CASINI
6 Dicembre Dic 2017 1737 06 dicembre 2017

Casini: «In commissione banche non occorre sentire Draghi»

L'ex presidente della Camera lo assicura a RomaIncontra. «Eviteremo tutte le complicazioni che la sua audizione porterebbe all’Italia e all’Europa». E mette in guardia sul rischio di una maggioranza Salvini-Grillo.

  • Marco Dipaola
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Magro, smunto, stanco. L’ombra del Pierfurby un po’ statista e un po’ playboy. Gli amici sussurrano, amorevolmente, la spiegazione: «Bisogna capirlo, è la prima volta che gli capita di lavorare». Esagerati. Tuttavia, è vero che l’uomo è affaticato da questa benedetta commissione d’inchiesta sulle banche che sembra non farlo dormire. Ma, alzi la mano chi avrebbe scommesso un euro sul fatto che in piena campagna elettorale emergesse di nuovo la figura di Pierferdinando Casini. E invece il centrista ex presidente della Camera è senza dubbio il politico del momento, proprio grazie al ruolo di “domatore” di una commissione che si occupa di materia incandescente come le banche, i banchieri, i vigilanti, i risparmiatori.

ATTENZIONE ALLE STRUMENTALIZZAZIONI. Casini è l’uomo giusto al posto giusto. È il navigatore esperto chiamato a non far affogare quello che resta del sistema Italia nelle acque tempestose del nostro sistema bancario e finanziario, più che mai agitate dopo un decennio di crisi, cattiva gestione e costante invettiva – spesso demagogica – dell’opinione pubblica. Con lui al timone la commissione sembra funzionare, nonostante i pregiudizi iniziali, come dimostrano le audizioni prodotte in queste settimane a tutti i protagonisti delle vicende più scottanti: dal Montepaschi alle banche venete, da Banca Marche al caso Etruria. Proprio la vicenda dell’Istituto toscano è quella politicamente più delicata, a causa del coinvolgimento di Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena: «Questa commissione è stata insediata a fine legislatura ed in corrispondenza della campagna elettorale», dice Casini a Enrico Cisnetto a Roma InConTra, «sto facendo i salti mortali per tenerla a riparo dalle strumentalizzazioni politiche, a non piegarla alla logica della convenienza e della propaganda».

Pierferdinando Casini.

Per gestire le interferenze della politica, insomma, è stato scelto un «professionista della politica», come ama autodefinirsi Casini, mica uno inventato da un Blog o pescato dalla società civile. «Se la polemica politica rimane fuori dal lavoro della Commissione sarà possibile ottenere risultati soddisfacenti», prosegue Casini, «abbiamo affrontato tre crisi bancarie, sentendo tutti i soggetti coinvolti: magistratura, risparmiatori, Banca d’Italia e Consob. E molti elementi stanno emergendo: ci sono banchieri infedeli, persone che hanno falsificato documenti, bilanci, stressato la rete di vendita perché collocasse sul mercato prodotti tossici ingannando i risparmiatori, specialmente i pensionati».

«NON CONFONDIAMO IL POLIZIOTTO CON IL LADRO». Non c’è il minimo dubbio, insomma, che nel sistema creditizio italiano qualcosa non abbia funzionato, ma il problema – come ha osservato Cisnetto nel suo editoriale di apertura – è cadere nella trappola delle spiegazioni facili senza analizzare, per esempio, il contesto di crisi decennale che ha travolto l’Italia, mangiando 10 punti di Pil ed erodendo un quarto della capacità produttiva. «La crisi non è una variabile indipendente, e non poteva non ripercuotersi pesantemente sul sistema bancario e finanziario italiano», conviene Casini, «e poi c’è il sistema dei controlli, che a mio parere bisogna migliorare molto, soprattutto nella fluidità delle comunicazioni tra Banca d’Italia e Consob. Ma non facciamo l’errore di confondere il poliziotto con il ladro. L’unico tema sul tavolo è che il poliziotto deve poter fare meglio il suo mestiere».

Proprio in questa direzione vanno le audizioni future: del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, e del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che precederanno quella del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. «E Draghi?», chiede Cisnetto. «Non vedo il bisogno di chiamare e sentire il presidente della Bce», replica Casini, «abbiamo tutti gli elementi a disposizione ed eviteremo tutte le complicazioni che l’audizione di Draghi porterebbe all’Italia e all’Europa». Una risposta a metà tra la Realpolitik e l’abile dribbling democristiano. Eh sì, perché Pierferdinando democristiano era e democristiano è rimasto, e le sue virtù moderate e prettamente politiche (ricerca del dialogo costruttivo e del compromesso, rispetto delle prerogative istituzionali e così via) sembrano rivivere oggi di un nuovo appeal, forse perché totalmente contrastanti con le forzature populistiche e le contrapposizioni sorde della propaganda altrui.

«IL RISCHIO? UNA MAGGIORANZA SALVINI-GRILLO». Che questo nuovo protagonismo possa indurlo a una candidatura per le prossime elezioni, però, è tutto ancora da vedere. «Sono in una fase zen, non devo dimostrare più niente a nessuno, tanto meno a me stesso», mette in chiaro Casini. «Se ci sarà un soggetto al centro che riuscirà a raggruppare i moderati darò il mio contributo. Ma siamo partiti molto in ritardo. Il vero pericolo è una maggioranza tra Grillo e Salvini. Berlusconi, invece, è un mago perché si pone come argine al populismo e fa alleanze con i populisti, perché chi lo vota nei collegi, vota anche Salvini. Nel centrosinistra è cambiato il mondo», conclude Casini, «e Renzi con il suo governo ha fatto bene anche su temi come il Jobs Act molto controversi a sinistra».

TENTAZIONE QUIRINALE? Ma se non sarà politico il futuro di Casini potrebbe essere ai più alti livelli istituzionali, e quando Cisnetto lo provoca chiedendogli se è a conoscenza di cosa succederà a gennaio del 2022 (data della fine del settennato di Mattarella) prevedendo una sua possibile candidatura al Quirinale, Casini nicchia in pieno stile democristiano: «Quella data non me la sono segnata in agenda, perché per certi incarichi bisogna essere chiamati, non serve candidarsi…».

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