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Verso le elezioni

Gentiloni
28 Dicembre Dic 2017 2035 28 dicembre 2017

Elezioni, Gentiloni al lavoro per il bis

Mattarella scioglie le Camere: si vota il 4 marzo. Il premier non si espone, ma è pronto a vestire i panni del garante di solidità. Forte dei consensi in ascesa. Mentre Renzi è alle prese col nodo alleanze.

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La strada è segnata. Con lo scioglimento delle Camere e l'ufficializzazione del 4 marzo come data delle prossime elezioni, prende ufficialmente il via la campagna elettorale destinata a riempire i prossimi 66 giorni della politica italiana. E se Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni ostentano serenità in vista delle urne, la road map si prevede già piuttosto accidentata.

«IL GOVERNO NON TIRA I REMI IN BARCA». Da qui al voto il premier uscente resterà a Palazzo Chigi: il suo governo non si è dimesso, i poteri non sono limitati all'ordinaria amministrazione. Insomma, le Camere chiudono i battenti, ma il governo non va in vacanza. «L'Italia non si mette in pausa, Il governo non tira i remi in barca, continuerà a governare», ha spiegato Gentiloni nella conferenza stampa di fine anno che ha preceduto di qualche ora l'epilogo della legislatura.

Dietro la scelta, condivisa con Mattarella, la quasi certezza che le elezioni non avranno un vincitore e che servirà tempo per formare un nuovo governo. Anche Gentiloni lo ha dato per scontato: non ha voluto dire se gli italiani lo ritroveranno a Palazzo Chigi come premier di un governo di larghe intese, ma ha sostenuto che anche senza un vincitore la situazione «potrà essere gestita» con «senso della misura e senso della responsabilità», come del resto è successo in Germania, Gran Bretagna e Spagna.

Il presidente del Consiglio, di fatto, è pienamente in campo. Non solo da candidato di punta del Partito democratico. Ma soprattutto da premier in carica, per garantire, in asse con il Colle, che l'Italia nei prossimi mesi «non si metta in pausa» e dia all'estero un segnale di stabilità. Sarà lui, nelle intenzioni dello stesso Quirinale, il garante di solidità se il dopo voto dovesse rivelarsi particolarmente travagliato. Perciò ha chiarito fin d'ora che il suo ruolo in campagna elettorale non entrerà mai «in contraddizione» con l'incarico di governo: niente sortite sul ring dello scontro tra partiti.

CRESCONO I CONSENSI ATTORNO AL PREMIER. Dopo il voto, osservano i renziani, si aprirà tutt'altra partita. E Gentiloni, è sempre più chiaro, la giocherà da protagonista. Su di lui, che è in cima agli indici di gradimento tra i politici mentre il partito sconta da mesi un trend negativo, Matteo Renzi ribadisce di contare per presentare agli elettori un Pd «plurale», forza «tranquilla», l'unica «seria e affidabile» per il governo del Paese. Niente dualismi o polemiche interne: nei prossimi mesi il Nazareno vuole un Pd compatto, tutto concentrato sul difficile obiettivo di affermarsi come primo gruppo parlamentare. Perciò Renzi ha spiegato ai suoi di avere in mente uno schema a "più punte": in prima linea il segretario e Gentiloni, ma anche Marco Minniti e Graziano Delrio.

Il premier uscente affronterà la contesa elettorale, che lo vedrà probabilmente candidato in un collegio uninominale a Roma e nel proporzionale in Puglia e Piemonte, con il suo stile e il suo standing. Ma se non era scontato, come ha ammesso lo stesso premier, che il governo Gentiloni arrivasse fin qui, che dopo il voto possa aprirsi la strada per un "bis" non lo nega più nessuno. Anche perché, osservano da sinistra, è l'attuale premier, più che il segretario, colui in grado di ricompattare nel nome di una sinistra di governo, chi ha lasciato il Pd.

Per ora Renzi deve mettere a punto il puzzle di una coalizione dove continua a latitare l'intesa con '+Europa con Emma Bonino', mentre dalla lista Insieme (Verdi, Psi e prodiani) arrivano i primi malumori: il 28 dicembre, in una lettera, i promotori hanno chiesto al segretario «un confronto urgente» sul programma. Latita anche la formazione della gamba centrista della coalizione: le sigle da mettere insieme sono diverse, con Beatrice Lorenzin che punta a un ruolo di leadership, ma gli ostacoli non mancano. «O risolviamo domani o mai più», ha spiegato una fonte centrista.

BERLUSCONI TENDE LA MANO AL PD. Sul fronte opposto Berlusconi ha lanciato il reddito di dignità e puntato su un argomento piuttosto inedito nel linguaggio azzurro: la lotta alla povertà. A gennaio, ha annunciato, ci sarà l'incontro con Matteo Salvini e Giorgia Meloni per la definizione del programma. «Basta una stretta di mano, siamo alleati, non concorrenti», sono state le parole al miele del leader di Forza Italia.

E IL M5S DEVE RISCRIVERE LE REGOLE. Per il Movimento 5 stelle è, invece, il momento delle regole. Saranno diffuse nei prossimi giorni, prevedono diverse modifiche rispetto al 2013, tra cui la deroga sul tetto massimo di 40 anni per presentarsi alla Camera e un filtro di qualità che eviti di "imbarcare" candidati poco affidabili. Candidati sui quali, comunque, ci sarà lo screening finale non solo del garante Beppe Grillo, ma anche dei vertici del Movimento, a partire da un Di Maio sempre più detentore del potere decisionale. Da valutare anche il nuovo codice di comportamento degli eletti, in particolare su punti molto delicati come quello della fedeltà al Movimento e quello del "no" alle alleanze. Le parlamentarie, ha assicurato Di Maio, «le faranno tutti, pure io», ma una nuova deroga all'orizzonte potrebbe essere quella di permettere a chi si candida al collegio uninominale di scendere in campo anche nel listino collegato.

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