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Verso le elezioni

Solitudine Renziana
Aggiornato il 04 gennaio 2018 3 Gennaio Gen 2018 1702 03 gennaio 2018

Elezioni 2018, perché il Pd rischia di ritrovarsi senza alleati

Renzi nei guai con la coalizione. Dopo il ritiro di Alfano e Pisapia, anche i Radicali di Bonino strappano. Mentre con la lista della ministra Lorenzin ci sono screzi. Ma una corsa in solitaria per i dem può valere al massimo il 23-26%.

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«Il Pd avrà come minimo un alleato al centro e un alleato a sinistra», scriveva Matteo Renzi nella sua e-news il 9 dicembre 2017, «e il contributo di queste liste sarà in molti collegi determinante per strappare seggi al centrodestra, vedrete». La cavalleria promessa dal segretario, tuttavia, ancora non è arrivata. Il 4 marzo 2018 si vota e i dem rischiano seriamente di presentarsi da soli all'appuntamento con gli elettori. Anche perché, alle defezioni di Alternativa popolare e Campo progressista, due formazioni rispettivamente di centro e di sinistra, si sono appena aggiunti lo strappo con +Europa e gli screzi con Civica popolare, la lista che fa riferimento alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin.

LA MARGHERITA DELLA DISCORDIA. Secondo quanto riportato dal quotidiano La Stampa, al centro della querelle con i centristi ci sarebbe «il simbolo con la margherita che i civici intendono utilizzare». Quel fiore, infatti, verrebbe «reclamato in esclusiva dagli avvocati che gestiscono il simbolo del partito di Rutelli confluito nel Pd», la vecchia Margherita. La componente di Civica popolare rimasta più vicina ad Angelino Alfano spingerebbe per la rottura. «Nessun rischio per l'alleanza con il Partito democratico», si affrettano a puntualizzare altre fonti della medesima lista, «si sta lavorando al superamento condiviso di eventuali problemi giuridici in merito al simbolo da utilizzare». Ma se tale prospettiva non si concretizzasse la coalizione renziana finirebbe per ridursi a Pd e Insieme, la lista frutto dell'intesa tra Verdi, Psi, area civica e alcuni prodiani come Giulio Santagata.

In questo modo, però, rincorrere il mitico 40,8% raggiunto dal Pd alle Europee del 2014 diventerebbe davvero una missione impossibile. Per mesi l'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha provato a stringere un'intesa nel tentativo di rifondare uno spazio politico di centrosinistra. Poi però ci ha rinunciato, annunciando il passo indietro definitivo e recriminando contro il Nazareno e contro l'esecutivo, rei di averlo «preso in giro» ad esempio sullo ius soli. Pisapia guarda adesso con interesse a Liberi e Uguali di Pietro Grasso, che raggruppa tutte le piccole formazioni a sinistra del Pd e punta a ottenere il 10% dei consensi alle urne.

LA SCELTA STRATEGICA DI ALFANO. Poche ore dopo il forfait di Pisapia è stata la volta di Angelino Alfano, che il 6 dicembre 2017 ospite di Porta a Porta ha dichiarato di non volersi ricandidare alle prossime Politiche. Una scelta strategica che forse scommette sulla breve durata della legislatura a venire, ma che dà il senso delle divisioni interne ai centristi, con esponenti come Roberto Formigoni, Maurizio Lupi e Gabriele Albertini che vorrebbero tornare con il centrodestra e altri, come appunto Beatrice Lorenzin e Lorenzo Dellai, che fino a ieri sembravano disposti ad allearsi con il Partito democratico.

La ministra della Salute Beatrice Lorenzin, leader della lista Civica popolare.

E in tutto questo qual è invece la strategia di Matteo Renzi? Il segretario aveva ragione a dire, sempre nella e-news del 9 dicembre, che «molti collegi si decideranno sul filo di qualche centinaio di voti». Ma all'epoca preferiva polemizzare con i giornali, «pieni di messaggi sulla presunta solitudine del Pd. Sono gli stessi che dicevano che alla Leopolda mi avreste lasciato solo e che non sarebbe venuto nessuno: avete visto come è andata a finire». È finita che mancavano molti dirigenti del suo stesso partito, da Stefano Bonaccini a Sergio Chiamparino, da Piero Fassino ai leader della minoranza Andrea Orlando, Michele Emiliano e Gianni Cuperlo. Persino i soliti habitués Oscar Farinetti e Alessandro Baricco avevano impegni considerati più importanti.

SONDAGGI SCONFORTANTI PER IL PD. I giornali, com'è noto, possono essere accusati di parzialità. Ma coi sondaggi il discorso cambia. E quelli della seconda metà di dicembre 2017 dicono che il Pd senza alleati si attesta tra il 23 e il 26%. Percentuali che potrebbero crescere nel corso della campagna elettorale, ma che di certo non si impenneranno e che restano ben lontane dal fatidico 40%. Se poi i dem dovessero davvero perdere per strada anche +Europa e Civica popolare, si condannerebbero da soli a un ruolo di spettatori nella prossima legislatura.

IL CORTOCIRCUITO DELLA SINISTRA. Renzi, una volta di più, sembra puntare tutto su se stesso. Ma dopo la sconfitta in Sicilia è improbabile che questo possa bastare. Non a caso il segretario del Pd ha già fatto dire ai suoi fedelissimi che l'attuale premier, Paolo Gentiloni, potrà essere un'ottima soluzione anche per il futuro. Ma se il problema, come sottolineato a più riprese dal "colonnello" Dario Franceschini, diventasse quello di creare una vasta alleanza a sinistra del Pd, che replichi quanto fatto da Silvio Berlusconi nel centrodestra e contempli il recupero degli scissionisti di Articolo 1-Mdp, persino la carta Gentiloni potrebbe rivelarsi non più sufficiente per portare avanti la trattativa.

Post scriptum: nella e-news del 3 gennaio 2018, rivolta agli iscritti del Partito democratico, Matteo Renzi ha invitato i suoi lettori a «non dimenticare che la legge elettorale per un terzo premia le coalizioni. E speriamo di risolvere i problemi burocratici, ad esempio sulla raccolta delle firme per la lista +Europa. Ma la legge per due terzi premia i singoli partiti. E qui vogliamo essere il primo partito. Sarà un testa a testa con i 5 stelle, secondo i sondaggi. Ma se lavoriamo bene in questi 60 giorni saremo il primo partito e il primo gruppo parlamentare della prossima legislatura».

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