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27 Dicembre Dic 2017 1316 27 dicembre 2017

Nomine e dintorni: così Gentiloni ha tagliato fuori Renzi

Dal nuovo corso nell'Arma dei Carabinieri alle polemiche interne all'Aise: il premier ha dato un segnale di discontinuità rispetto alla gestione precedente. Ma la resa dei conti non è finita.

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Al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è bastato un anno per cancellare i tre anni di governo di Matteo Renzi. Lo si è visto nelle ultime nomine nelle nostre forze di sicurezza. E il fatto non è di poco conto perché vuol dire che all’interno di quell’area di ex Margherita ormai l’ex rottamatore fiorentino conta sempre meno. Così il trio composto da Gentiloni, dal ministro della Difesa Roberta Pinotti e dal ministro dell’Interno Marco Minniti lascia alla spalle mesi di polemiche e veleni segnati dall’inchiesta Consip. Quell’indagine ha travolto, oltre alla famiglia del segretario del Partito democratico e il Giglio magico renziano, l’Arma dei Carabinieri, il Noe e lasciato strascichi pure nell’Aise, il servizio segreto esterno. Bisogna quindi partire da qui, dai veleni sugli appalti della nostra centrale acquisti della pubblica amministrazione, per leggere le scelte del Consiglio dei ministri della scorsa settimana, dove il generale di corpo d’armata Salvatore Farina è stato nominato Capo di stato maggiore dell’Esercito a decorrere dal 27 febbraio 2018. Farina prenderà il posto del generale Danilo Errico al vertice dell’Esercito. Ma la nomina più pesante e più inaspettata è stata quella di Giovanni Nistri a Comandante generale dell’Arma dei carabinieri al posto di Tullio Del Sette.

SCELTE DI DISCONTINUITÀ. Su quest’ultimo le polemiche vanno avanti da almeno due anni, sia per l’inchiesta Consip sia per la proroga concessa lo scorso anno nonostante la legge Madia: sarebbe dovuto andare in pensione dopo aver compiuto 65 anni. A quanto pare Del Sette avrebbe gradito il suo vice Riccardo Amato, 62 anni, comandante del comando interregionale Pastrengo di Milano. Ma caldeggiata dalla precedente gestione è stata anche la nomina di Ilio Ciceri, 62 anni a dicembre, che guida il comando interregionale Podgora di Roma. I due sono sempre stati i favoriti in questi mesi, quindi il fatto che nessuno dei due ce l’abbia fatta testimonia, secondo gli addetti ai lavori, che la scelta è stata di totale discontinuità rispetto al passato. Non è un caso che Nistri (vicino a Dario Franceschini e quindi alla Pinotti) sia stato per mesi indicato sui quotidiani come una scelta innovativa. A quanto pare Gentiloni, sotto l’occhio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha optato per un cambio radicale, lasciandosi alle spalle una stagione di veleni che forse non è ancora finita. Importanti sono infatti le nomine di tre vicedirettori del comparto intelligence, scelti dal Cisr (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica).

Innanzitutto come vice del Dis (Dipartimento Informazioni e Sicurezza) arriva il professore Roberto Baldoni, professionista stimato che avrà la delega per il cybercrime. C’è già chi lo ha soprannominato lo zar della cybersecurity (cit. Paolo Messa sul Messaggero). La nomina non è di poco conto, perché su quel posto aveva messo gli occhi da tempo Marco Carrai, il braccio destro di Renzi, da poco citato nella commissione d’inchiesta sulle banche dall’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni per non meglio precisate sollecitazioni su Etruria. Baldoni va a ricoprire quel ruolo che era stato previsto proprio da Gentiloni nel marzo dello scorso anno quando tramite decreto varò il Piano nazionale per la protezione cibernetica. Altra nomina di vice al Dis è quella del generale di divisione Carmine Masiello. Ma cybersecurity a parte, gli incarichi più importanti sono quelli in scadenza tra aprile e giugno del prossimo anno, quando termineranno il loro mandato il direttore del Dis Alessandro Pansa, quelli di Aise e Aisi, Alberto Manenti e Mario Parente, come il capo della Polizia, Franco Gabrielli.

CONSIP, LA RESA DEI CONTI CONTINUA. Va letta in questa chiave la scelta di Giovanni Caputo, fino alla scorsa settimana capo di gabinetto di Manenti, come vicedirettore dell’Aise. A quanto pare il clima all’interno di Forte Braschi non è dei migliori, dopo l’uscita del Capitano Ultimo e le continue polemiche su Consip e sull’ufficiale del Noe Giampaolo Scafarto. In più, non è stato ancora del tutto chiarito il ruolo che avrebbe avuto in questi anni la centrale d’ascolto, una ex banca dove si sarebbe sviluppato un servizio segreto parallelo, come rivelato da Lettera43.it mesi fa. Non solo. A quanto apprende sempre il nostro giornale ci sarebbero pure polemiche in corso per alcuni investimenti fatti negli ultimi mesi, in particolare per quello che è stato ribattezzato "l'ecomostro di Forte Braschi”, una sorte di roofgarden per le ricorrenze di fine anno e di fine mandato, sui cui lavori ha vigilato Ultimo prima di essere cacciato. A quanto trapela, Manenti potrebbe non essere prorogato, quindi la nomina di Caputo serve a dare una certa continuità alla precedente gestione. La parola fine alle polemiche su Consip però non è stata ancora scritta. La resa dei conti non è terminata.

LE PAROLE DI VIOLANTE. In questo senso va letta l'intervista di Luciano Violante alla Stampa lunedì 18 dicembre. Tra gli addetti ai lavori in molti hanno letto nelle parole dell’ex magistrato e politico di sinistra un attacco proprio all’Aise diretto da Manenti, nella conferma del presunto complotto ai danni di Renzi. Del resto, spiega una fonte interna ai servizi, «Violante è un uomo delle istituzioni non parlerebbe mai per strumentalizzare politicamente una vicenda delicata come il caso Consip». Eppure le sue parole parlano chiaro. «Renzi è stato sottoposto ad un attacco costante e ingiusto. Due ufficiali dei carabinieri hanno costruito prove false per farlo cedere mentre era a Palazzo Chigi. È un fatto grave che andrebe approfondito eppure la questione è scomparsa dai radar. Come mai non c'è la dovuta atenzione su questa vicenda? Al giovane capitano, che deve costruire la propria carriera ma falsfica le prove, chi ha suggerito di agire in questo modo? Capire cosa sia successo attiene allo stato della nostra democrazia». La battaglia non è ancora terminata.

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