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10 Gennaio Gen 2018 0934 10 gennaio 2018

Liberi e Uguali, il veto su Gori e quello su Bassolino

Mentre il Pci non temeva alcuna alleanza, a sinistra si cerca ancora una identità. Così si rischiano le sciagure in Lombardia e nel Lazio. Per non parlare della possibile chiusura di Fratoianni all'ex governatore campano.

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La “questione Gori” pone al partito di Pietro Grasso un problema di strategia e forse, per essere più precisi, un problema di identità. L’identità di un partito non è cosa astratta ma è costituita dal confluire di molti elementi: dalla storia, dal legame di popolo, dal programma, dalla capacità di fare alleanze. C’è anche dell’altro, ma fermiamoci qui. Il nuovo partito della sinistra è nato da una scissione, diciamo così, improvvisata. Calcisticamente un fallo di reazione. Per dirne una, io che ero presidente della Associazione socialista fondata con Enrico Rossi, l’ho appreso all’ultimo minuto. La scissione aveva motivazioni robuste e non stiamo qui a esaminarle. Ci sarà tempo. Immediatamente dopo nacque il probleme del tipo di “partito” da fare. Molti erano convinti che sarebbe nata una cosa assai diversa e distinta dal Pd soprattutto perché si sarebbe caratterizzata come una forza di sinistra più radicale, molto Corbyn e meno Bertinotti.

GRASSO E LE DUE IDEE DI SINISTRA. In questa forza c’è stato subito un dibattito sottotraccia fra due componenti: l’una che immaginava, sconfitto Renzi, di tornare al vecchio centro-sinistra, l’altra che considerava sepolta quella fase. C’è stata, c’è e ci sarà la questione 5 stelle con l’ala bersaniana possibilista verso l’alleanza che altri vedono come il patto col diavolo. Ci sono anche altre divisioni non piccole, per esempio quella sull’Europa e così via. La nomina di Pietro Grasso, essendo lui un personaggio “pesante”, ha di fatto cambiato la natura dell’operazione. Con Grasso il nuovo partito non è diventato meno di sinistra ma sicuramente ha acquisito un profilo istituzionale che per propria stessa natura rimanda al tema delle alleanze. Un partito di descamisados può infischiarsene delle alleanze e costruirsi nella società sapendo che per un tot di tempo non si governa, il partito di Grasso non può vivere senza il dialogo. In questo senso sono due idee di partito di sinistra diverse.

VETI E CONTROVETI. Il tema delle alleanze si pone in una campagna elettorale proporzionale che favorisce l’idea di parlarne dopo il voto. Ma l’elettore va rispettato prima del voto, solo così lo si rispetta dopo. Sapere se si va verso una grande coalizione con chi ci sta, o verso un governo con Di Maio non è cosa secondaria. Per l’una serve un profilo politico e un programma, per l’altro si cambiano entrambi. Sarebbe interessante sapere se dopo il voto, nel caso che Berlusconi non faccia bingo, con chi ci si allea cioè se ci si dispone a stare comunque all’opposizione (tesi che mi vede favorevole). Ma prima del voto ci sono altri passaggi. Uno è quello su cui ho scritto ieri: che cosa fare con Zingaretti e Gori? Perdere il Lazio sarebbe una sciagura, lasciarsi sfuggire la Lombardia sarebbe un errore imperdonabile. Zingaretti non dovrebbe far scattare veti a sinistra a meno che non prevalgano gli imbecilli. Gori è personaggio più lontano ma ha un profilo democratico. Leggo amici di LeU-Lombardia sostenere che la base non capirebbe. Pensate una simile obiezione nel Pci che, certo di se stesso, non ha avuto paura di alcuna alleanza. Con la base si ragiona e si chiede se è meglio immaginare un continuum dopo Maroni o cercare di voltare pagina, almeno una paginetta. La definizione di un partito nasce anche dal rapporto dialettico con la base che non può essere un luogo dei veti. A proposito di veti. Leggo su alcuni giornali che ci sarebbe un veto di Fratoianni sulla candidatura di Antonio Bassolino a Napoli. Non cerco parole di riprovazione perché mi fremono le mani.

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