Gay Italia Lgbt Coming Out
25 Dicembre Dic 2017 0850 25 dicembre 2017

Gabbana & Co, l'Italia post gay senza mai essere stata gay

L'ultimo è lo stilista: «Non chiamatemi omosessuale. Sono un uomo». Tra coming out "a metà" e distinguo, il nostro Paese si è sempre impegnato poco per la causa Lgbt. Perché? Parlano Busi, Grillini e Gabardini.

  • Samuele Cafasso
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Franco Grillini, primo politico dichiaratamente gay in parlamento, questa persistente allergia dei vip italiani per il coming out la racconta così: «Ci vedevamo la notte davanti all'edicola, per comprare i giornali. Sarà stato una ventina di anni fa. Lucio Dalla arrivava sulla sua Jaguar verde, parlavamo un po'. Quante volte gli ho detto: perché non ci dai una mano? Ci aiuterebbe molto. Lui prendeva i giornali, risaliva sull'auto, sorrideva e mi diceva: tu lo sai perché. La verità è che quel perché io non l'ho mai saputo».

MOLTI SANTUARI INVIOLABILI. Erano gli Anni 90. Cosa è cambiato da allora? Qualche coming out di peso - uno su tutti, quello di Tiziano Ferro -, molti santuari inviolabili, come il calcio, e adesso, incredibile a dirsi, lo smarcamento post gay: prima è stata la volta di Stefano Gabbana sul Corriere della sera - «Non voglio essere chiamato gay. Sono un uomo» -, poi quella del regista Ferzan Özpetek che pure lui si dice infastidito di essere etichettato per il suo orientamento sessuale e dà ragione allo stilista: «L'unica cosa su cui sono d'accordo con lui».

Franco Grillini in parlamento nel 2006 con Vladimir Luxuria. (Getty)

Vincenzo Branà, presidente del Cassero, il circolo Arcigay di Bologna da sempre capofila del movimento Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender) italiano, nota: «Sembra che in Italia sia arrivato il post gay». Post gay è una parola in uso nel mondo anglosassone da qualche decina di anni. Indica la convinzione secondo cui l'orientamento sessuale non è più un elemento rilevante nel descrivere l'identità di una persona, o una cultura specifica. «Ed è una convinzione che si è diffusa nella comunità allargata, quella meno politicizzata, in tutti quei Paesi dove sono state approvate le unioni same sex».

NON SERVE PIÙ TEMATIZZARE? Post gay è un mondo che non ha più bisogno di tematizzare l'orientamento sessuale come una caratteristica rilevante perché l'uguaglianza è stata raggiunta e viene quindi a cadere ogni specificità. Ci sono serie televisive che sono state definite post gay - come Looking - o film, perché pur raccontando persone omosessuali non tematizzano mai la loro discriminazione, o le conseguenze sociali del loro orientamento sessuale, come centrali.

Vincenzo Branà.

«Quello che però è stupefacente», aggiunge Branà, «è il pensare che in Italia si sia arrivati veramente a questo punto. Cancellare la parola gay dai film di Ozpetek vorrebbe dire eliminare metà della sua produzione, si pensi per esempio alle Fate ignoranti, a tutto il racconto che viene fatto delle famiglie allargate, le comunità elettive in cui vivono persone Lgbt rifiutate dalle loro famiglie originarie. Una realtà che in Italia è ancora ben presente. E poi mi fa specie che una affermazione del genere venga da uno come Özpetek, che dovrebbe sapere come in altri Paesi, come la Turchia, la questione del riconoscimento delle persone omosessuali è ben lontana dall'essere un tema risolto».

ETICHETTE TROPPO LIMITANTI. Eppure Gabbana e Özpetek non sono gli unici a temere etichette troppo limitanti: Aldo Busi, interpellato da Lettera43.it, si limita a dire: «Arrivano buon ultimi. Io questa ovvietà ho cominciato a mandarla all'attacco dalla seconda elementare». Ma Aldo Busi è un mondo a sé, difficilmente incasellabile, e comunque non si può certo dire che abbia mai rifiutato di tematizzare, nelle sue opere come nelle sue apparizioni televisive, il suo orientamento sessuale.

Aldo Busi.

La questione qui è piuttosto sottrarsi a una identità che, in anni passati, è stata tra l'altro fondativa del marchio D&G - l'omosessualità dei suoi creatori - e che adesso viene frettolosamente messa da parte. Per dirla con le parole del comico Carlo Gabardini, autore nel 2013 di un coming out lanciato dalle colonne de la Repubblica e poi molto circolato sui social network, «non mi risulta che lui abbia mai detto “non sono uno stilista” per rifiutare un'etichetta troppo limitante. E poi francamente non credo che quando va alle feste la gente dica “a che ora arriva il gay?” anziché “a che ora arriva Gabbana?”. L'ho trovata un'uscita tra il comico e l'offensivo».

«L'ITALIA È ANCORA INDIETRO». Non che Gabardini non abbia mai avuto paura di essere incasellato come “comico gay”. Anzi. «Ma è una cosa che combatti aumentando le etichette: io sono gay, sono un comico, sono uno scrittore e tanto altro. Togliere una di queste etichette perché ti limita vuol dire darla vinta a chi discrimina e francamente mi pare un po' pericoloso in Italia. Anche io vorrei un Paese dove non ha più senso un cinema gay, una letteratura gay... Ma non siamo ancora a questo punto. Se Gabbana oggi può vivere la sua omosessualità di ricco privilegiato è anche perché milioni di persone sono scese in piazza nei Pride dicendo “io sono gay”, non “io sono un uomo”».

Stefano Gabbana (a sinistra) e Domenico Dolce.

Sullo sfondo di tutto rimane una cultura del coming out e dell'impegno pubblico che in Italia non c'è mai stata veramente. Anche perché su questo la stampa italiana è molto diversa da quella americana e inglese, «dove se non ti dichiari da solo, l'outing te lo fanno i giornali», ricorda Branà.

AMBIGUITÀ E RETICENZE. Qui è possibile che un personaggio come Gianna Nannini mantenga spericolati equilibrismi sul tema per poi uscire con dichiarazioni tra l'ambiguo e il reticente con annesso annuncio di fuga dall'Italia che non riconosce i diritti. E così, a sostenere la battaglia Lgbt, di volti noti ne rimangono ben pochi. Una questione di visibilità, certo, ma non solo.

«E I SOLDI NON LI SGANCIANO». Per chiuderla con Grillini, uno che non si è mai messo i guanti: «Il movimento italiano avrà i suoi difetti, ma qui siamo di fronte a gente miliardaria che critica e non ha mai sganciato una lira. Personaggi come Elton John hanno destinano milioni di sterline alla battaglia Lgbt, questi non hanno tirato fuori un euro e noi andiamo avanti di volontariato non pagato, da sempre». Post gay con il cuore. E con il portafoglio.

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