EURO
10 Gennaio Gen 2018 1528 10 gennaio 2018

Di Maio, l'euro e l'asse franco-tedesco: poche idee ma confuse

Con Macron il rapporto Parigi-Berlino si rafforza. Sono le relazioni tra Germania e Ue a essere peggiorate. Il M5s non ha capito granché. Ecco due consigli di lettura per il candidato premier.

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da Bruxelles

Non stiamo neanche a discutere della banale strategia elettorale: prima promettere ricette radicali solleticando un certo tipo di elettorato e poi rassicurare i moderati e i mercati alla vigilia del voto. Delle parole di Luigi Di Maio sull'euro e l'Europa, pronunciate peraltro nello studio di Porta a Porta, la trasmissione che i grillini non dovevano più frequentare, la Terza Camera da aprire come una scatoletta di tonno in cui hanno finito per infilarsi come anguille, a essere distanti dalla realtà sono proprio le argomentazioni. «Non credo che sia più il momento per l’Italia di uscire dall’euro, perché l’asse franco-tedesco non è più così forte e spero di non arrivare al referendum sull’euro che comunque per me sarebbe una extrema ratio».

IL DESTINO DELL'ASSE. Non è chiaro cosa abbia fatto credere a Di Maio che l'asse franco-tedesco sia più debole di prima. Con Hollande non è stato proprio in salute, e con Macron chiunque arriverà al governo di Berlino sarà più forte di prima, per cui si potrebbe addirittura sostenere che la forza dell'asse è una delle poche certezze della nuova fase europea. Ma forse al leader del M5s serve un breve ripasso dei rapporti e dei meccanismi di potere a Bruxelles.

Luigi Di Maio.

ANSA

Uno dei mantra nella storia dell'Unione europea è che le crisi sono sempre state il volano per una maggiore integrazione. Ovviamente nell'ultima crisi non solo non è stato così, ma il potere è progressivamente passato dalla capitale dell'Ue, con le sue strutture sovranazionali, alle capitali delle sue prime due economie e poi alla capitale tedesca tout court. L'euro e la battaglia delle idee, inchiesta scritta a tre mani da Markus K. Brunnermeier, Harold James e Jean Pierre Lindau, rispettivamente professore di Economia e professore di Storia e Affari internazionali all'università di Princeton e vice governatore della Banca di Francia, racconta con precisione quando sono avvenuti i due cambiamenti e cosa è successo fino al 2016.

IL SALVATAGGIO GRECO. La perdita di potere della Commissione europea a favore del famoso asse franco-tedesco comincia all'inizio del 2010, ça va sans dire, con il programma di salvataggio della Grecia. È allora, scrivono gli autori, che i principali consiglieri di Angela Merkel, tra cui il numero uno della Bundeskbank, Jens Weidmann, suggeriscono alla cancelliera di coinvolgere il Fondo monetario internazionale nel programma di assistenza ad Atene. I tedeschi non si fidavano delle istituzioni europee «convinti che non fossero capaci di imporre aggiustamenti sufficienti ai Paesi fiscalmente permissivi». Una mancanza di fiducia che si amplierà col tempo. E che porterà, nel giorno dell'addio di Wolfgang Schäuble all'Eurogruppo, a quel famoso non paper in cui si propone che il controllo sui bilanci degli Stati in crisi sia affidato a un fondo europeo sotto controllo intergovernativo.

LO STRAPPO DI DEAUVILLE. Poi c'è l'altro passaggio fondamentale: pochi mesi più tardi, nell'ottobre 2010, mentre i ministri delle Finanze dei Paesi europei sono riuniti a Lussemburgo, Merkel e Sarkozy si incontrano sulle spiagge della Normandia, a Deauville, e senza consultare nessuno decidono di annunciare che i privati che hanno investito nel debito ellenico perderanno parte del loro denaro. Per Merkel è una questione quasi di giustizia: punire l'azzardo morale. In realtà l'annuncio contribuirà a rendere più fragili le finanze degli Stati europei come mai si era visto prima. Secondo gli analisti, da quel momento «consapevolmente o no, Merkel e Sarkozy hanno messo la Germania in una posizione dalla quale può dominare il dibattito politico e, di fatto, imporre le sue visioni». Come? Con l'innalzamento progressivo degli spread seguita a Deauville, informano i tre esperti, gli interessi sui titoli di Stato tedeschi e le politiche della Germania diventano rapidamente il termine di paragone attraverso il quale ogni cosa è giudicata.

