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25 Dicembre Dic 2017 1800 25 dicembre 2017

Mogherini: la grande mediatrice tra Trump, Orban e Macron

Antepone il realismo al protagonismo. E mette insieme chi prima lavorava in corridoi paralleli. Dal dossier iraniano alla questione migranti: stile e modus operandi dell'Alto rappresentante per la politica estera Ue.

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Chi segue da vicino Federica Mogherini, dal 2014 Alto rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione europea, dice che raramente le sue parole erano state tanto efficaci. Persino il linguaggio del corpo, la mimica, i gesti sono stati inaspettatamente espressivi. L’11 dicembre, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lasciava il quartiere europeo di Bruxelles, dopo un confronto di due ore con i ministri dei 28 Paesi dell’Unione europea, e senza nemmeno vedere il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, Mogherini, in tailleur nero e con l’usuale rossetto sulle labbra, uno dei pochi vezzi che si concede, pronunciava parole che sarebbero state riprese da quasi tutte le testate mondiali: «So che Netanyahu si aspetta che altri seguano la decisione del presidente Trump, di muovere l'ambasciata a Gerusalemme», ha spiegato, poi pausa, sorriso inatteso, e conclusione: «Può tenere le sue aspettative per altri, perché da parte degli Stati dell'Unione europea questa mossa non arriverà».

IL REALISMO PRIMA DI TUTTO. La sola altra occasione in cui le sue dichiarazioni erano state tanto ferme e incisive risale al 13 ottobre: «Nessun presidente, nessun Paese al mondo può mettere fine a questo accordo». Si trattava ovviamente dell’intesa sull’Iran, finora il maggior successo del mandato e della squadra di Mogherini, e, ancora una volta, di Donald Trump. Sul fatto che la nuova amministrazione americana stia dando all’Ue l’occasione di mostrare una solidità solitamente non percepita e, a volte, una tempra che in tanti invocavano da anni, non ci sono più dubbi. Eppure non bisogna equivocare. Non siamo di fronte a una svolta strutturale nella politica estera Ue, non ci sarà un sorpasso europeo, come non apparirà tutto d’un tratto un hard power o un esercito made in Europe, come sostengono, ma si dovrebbe dire desiderano, molti. Siamo nel campo del realismo magico. E non è questo che la realista Mogherini cerca o per cui lavora. La strategia del capo degli affari esteri Ue non è sostituire qualcuno ma essere un pezzo importante, affidabile, di un sistema di relazioni internazionali multilaterali, esattamente come multilaterale è l’Ue al proprio interno.

UN INIZIO IN SALITA. «L’enfasi di Trump sull’unilateralismo e il nazionalismo negli affari internazionali ha messo in evidenza ancora di più il carattere diverso dell’Europa e quindi il bisogno di più Unione europea», commenta Giovanni Grevi, senior fellow dell’European policy centre di Bruxelles. «Ovviamente la politica estera è una funzione della coesione interna», premette. E uno dei progressi più rilevanti raggiunti da Mogherini è per Grevi la maggiore capacità di coordinamento. «Il suo mandato è cominciato in un momento di crisi interna, anzi di multiple crisi sia interne, da quella economica ai migranti, che esterne, con una profonda destabilizzazione del Medio Oriente ed il conflitto ucraino», osserva lo studioso. «Per prima cosa ha dato priorità a una visione strategica aggiornata e più coerente e poi a coordinare meglio le strutture esistenti, utilizzando in maniera più efficace tutti gli strumenti a disposizione, in modo da massimizzare il doppio cappello (cioè il suo ruolo di vicepresidente della Commissione e di capo del consiglio Affari esteri e difesa, ndr)». Concretamente, significa mettere insieme il lavoro di due diverse istituzioni: il Consiglio, i suoi ministri della Difesa, degli Esteri e capi di Stato e di governo, e la Commissione con almeno quattro commissari che da lei dipendono, i responsabili del Commercio, della Cooperazione, del Vicinato-Allargamento e della Sicurezza. Senza contare il rapporto costante con il parlamento europeo. Di certo, Mogherini è presente con dedizione su tutti i tavoli.

