Berlusconi, M5s massacrerà ceto medio
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8 Gennaio Gen 2018 1501 08 gennaio 2018

Berlusconi diventa salvatore della patria grazie al nulla che lo circonda

Bill Emmott, ex direttore dell'Economist, rivede il suo giudizio sul Cav. Ma in questi 20 anni a essere mutato non è l'ex premier 81enne ma lo scenario. Che è peggiorato.

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Siccome è un attimo cadere inghiottiti nelle nostre vane parole, il Bill Emmott che 17 anni fa sull'Economist definiva Berlusconi inadatto a governare oggi lo considera salvatore della patria, uomo della provvidenza o poco ci manca. Chi scrive ricorda, all'epoca, la stupida esaltazione, tutta provinciale, per questo modesto commentatore politico inglese che di colpo pareva diventato l'oracolo santo: dal giro di MicroMega a quello nascente di Travaglio – si era ancora in fase girotondina – tutti a gridare all'epifania, la rivelazione del Verbo: avete visto! Lo dice anche l'Economist, Berlusconi è improponibile, una vergogna transnazionale; qualcuno, più d'uno, sbracava: bisogna scioglierlo nell'acido e sotterrare le scorie tossiche.

IL VENTENNIO DI IMMOBILISMO DINAMICO. Tutto dimenticato, con qualche imbarazzo dalle groupie della prima ora. Il fatto è che è lo scenario a essere cambiato in quasi 20 anni di “immobilismo dinamico”. In realtà, in quel 2001 l'allora Cavaliere pareva davvero inadeguato alla carica di statista, e in modo palese, con la sua approssimazione spietata (anche se la politica la praticava direttamente già da sette anni), con le schiere di collaboratori e tirapiedi come minimo discutibili, con i suoi conflitti d'interessi e le leggi buone per anestetizzarli, con certi compagni di strada al limite dell'impresentabile da Previti a Dell'Utri. Inoltre, il suo era un potere - uno strapotere - che faceva davvero paura, stante lo sbando totale di qualsiasi forma di opposizione ragionevolmente organizzata.

UNA STUPIDA DEMONIZZAZIONE. Si preferiva demonizzarlo anche in modo stupido, isterico, ma anatemi, maledizioni, esagerazioni ottenevano solo di rimbalzare addosso a un inedito esemplare di potere pubblico/privato che pareva inscalfibile, e che qualche brivido lo dava. Non al punto da lasciar ipotizzare assurde derive sudamericane o addirittura da terzo Reich, come i più fanatici ripetevano, ma insomma margini di preoccupazione ce n'erano se persino scienziati politici di grande rigore e di lungo corso come Giovanni Sartori arrivavano a manifestare insofferenze in punta di Costituzione.

Le copertine dell'Economist dedicate a Berlusconi.

Era inadeguato, Berlusconi, e la storia imminente lo avrebbe confermato con i suoi scivoloni istituzionali, con le sue condanne – pur tenendo presente un atteggiamento indubbiamente di faida con la magistratura – con le sue vicissitudini personali, che sempre più si riverberavano sull'aspetto istituzionale non meno che di partito. Logorato dai pasticciacci brutti delle “cene eleganti” tra alcova e tribunale, nonché da problemi di salute non lievi, all'inizio degli anni '10 il crollo del tycoon pareva definitivo, epilogo non glorioso di una storia per molti versi incredibile e forse irripetibile. Ma Berlusconi “rinasce come rinasce il ramarro”, anche nell'inerzia e nella coglionaggine dei competitori, e all'alba degli 81 anni arriva, l'abbiamo già annotato, a oscurare agonisti con la metà del suo tempo, stelle che si spengono a nascere.

DOPO DI LUI, IL DILUVIO. Ma può un uomo che, nella sua vita, ha sempre portato tutto all'estremo, riscoprirsi moderato e lungimirante, può cambiare pelle nella sua quarta età? Certo, lui oggi ha buon gioco nel porsi come un padre della patria, ha smesso le escandescenze e le sortite con cui faceva discutere il mondo, un Trump ante litteram. Le sparate di sfondamento le lascia ai giovani alleati problematici come Salvini, dal quale trae una legittimazione al ruolo di indispensabile vecchio saggio della coalizione. Ma sono solo dettagli strategici. In realtà, il problema di Berlusconi è sempre stato quello di avere fagocitato tutto ciò che gli gravitava intorno, proprio come una stella nera che divora energia. «Inadeguato» per una visione di governo, di Stato, preso dall'eterno concerto dei suoi interessi privati, non ha saputo, forse neppure gli è importato, far nascere dal suo venticinquennale partito personale una seppur modesta classe dirigente. Intorno a lui c'è il vuoto, a parte alcuni senatori rancorosi e provati, e ancora oggi, all'ennesima competizione elettorale, egli deve ripartire pressoché da zero per reclutare truppe parlamentari che i sondaggi gli assegnano in cospicua proporzione. Di fatto, Forza Italia è sempre e solo lui, come è sempre stato.