LA RETROMARCIA DI HOLLANDE. L'asse franco- tedesco c'è, ma è debole. Nel 2012, poi, con l'arrivo di Hollande all'Eliseo, sembra compromettersi del tutto. Niente vertici preparatori, niente conferenze stampa congiunte a ogni occasione: il nuovo presidente socialista si presenta con l'idea di rivedere il Fiscal compact e di fare un grande piano di investimenti per il lavoro in Europa. Bastano due anni e Hollande fa retromarcia, si riavvicina a Berlino spinto anche dall'ondata del terrorismo e dalla crisi ucraina. Ma questo non cambia i rapporti di forza.

Emmanuel Macron e Angela Merkel.

ANSA

Dal 2014 al 2016 è successo di tutto: una Commissione Juncker più accomodante sui bilanci degli Stati, la vittoria di Syriza in Grecia, la crisi dei migranti, la progressiva involuzione delle "democrature" dell'Est Europa e poi la Brexit. Ma in sostanza la situazione non è cambiata: la Francia, riassumono Brunnermeier, James e Lindau, non si è allontanata dalla Germania e le istituzioni europee nonostante tutto non sono cambiate.

MACRON E LA UE A DUE VELOCITÀ. Questo vuol dire che quando Emmanuel Macron è diventato presidente si è trovato di fronte un paesaggio molto più complesso, ma con gli stessi elementi centrali: un governo tedesco che non ha più fiducia nella Commissione Ue sulle questioni fiscali, anzi che cerca di toglierle potere per spostarlo sulle capitali nazionali, e un'Unione europea molto divisa. Talmente divisa che l'unica strada percorribile per una maggiore integrazione è, secondo Macron, quella dell'Europa a due velocità: chi non vuole fare passi avanti, non può impedire agli altri di procedere, è la posizione del presidente francese, condivisa peraltro da molti Paesi dell'Europa occidentale, Italia compresa. E al centro dell'integrazione pensata da Macron c'è l'asse del Reno.

RINNOVATO IL LEGAME CON BERLINO. Il nuovo inquilino dell'Eliseo fin dai primi passi ha fatto esattamente l'opposto del presidente di cui era stato ministro: ha concordato con Berlino i suoi interventi e tutte le conferenze stampa dopo i vertici europei; a Bruxelles si è sempre mostrato in un passo a due con la cancelliera. E ha già proposto una unificazione del mercato franco-tedesco, con armonizzazione delle regole commerciali entro il 2024. Quasi una garanzia se l'integrazione dell'Eurozona non dovesse andare a buon fine. La debolezza di Berlino, dovuta all'incapacità finora di formare un governo, ha semplicemente permesso a Monsieur le Président di prendersi più spazi, di riequilibrare l'asse a favore della Francia. Ma una sola cosa è certa: quando un governo tedesco sarà, il rapporto con la Francia sarà più forte di prima.

IL CONSIGLIO DI VAROUFAKIS. Ovviamente questo non significa che l'Italia non esprima la sua voce in questa Europa. Rispetto a qualche anno fa, Roma ha acquisito credibilità, i rapporti con la Commissione sono migliorati, abbiamo sensibilmente ridotto la nostra montagna di infrazioni delle norme Ue e sull'altro fronte le politiche economiche europee sono leggermente meno cieche, il parlamento Ue è a guida italiana, e all'interno del Consiglio il protagonismo sui migranti, criticato peraltro dal punto di vista sui diritti umani, è stato riconosciuto. Questo però non può portare all'illusione che non ci sia un progetto a trazione franco- tedesca e una forte spinta intergovernativa. Se poi Di Maio è convinto di portare le sue ragioni minacciando un referendum sull'euro, libero di farlo, ma allora dovrebbe leggere un altro libro: Adulti nella stanza dell'ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, il racconto dei suoi mesi alla guida delle disastrate finanze elleniche e dei negoziati con la Troika. C'è un punto che Varoufakis ripete continuamente: non si può bluffare, se davvero si mette sul piatto la minaccia bisogna essere pronti a imboccarla. Altrimenti, abbiamo già visto come è andata.

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