Alcuni, come il commercio di cui è responsabile Cecilia Malmstroem, stanno dando risultati evidenti, altri come l’allargamento, secondo diversi osservatori il dossier più dimenticato dall’alto rappresentante e gestito in maniera quasi esclusiva dal vicepresidente del Ppe, il commissario Johannes Hahn, meno. Ma la stessa filosofia della presenza, dell’inclusività paziente, dello sfruttare le cornici già esistenti ove ci siano e di rispondere alle esigenze man mano che si presentano, è applicata anche verso l’esterno. «Per esempio», dice Grevi, «c’è l’esigenza di una presa di distanza dal disinvestimento degli Usa sul piano mulilaterale. E non solo su Medio Oriente e Iran, ma anche rispetto all’accordo sul clima di Parigi, alla Organizzazione mondiale del Commercio, alle migrazioni». Del resto la politica è una questione di pieni e di vuoti. E non sarà un caso che sulla lista Usa aggiornata al 4 dicembre risultino ancora vacanti i posti di ambasciatore in cinque Paesi europei, e presso la stessa Ue, in quattro potenze regionali medioorientali, compresi Egitto e Arabia Saudita, ma soprattutto in quasi tutte le rappresentanze presso le organizzazioni internazionali. Nessun ambasciatore Usa all’Ocse, all’Osce, nessuno come vice all’Onu, o nella sede di Ginevra, Vienna e Roma delle Nazioni Unite, nessuno nel comitato Onu per le riforme, né per i diritti umani. In questo Mogherini è l’esatto opposto. Reagisce ai vuoti, riempendoli. E se agisce, lo fa aggiungendo sedie ai tavoli, mettendo insieme chi prima lavorava in corridoi paralleli.

LE DUE FACCE DELL'HARD POWER. La sua risposta alla crisi dei migranti, ai lager libici e a chi additava il re nudo dei patti europei col diavolo, è stata coinvolgere l’Onu e l’Organizzazione mondiale delle migrazioni e lavorare a lungo con il G5 dei Paesi del Sahel. Un modo per dire: la responsabilità ora è condivisa, vediamo insieme cosa riusciamo a fare. Per ora troppo drammaticamente poco sul piano dei diritti umani, ma tant’è. Lo schema si può applicare anche alla difesa. Dopo averne parlato per anni, in sei mesi si è già arrivati a 17 progetti militari condivisi da diversi Stati. Ma questo non significa che l’Europa avrà il suo esercito o che l’Ue inizierà a esercitare l’hard power. Quello a cui andiamo incontro, per dirla in breve, è un’europeizzazione della Nato. «L’hard power si esprime in due modi: sanzioni e strumento militare. Sul primo l’Ue è attiva. Sul secondo la cooperazione rafforzata, insieme al fondo di difesa europeo, è un passo avanti importante ma saranno gli Stati membri a fare la differenza, secondo il loro livello di effettivo coinvolgimento in progetti congiunti per sviluppare le proprie capacità militari e partecipare a operazioni per gestire le crisi nelle aree del vicinato: su questo l’Unione vuole acquisire autonomia. La “difesa territoriale” resta una competenza della Alleanza atlantica. L’obiettivo è piuttosto rafforzarne il pilastro europeo», argomenta Grevi. Se avesse puntato a un esercito Ue, con tutta probabilità avrebbe fallito, così in pochi mesi Mogherini è riuscita a celebrare la giornata storica della nascita della cooperazione rafforzata.

VALORIZZARE LE ENERGIE NAZIONALI. La conferenza sul Medio Oriente di Bruxelles è forse il compendio più riuscito del Mogherini style. Anche qui la capa della diplomazia Ue ha aggiunto sedie al tavolo, proponendo di includere nei negoziati, oltre al Quartetto, a Russia, Usa e Nazioni Unite, anche alcune potenze regionali, a partire dalla Giordania, il cui ministro degli Esteri definisce «un amico», e l’Egitto. Netanyahu era stato invitato praticamente a sua insaputa dai lituani, tra i più critici dell’operato dell’alto rappresentante come diversi Paesi dell’Est. L’Ungheria aveva in un primo momento messo il veto a una dichiarazione condivisa a 28 che però alla fine è arrivata nel vertice dell’Eurosummit. Le fughe indietro o in avanti, soprattutto dell’attivissimo Macron, non scompariranno. Da una parte perché c’è sempre il problema del consenso interno, dall’altro perché la politica estera resta sovranità degli Stati. Ma quello che sta cercando di fare Mogherini, conclude Grevi, è «valorizzare le energie nazionali, coinvolgere i loro interessi, e vedere quello che possono offrire nell’ambito di una politica comune». Il protagonismo? Solo quando è necessario. Tanto che Mogherini ha smentito i rumor già pressanti su una possibile iniziativa o proposta di pace Ue: «Non vogliamo moltiplicare le iniziative, vogliamo svolgere con forza il nostro ruolo». E per descrivere quale sia il ruolo dell’Unione ha scelto una ricca lista di aggettivi presumibilmente ben studiati: «Una potenza determinata, tranquilla, razionale, cooperativa, come sempre affidabile e prevedibile». Cooperativa e prevedibile, come la sua rappresentante.

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