità, dovete pensarci da soli» (lo hanno applaudito); il nostro premier Paolo Gentiloni, nello stesso summit itinerante per i Paesi africani, non trova di meglio che recitare ogni volta la giaculatoria sugli italiani amici, buoni, solidali, offrendo una immagine patetica, la conferma di una attitudine dimessa e fondamentalmente fragile. La fiducia è una gran cosa per una nazione, ma è anche come il coraggio di don Abbondio: se uno non ce l'ha, non se lo può dare. Il guaio è che a volte la mancanza di coraggio riposa su ragioni, o almeno sospetti, più fondati della fiducia stessa. Chi arranca in interregionale lo sa, chi viaggia in treno privato fatica un po' a comprenderlo.

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