I COMPETITOR DEL CAVALIERE. Nel frattempo, il quadro complessivo è mutato. È peggiorato, e pareva impossibile. Da una parte, una sinistra statica ma, al solito, surreale, lacerata tra fughe in avanti subito rimangiate e spinte nostalgiche, divisa come e più di sempre; una sinistra che, secondo costume, fatica a intercettare i cambiamenti, e che, nella sua ultima fase di potere, è tornata a privilegiare l'elettorato tradizionale, anche perché è l'unico che le rimane: statali, pensionati, garantiti. Dall'altra, una destra che non ha saputo sortire l'ombra di uno spirito liberale, che resta inchiodata a stilemi perfino oltre la nostalgia sinistrorsa (la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, è una che, a 41 anni, parla di «patrioti» manco si trovasse nel 1860). Infine, sono sorti movimenti anarcoidi aggressivi, tra i quali quello di Grillo in particolare fa impallidire, per approssimazione e compromessi con una società privata, la Forza Italia degli inizi.

È cambiato lo scenario, è sprofondato a livelli che pareva arduo perfino immaginare. Tra i grillini, inutile negarlo, si trovano mattocchi e lunatici di tutte le specie, mentre chi è stato proiettato al potere locale ha brillato per incompetenza, ambiguità e si ritrova a sua volta nel mirino dei giudici. Eppure una formazione di questo genere nutre serie velleità di governo, da cui il ribaltamento del giudizio di Emmott che si traduce come segue: non è Berlusconi (che, tra parentesi, insiste nelle ricette propalate dal 1994, puntualmente imbalsamate) a essere migliorato quanto gli antagonisti a risultare più preoccupanti, perfino più inquietanti, di lui.

EMMOT TRA B. E DI MAIO. Forse per l'inglese Emmott questo è sufficiente ad accontentarsi, in prospettiva italiana. Ma il suo è un giudizio ancor più relativo, o pretestuoso, o singolare, di quello, del tutto opposto, del 2001. Del resto, lo stesso Emmott, per non farsi mancare niente, aggiunge che, «tra i due, preferisco Di Maio». Ora, il candidato pentastellato Di Maio politicamente non esiste, ma perfino uno zero politico come lui ha buon gioco nell'ironizzare: «L'Economist non ne azzecca mai una: in America profetizzava la Clinton e ha vinto Trump; in Inghilterra prevedeva il fallimento della Brexit, e la Brexit ha prevalso; quindi, noi accogliamo con viva soddisfazione il suo giudizio».

TANTO RUMORE PER NULLA. Loro, sì. Ma, se non c'è alcun dubbio che il Movimento 5 stelle al potere scatenerebbe una situazione fin da subito incontrollabile, resta viceversa qualche dubbio che Silvio Berlusconi abbia imparato a 81 anni suonati il difficile mestiere di statista (quanto alla sinistra, è come sempre troppo impegnata ad azzuffarsi). Nel frattempo, forte è la sensazione che, a elezioni smaltite, non succederà niente, e niente verrà fatto delle cose che tutti minacciano o promettono: i grillini il reddito di cittadinanza (costo stimato: 90 miliardi), Berlusconi il reddito di dignità (costo previsto: 182 miliardi), Pd e suoi derivati una più articolata pioggia di “bonus”, effervescente ma dall'esito sicuramente dissipatorio. Chiaramente, chiunque si guarda dallo specificare dove pescherà gli spiccioli, il che rende quest'altra competizione più simile a una Corrida, nel senso del programma di Corrado.

ONE SIZE FITS ALL. Prendi il canone Rai, prima imposto dal Pd in bolletta indi secondo il Pd da abolire: siamo al marasma cosmico, o psichico, aggravato dal fatto che imputarlo «alla fiscalità generale» non è neanche un barbatrucco, è un trucco da Drive In, da battuta di Enrico Beruschi (qualcuno avverta Orfini). La problematica Rai-Canone è complicata, l'ultimo bilancio dell'emittente di Stato, che forse al Pd non hanno letto, parla di 2,627 miliardi di euro di ricavi e di 2,721 miliardi di euro di costi. E il canone c'è dentro. E il canone vale il 73% dei ricavi. E la pubblicità patisce il tetto della raccolta, eliminato il quale, così, ex abrupto, la Rai non è affatto attrezzata a reggere le manovre di reazione dei network privati. Altro che «fiscalità generale». Impostare le cose in questo modo è da dilettanti allo sbaraglio (staremmo per dire: da grillini). Stando così le cose, si capisce che un Berlusconi, nell'anno di grazia 2018, possa diventare del tutto fit a governare l'Italia. One Size Fits All, taglia unica, come il disco di Frank Zappa.

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